FABIO RAMPELLI. Presidente, colleghi, illustre
rappresentante del Governo, è sinceramente misterioso il provvedimento che ci
troviamo ad affrontare, così come del resto - e in tanti la pensiamo allo stesso
modo - ritengo assolutamente misteriosa la ragione per la quale il Governo
Prodi, piuttosto che affrontare i nodi nevralgici del nostro sistema paese, si
avventuri in provvedimenti che non si capisce bene quali risultati potranno mai
raggiungere per l'Italia e per i cittadini, anche quando pomposamente vengono
intitolati alla tutela dei consumatori.
È misterioso perché tutti quanti, al
di là delle parti che recitiamo in quest'aula, quando tra noi ci si incontra
nelle Commissioni, nel Transatlantico, nei corridoi, manifestiamo tutta intera
la nostra perplessità in ordine a gran parte dei provvedimenti, che poi giungono
in Assemblea per essere convertiti in legge, come nel caso di questo
decreto-legge. Sono perplessità trasversali, che vanno al di là della destra e
della sinistra e che si giustificano con l'improbabilità di vedere anche
soltanto avvicinati i risultati dichiarati da Bersani e dai suoi sostenitori più
accaniti.
Certo, a ben vedere, queste evidenze si manifestano oggi perché
qualche decennio è trascorso dagli anni Settanta, dallo scontro civile, dalla
cosiddetta lotta di classe, quando questa infervorava gli animi e magari offriva
qualche cattivo servigio ai destini del nostro popolo. Sono passati decenni, ma
la memoria può farci compagnia nel tentativo di approfondire le ragioni
imperscrutabili per le quali un ministro che rappresenta il punto di cerniera
con Confindustria, ancorché proveniente dal Partito comunista italiano, possa
letteralmente inventare delle norme così sconclusionate e così poco efficaci.
All'epoca era evidente - è una parola ricorrente in questo Parlamento e anche io
la voglio usare, anzi abusarne - uno scontro apparente tra un certo
proletariato, un mondo che stava alla soglia della povertà o confinante con
questa soglia, e un mondo ricco, il capitalismo nostrano, rappresentato da tante
grandi aziende che sono diventate poi, con l'aiuto dello Stato, dei veri e
propri monopoli economici, in Italia e talvolta anche oltre i confini nazionali.
Da un lato, si manifestavano gli scontri davanti alle fabbriche, gli scioperi,
le stagioni di intolleranza, di odio e, per carità, anche di confronto, con
tentativi di giungere a una qualche determinazione migliore rispetto alle
conquiste sociali che già si conoscevano; ma insieme a questo scontro vi era una
evidente capacità da parte del sistema di rigenerarsi e vi era un punto di
contatto tra quei movimenti, quelle proteste organizzate e quella triplice
sindacale, che monopolizzava la rappresentazione degli interessi dei lavoratori
e i grandi potentati, appunto la parte peggiore, il vertice di Confindustria.
Ho voluto fare questo passaggio veloce, rammentando un pezzo della storia
del nostro paese in poche frasi, solo per sforzarmi di comprendere in presa
diretta quale possa essere oggi la ragione di questo mutamento di scenario.
Vedo ancora oggi la conferma di questo scenario: da un lato, la sinistra
cerca di sollevare - non voglio dire di sobillare - alcuni interessi deboli e
diffusi; dall'altro, gioca allo scavalco, rilancia e chiude accordi con i poteri
forti. È incredibile a dirsi, ma è una storia che oggi noi guardiamo
clamorosamente con distacco dalla prospettiva di Alleanza Nazionale e non solo
da quella del centrodestra, vale dire da una prospettiva di una destra sociale e
popolare, radicata in modo interclassista in tutte le fasce sociali, quindi,
presente anche in quelle aree fin qui testimoniate e raccontate.
È
incredibile che oggi la sinistra, in quest'epoca di seconda Repubblica, in cui
ha la possibilità di manifestarsi attraverso un Presidente del Consiglio ed
alcuni ministri targati e marchiati profondamente a sinistra, non voglia o non
sappia - ma penso che sia più un problema volontà che di incapacità - affrontare
il nodo del rapporto di questa nostra nazione con i poteri forti. È incredibile
che si abbia il coraggio - direi proprio la sfrontatezza - di affrontare per la
seconda volta, attraverso un decreto, il meccanismo delle cosiddette
liberalizzazioni per partorire il topolino, anche se in modo pomposo e
inopportuno denominato «lenzuolata».
È incredibile - lo ripeto: incredibile
- che la sinistra, dopo aver navigato lungamente sui marosi della lotta di
classe, una volta arrivata al potere e quindi nelle condizioni di gestire e
indirizzare i poteri economici lungo la linea di rotta degli interessi della
collettività, letteralmente si genufletta, impedisca i processi di vera
liberalizzazione e aggredisca delle categorie, che sono da un punto di vista
sociale molto vicine a quel proletariato, che forse si ha la presunzione ancora
oggi di difendere ed interpretare.
Può mai una liberalizzazione passare per
i provvedimenti assurdi, che hanno già colpito i panificatori e hanno tentato di
colpire - ed in parte hanno colpito - i tassisti e che oggi colpiscono i
parrucchieri piuttosto che i gestori di autoscuole e le guide turistiche? Siete
senza vergogna, perché a tutto c'è un limite!
Penso che, quando si vuole
attivare un processo riformatore di un certo livello, bisogna cominciare dalla
testa e non dalla coda. Si potrebbe forse anche giungere alle categorie or ora
menzionate, ma non si può cominciare da queste, perché questo in gergo sanitario
potrebbe essere definito come accanimento terapeutico nei confronti di un ceto
medio o - se preferite - di un ceto prevalentemente medio-basso, che ha già
difficoltà evidenti e che voi state colpendo forse per un'altra ragione,
anch'essa di origine culturale. I vostri noti strabismi politici non vi fanno
vedere quelle ragioni culturali, che ho già menzionato e che vedono e prevedono,
in questa parte di mondo organizzato nella prospettiva del lavoro, un mondo
libero ed autonomo, non sindacalizzabile, che non può conoscere - e non
conoscerà - logiche di intruppamento e non sarà fedele a nessuno poiché non
dipenderà - come non dipende - da particolari clientele. Mi riferisco ad un
mondo che combatte, come Davide contro il gigante Golia, contro i poteri forti e
contro la logica dei monopoli a cui voi, Presidente del Consiglio - che è
assente - Governo e colleghi della maggioranza volete propinare una logica
monopolistica in molte circostanze.
Potremmo citare - e lo faremo
diffusamente, quando sarà il momento di affrontare i singoli emendamenti - il
comma 4 dell'articolo 10, vale a dire la grande trappola che investe - pensate
un po', pensate un po'! - le guide turistiche. Un grande monopolio! Il
capitalismo, i poteri forti, i potentati economici si manifestano notoriamente
attraverso le piccole guide turistiche, diffuse sul territorio, che stanno lì,
cercando di mettere insieme il pranzo con la cena, accogliendo turisti
provenienti da tutto il mondo, tentando di promuovere il prodotto italiano,
l'identità italiana, la memoria italiana. Ebbene, queste guide turistiche
vengono inserite nel decreto-legge al nostro esame probabilmente per favorire
qualcun altro: Pierreci o piuttosto Zetema, Civita o le centinaia e centinaia di
grandi organizzazioni, che detengono l'autentica egemonia del prodotto culturale
italiano e cercano di accaparrarsi - come è già accaduto in molti comuni
italiani - la gestione di questo enorme patrimonio, che invece dovrebbe essere
il più possibile centellinato, distribuito, messo nelle condizioni anche
culturali, oltre che economiche, di sopravvivere alle stagioni di
riorganizzazione del sistema.
Penso che questo provvedimento, in buona
sostanza, sia patetico. Cari colleghi, lo è davvero. Non è la prima volta che lo
diciamo. Anche i colleghi della maggioranza, quando sono stati opposizione, lo
hanno rimproverato a noi. Noi ci siamo sforzati - in alcune circostanze abbiamo
ottenuto qualche risultato: avremmo potuto far meglio, ci mancherebbe altro - di
fare comunque grandi riforme, in quanto tali giustamente criticate
dall'opposizione, dal mondo del lavoro, dalle categorie produttive, dal
sindacato o dai sindacati, persino dal nostro sindacato. Abbiamo affrontato a
viso aperto la stagione delle contrapposizioni sociali, quando siamo stati
Governo, ma - vivaddio - valeva la pena di confrontarsi su quelle grandi riforme
anche scontrandosi perché scuole di pensiero distinte e separate trovavano
evidentemente in quelle riforme ragioni di confronto profonde, che forse sono
riuscite persino a far crescere il livello del confronto tra maggioranza ed
opposizione.
Oggi invece ci troviamo qui per l'ennesima volta - e non è un
caso, non è un inciampo - a discutere di provvedimenti minimalistici, che non
intaccano di una virgola il sistema. E ci viene il sospetto che siano figli
della debolezza di questo Governo. È questo il punto.
Cari colleghi, «fuori
registrazione» tutti quanti noi abbiamo potuto ascoltare da molti degli
esponenti della sinistra - non solo di quella massimalista, ma anche del centro
e del centrosinistra - giudizi critici verso la scelta, all'epoca, del candidato
alla Presidenza del Consiglio, Romano Prodi. E discutendo del più e del meno,
chi aveva il desiderio di essere sincero con se stesso diceva: «In questa
situazione, in questo contesto storico la nostra coalizione può reggersi
soltanto se individua comunque un candidato alla Presidenza del Consiglio - in
caso di vittoria, un futuro Presidente del Consiglio - debole, debole, un minimo
comune denominatore».
Il problema evidentemente è che un Presidente del
Consiglio debole, un minimo comune denominatore, non è nelle condizioni di
portare il paese al cospetto delle sfide di scenario, delle grandi prospettive
che sono di fronte a noi e che l'Italia deve - in quanto dovere storico -
affrontare con un capo e una coda, con una coerenza, con un bagaglio culturale
di riferimento che possa impedire di fare scivoloni all'indietro, veri e propri
capitomboli. Quando un Governo e un Presidente del Consiglio deboli affrontano
il grande tema delle liberalizzazioni, non possono che portare all'ordine del
giorno delle commissioni competenti - purtroppo soltanto una, perché le
commissioni competenti non sono state interpellate - e dell'Assemblea
provvedimenti che colpiscono parrucchieri, autoscuole, guide turistiche e
panificatori.
PRESIDENTE. Deputato Rampelli, deve
concludere.
FABIO RAMPELLI. In conclusione, penso che questo
biglietto da visita si commenti da sé.
Vorrei fare un'ultima
considerazione...
PRESIDENTE. Deputato Rampelli, deve
concludere.
FABIO RAMPELLI. Signor Presidente, credo che la
campanella segnali un altro minuto a disposizione. Quindi, mi sto avviando a
concludere.
PRESIDENTE. In realtà, segnalava la fine
del tempo a disposizione.
FABIO RAMPELLI. Signor Presidente, allora concludo.
Un altro motivo di assoluto contrasto, che per noi rappresenta una vera e
propria inaccettabile discriminazione sociale, è l'assoluta volontà da parte del
Governo di non considerare alcune categorie, sebbene esse siano capaci di
organizzarsi. Lascio la possibilità di sviluppare tale concetto ad altri
esponenti di Alleanza Nazionale o dei gruppi della Casa delle libertà, che
prenderanno la parola dopo di me. Non è possibile concertare soltanto con chi
volete voi. O la concertazione, il confronto ed il dialogo sono princìpi
indissolubili, oppure essi diventano una coperta con cui si copre soltanto la
parte dove si ha freddo. Ritengo che questo sia iniquo, ingiusto e, in quanto
tale, intollerabile (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza
Nazionale).