| da
Il Giornale
LE
TERRE DELLA GUERRA D'AFRICA
Nel
deserto di El Alamein a <<scuola di
comunità>>
GIANMARCO
CHIOCCI
nostro inviato a El
Alamein (Egitto)
<<La
grandezza eroica ha il privilegio di lasciare
il vestigio nell'aria che più non
occupa, oltre che nel suolo ove stette abbattuta...>>.
Il vento caldo accarezza la sabbia dorata
arrossita dal sangue dei nostri padri. A
sessant'anni dall'epica battaglia africana
di El Alamein c'è chi si commuove
sfoderando D'Annunzio anziché i generali
Rommel o Montgomery.
C'è chi, scalando in silenzio le
dune ormai prossime al sacrario con le spoglie
di 4.634 caduti, in una semplice citazione
condensa il senso, il significato profondo,
di una iniziativa meritoria senza reducivismi
esasperati e saluti romani. Siamo a 120
chilometri da Alessandria d'Egitto, a 11
dal cippo che rammenta al reduce e al viandante,
come ai coraggiosi italiani morti per la
patria, e dalla patria vilmente accantonati,
<<mancò la fortuna, non il
valore>>.
Una frase impressa a vernice su un pezzo
di pietra. A imperitura memoria. Per non
dimenticare. <<Perché un popolo
senza passato non ha futuro>> scandirà
da lì a poco uno dei promotori, il
consigliere regionale in An, Fabio Rampelli,
accompagnato dall'assessore alla provincia,
Marco Clarke.
Ed è proprio questo il senso, il
significato, del viaggio organizzato dall'associazione
romana Carpe diem che ai suoi giovani aderenti
riuniti a centinaia nel progetto <<scuola
di comunità>>, nei giorni in
cui la cinematografia ha reso (male) onore
ai parà della Folgore o ai carristi
dell'Ariete, nell'anno in cui un presidente
della Repubblica ha reso (finalmente) onore
ai connazionali snobbati dalla stoirografia
di regime, sintetizza così il ritorno
al passato. <<Noi siamo qui a giurare
che ricomporremo la nostra memoria fino
a costruire una "storia condivisa",
che sapremo onorare i nostri caduti, che
non consentiremo più di anteporre
l'interesse di partito a quello di Patria,
di dimenticare - per calcolo idiota e sballato
- chi ha versato il sangue in tributo dei
vivi, per senso del dovere o per amore.
Di chiunque si tratti e qualunque sia il
colore della casacca che porta addosso>>.
Un piccolo gesto di grande valore, quello
portato in Egitto dai giovanissimi e dai
lori padri partiti dalla capitale per scendere
dai quattro pullman sulla litoranea per
Marsa Matruh. Una esperienza da ripetere.
Da raccontare. Da leggere così come
ha fatto Giorgia scandendo aforismi nel
camposanto degli ascari, gli indigeni in
divisa caduti al fianco degli italiani.
O come hanno fatto altri virgolettando a
voce alta frammenti di vita, di guerra,
di morte, estrapolati dalle motivazioni
delle medaglie d'oro per ineguagliabili
atti di coraggio.
Mozziconi di storia inframezzate dai silenzi
emozionali nelle voci di Andrea, Nicola,
Leonardo, Sabrina, Gloria, Federico. E di
Francesco a cui la sorte, in pellegrinaggio
d'Egitto, ha imposto uno sforzo doppio:
ricordare la memoria collettiva e quella
di famiglia, di uno zio ventiquattrenne
che trovò la forza di tuffarsi in
prima linea per soccorrere il suo superiore,
accasciato in una buca, trafitto dal piombo,
spacciato. Non lo abbandonò mai,
morì con lui. Senza retorica, con
la nostalgia dei buoni sentimenti oltreché
<<dei valori sacri su cui si sono
formate
generazioni e generazioni",
gli associati hanno accompagnato le preghiere
ai racconti eroici, gli interminabili minuti
di silenzio con un tricolore disteso per
trenta metri alle spiegazioni geopolitiche
sulle strategie belliche fra giugno e il
novembre del 1942. E poi passaggi alla base
italiana di <<Quota 33>> che
fu casa-base per chi si dedicò alla
straziante catalogazione delle spoglie ,
e ancora manciate di sabbia tirate su da
ogni singolo escursionista in ampolle trasparenti
supportate da questo testamento di un giovanissimo
d'allora <<El Alamein è lo
spirito di quegli eroi che tali sono e che
tali rimarranno nel tempo. Dopo
tanti anni ci sono ritornato, ho camminato
ancora per confondere i ricordi e le lacrime
con la sabbia infuocata>>. Non c'è
tempo, nè voglia di comizi. Al più
giovani i capi delegazione spiegano che
si è venuti fin qui, con animo esplorativo,
a celebrare l'amore ritrovato di quei ragazzi
(<<e che nessuno osi più disperderlo>>)
più che il loro, indiscusso, indiscutibile,
valore militare. Un amore che non conosce
nazionalità e che si accompagna a
sentimenti universali quali l'onore, la
fede, la tradizione, la patria. <<Noi
torniamo qui perché è qui
che si rigenera il futuro>> sussurra
Fabio Rampelli. Concetti che riecheggiano
cristianamente nell'omelia del cappellano
sin dentro la torre ottagonale in avorio
voluta dall'ufficiale degli alpini Paolo
Caccia Dominioni. Il sole è al tramonto,
il vento soffia più forte. L'uno
e l'altro irrompono dalla porta del sacrario.
Sembrano dar voce all'aldilà, fantasmi
della Folgore. Scherzi da brivido tipici
di El Alamein. La messa è finita.
Alle spalle del sacrario lasci il deserto
dei ricordi. Davanti incroci il mare blu
sfiorato da un gabbiano. Una bella immagine,
fra passato e futuro.
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EL ALAMEIN -
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