Fabio Rampelli su la Cina alla Camera dei Deputati
Colleghi Deputati, Rappresentante del Governo,
le iniziative parlamentari sul caso cinese sono innumerevoli e le mozioni in discussione oggi sono solo la parte più evidente del fermento culturale che esiste sul tema, perché legate a eventi di grande attualità resi ancora più visibili dalla recente visita del Governo italiano a Pechino.
. I contorni di quella missione risultano a nostro giudizio poco chiari e non soltanto perché ancora non si è capito il numero esatto dei partecipanti e i costi effettivi per i cittadini italiani di quell’imponente delegazione, si è parlato di oltre mille persone, ma soprattutto perché non è chiara la strategia che s’intende perseguire nell’evoluzione delle relazioni politiche e commerciali con la Cina. La sensazione che si è percepita, sarà pure una suggestione, è che il nostro Governo è impegnato per sostenere e promuovere, con relativi accordi internazionali, il trasferimento delle nostre aziende in quelle terre e vorrebbe puntare sull’ammodernamento delle infrastrutture portuali del mezzogiorno per stimolare le aziende asiatiche a preferire le nostre coste rispetto alle mete fin qui utilizzate per esportare in Europa. So di non essere in maggioranza nell’esternare tutte le mie titubanze in ordine a questo approccio, ma poco male, se questo potrà metterci nelle condizioni di misurare il concreto beneficio e la reale tenuta nel tempo di questa politica che raccoglie perplessità, a destra come a sinistra, e pare incapace di interpretare al meglio gli scenari futuri. La bilancia commerciale italiana con la Cina ha un saldo negativo di quasi 4 miliardi di euro e il quesito che dovremmo porci è su come aumentare le nostre esportazioni e non su come favorire le loro o come incrementare il Pil cinese con le produzioni di imprese italiane che si recano a Shanghai e Guangdong. Di fronte a una dinamica economica e sociale così rilevante come quella che sta prepotentemente affermandosi nel continente asiatico ci sembra che la risposta italiana sia semplicemente banale, priva di profondità e lungimiranza ovvero dopata dal solito provincialismo nostrano.
Faccio fatica a capire perché tutti i partiti e tutti i sindacati svolgono la loro opera solerte e ricorrente per migliorare in Italia la condizione di chi lavora, salvo poi disinteressarsi dello schiavismo vigente nella Cina comunista dove, come è noto, il costo del lavoro è bassissimo perché non sono riconosciuti i diritti sociali e sindacali più elementari, vengono sfruttati i bambini e le donne con orari di lavoro infernali e in fabbriche insalubri. Queste primitive e inaccettabili condizioni di sfruttamento sono la causa del risparmio sui costi della produzione e inducono le imprese e il Governo italiano a delocalizzare lì le attività cioè a trasferirle in un paese dove ci sono quelle stesse aberrazioni combattute a casa nostra con veemenza e convinzione per decenni. A questo c’è da aggiungere il lavoro forzato cui vengono costretti milioni di dissidenti perseguitati dal regime: mano d’opera gratuita che accentua ulteriormente la concorrenza sleale. Finché non esistevano particolari propensioni da parte dell’Italia a entrare nel sistema economico cinese poco male, al massimo si sarebbe potuto denunciare una scarsa sensibilità verso popolazioni di altre nazioni, ma oggi che sembriamo affetti dalla sindrome cinese il problema ci riguarda da vicino e ci dobbiamo chiedere se è eticamente giusto partecipare per una presunta convenienza economica al giogo infame dello sfruttamento dei lavoratori. C’è forse una vena di razzismo, laddove si ritiene sfruttabile il genere che produce ricchezza per se stessi oppure c’è quella forma di opportunismo economicista che animava le peggiori forme di capitalismo all’inizio del secolo scorso. E’ poi nota l’esistenza di un secondo elemento capace di abbattere notevolmente i costi di esercizio e cioè l’assoluta insensibilità verso l’ambiente: nessuna legge per ostacolare l’emissione di gas CFC, banditi dai paesi occidentali, e colpevoli della riapertura del buco nell’ozono proprio in corrispondenza del Tibet dopo che la comunità internazionale era riuscita a rimarginare questa ferita, la mancata firma del protocollo di Kyoto, con incremento esponenziale delle emissioni di anidride carbonica, deforestazione, densificazione edilizia nelle grandi città e bradisismo, inurbamento e abbandono delle campagne, realizzazione di centinaia di dighe, corrispondenti e devastanti inondazioni che compromettono migliaia di siti archeologici, inquinamento idrico che ha finora totalizzato 2 milioni di morti per assunzione di arsenico… La Cina brucia da sola più carbone di Stati Uniti, Giappone ed Europa messi insieme e produce più del doppio di anidride solforosa degli Usa. Mi piacerebbe sapere dal ministro Pecoraro Scanio come pensa di porre rimedio a questa criticità che rischia di travolgerci. Perché è evidente che non si può essere ambientalisti in Italia e poi non mettere paletti sul piano dell’inquinamento quando si vanno a stabilire accordi internazionali e, anzi, si giunge all’ipocrisia di utilizzare quel paese come pattumiera del mondo, grande inquinatore planetario congeniale ai nostri bisogni perché distante dai nostri occhi quanto basta per non avere un problemi interni. L’aria e le acque sono patrimonio dell’umanità, i venti e le correnti le spingono verso di noi, anche se non le vediamo e quindi non producono immediato allarme sociale né consenso elettorale per qualche partito. Se sono mefitiche e sudice ne pagheremo le conseguenze tanto quanto i cittadini con gli occhi a mandorla.
La Cina è governata da una dittatura comunista. Non sono riconosciuti i diritti più elementari dell’uomo, non esistono diritti civili e politici, non c’è libertà religiosa. Fonti del dissenso ci dicono che dal 1949 a oggi sono stati uccisi tra i 65 e gli 80 milioni di persone. Mentre i lager nazisti cessarono nel 1945 e i gulag sovietici negli anni ’90, in Cina i Laogai sono tuttora operanti e rinchiudono gli oppositori al regime, siano essi religiosi o politici. Si tratta di veri e propri campi di lavoro forzato dove si stimano circa 5 milioni di persone, ne sono passate almeno 50 milioni e ne sono morte 20. E’ una detenzione che non prevede capi d’imputazione, né processo, tanto meno esame o riesame giudiziario o possibilità di confrontarsi con un avvocato o un giudice. Le autorità considerano i Laogai fonte inesauribile di manodopera gratuita e utilizzano continuamente il lavoro forzato per accrescere la produttività e i profitti. Il dumping si arricchisce anche di questo aspetto mortificante e liberticida. Si lavora 16 ore al giorno, in assenza totale di sicurezza e di igiene. In Cina è illegale avere un fratello o una sorella. Per sposarsi e avere un figlio è obbligatorio avere una licenza speciale. Questa pianificazione familiare imposta per legge è causa di migliaia di aborti e sterilizzazioni forzate. Alcune immagini spettrali consultabili su internet fanno vedere feti e bambini, formati e abortiti, gettati sui marciapiedi come fossero rifiuti di cui liberarsi, anche per sottrarsi alle punizioni del regime comunista. Altro capitolo triste che Romano Prodi ed Emma Bonino si sono dimenticati di trattare nel loro viaggio a Pechino, Nanchino e Shangai è quello relativo alla pena di morte. I reati punibili con la pena capitale sono oltre 60, ovviamente comprensivi di quelli politici e le modalità delle esecuzioni mediante fucilazione sono terribili perché si costringono familiari e scolaresche ad assistere all’evento criminale; infine occorre precisare che le pallottole usate sono a carico del condannato. Sul numero di esecuzioni c’è incertezza perché esiste in materia il segreto di stato, ma alcuni componenti del PCC avrebbero confessato numeri impressionanti: 10.000 persone uccise ogni anno. A questa pratica si aggiunge quella dell’espianto degli organi e della loro vendita sul mercato internazionale, per il 95% provenienti proprio dai condannati a morte. Anche su questo c’è il segreto di stato, però il 3 dicembre 2005 il ministro della salute ne ha ammesso l’esistenza su The Times.
In queste condizioni di assenza totale di democrazia e libertà il presidente del Consiglio ha dichiarato inopinatamente che il governo italiano è favorevole a togliere l’embargo sul commercio delle armi introdotto dall’Europa dopo la sanguinosa repressione di piazza Tienanmen del giugno 1989. Nella risoluzione adottata nel dicembre 2003 il Parlamento europeo riteneva che la Cina dovesse dimostrare di aver compiuto progressi significativi nel campo dei diritti umani prima che l’Unione europea potesse prendere in considerazione una revoca dell’embargo sul commercio delle armi. Negli anni seguenti sono state approvate numerose altre risoluzioni sulla Cina: violazione diritti umani e libertà di religione (8 settembre 2005), sui rapporti con Taiwain (28 aprile 2005), sulla relazione annuale sui diritti dell’uomo nel mondo (fine 2005), sul Tibet, ecc. Anche quest’anno il Parlamento europeo ha approvato a larghissima maggioranza (351 voti favorevoli, 160 astenuti e 48 contrari) una risoluzione nella quale l’Unione europea non deve revocare l’embargo (7 settembre 2006: poche settimane prima che Prodi dichiarasse l’esatto opposto), recependo anche le preoccupazioni espresse dai paesi confinanti con la Cina, i quali dichiarano che da metà degli anni ’90 la potenza asiatica incrementa ogni anno per cifre a due numeri le spese militari. Al riguardo occorre ricordare oltretutto che l’Italia ha comunque una legge, la 185/90, che stabilisce il divieto di forniture belliche verso i paesi i cui governi sono responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti dell’uomo. Quindi siamo nel paradosso che, casomai l’Unione europea dovesse decidere di accogliere l’appello del Presidente del Consiglio italiano, comunque le nostre industrie non potrebbero legalmente procedere all’esportazione di armi verso la Cina in forza della legge 185. Quindi la proposta è davvero stravagante perché, oltre a non essere condivisibile perché non credo sia interesse dell’Italia e del mondo occidentale dotare un paese - dove vige una dittatura sanguinaria - di armamenti e alte tecnologie militari, se fosse accolta favorirebbe le industrie belliche inglesi, francesi e tedesche, libere da vincoli normativi nazionali.
Queste sono le molteplici ragioni per le quali nella mozione 1/2006 si chiede al Governo italiano di non intraprendere azioni sull’Unione europea per giungere alla revoca dell’embargo sul commercio di armi con la Cina.
Ci sembra davvero paradossale che un paese dalle grandi tradizioni, ma comunque attanagliato nella morsa del comunismo, dove non esiste libertà d’informazione, dove l’accesso a internet è censurato, dove non esiste la libera circolazione delle persone, che si macchia ogni giorno di crimini efferati, che si è anche di recente distinto per l’omicidio a freddo eseguito dai soldati cinesi di stanza in Tibet verso un civile, che è il principale inquinatore del pianeta, che esegue migliaia di condanne a morte l’anno comminate oltretutto attraverso processi sommari, che interna 5 milioni di cittadini nei campi di lavoro forzato, i Laogai, che non riconosce i più elementari diritti umani, civili, religiosi e politici, che sfrutta i bambini e le donne nelle fabbriche e nel lavoro nero, che è il più grande contraffattore di marchi occidentali, che ha ferocemente costruito un’alleanza dagli esiti micidiali tra comunismo e liberismo le cui conseguenze vengono pagate dall’uomo, possa essere rifornito di armi dall’Italia e dall’Europa. Ci è sinceramente bastata l’inedia della comunità internazionale dopo la repressione della protesta culminata con gli episodi di piazza Tienanmen e se di qualcosa l’Italia deve parlare nei rapporti diplomatici con la Cina non è certo su come far giungere armi a Pechino che Pechino userà fatalmente contro il dissenso e contro i paesi confinanti, amici dell’occidente, ma dell’inaccettabile condotta antidemocratica, violenta, spregevole con la quale il regime comunista calpesta sistematicamente i diritti dell’uomo. Spero che il Parlamento italiano, ripudiando le dittature e i regimi totalitari, sappia riparare - approvando questa mozione - alle colpevoli distrazioni del suo Governo… provvisorio.
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