Intervento Rampelli sul decreto Bersani
Seduta del 13 marzo 2007
 
FABIO RAMPELLI. Presidente, colleghi, illustre rappresentante del Governo, è sinceramente misterioso il provvedimento che ci troviamo ad affrontare, così come del resto - e in tanti la pensiamo allo stesso modo - ritengo assolutamente misteriosa la ragione per la quale il Governo Prodi, piuttosto che affrontare i nodi nevralgici del nostro sistema paese, si avventuri in provvedimenti che non si capisce bene quali risultati potranno mai raggiungere per l'Italia e per i cittadini, anche quando pomposamente vengono intitolati alla tutela dei consumatori.
È misterioso perché tutti quanti, al di là delle parti che recitiamo in quest'aula, quando tra noi ci si incontra nelle Commissioni, nel Transatlantico, nei corridoi, manifestiamo tutta intera la nostra perplessità in ordine a gran parte dei provvedimenti, che poi giungono in Assemblea per essere convertiti in legge, come nel caso di questo decreto-legge. Sono perplessità trasversali, che vanno al di là della destra e della sinistra e che si giustificano con l'improbabilità di vedere anche soltanto avvicinati i risultati dichiarati da Bersani e dai suoi sostenitori più accaniti.
Certo, a ben vedere, queste evidenze si manifestano oggi perché qualche decennio è trascorso dagli anni Settanta, dallo scontro civile, dalla cosiddetta lotta di classe, quando questa infervorava gli animi e magari offriva qualche cattivo servigio ai destini del nostro popolo. Sono passati decenni, ma la memoria può farci compagnia nel tentativo di approfondire le ragioni imperscrutabili per le quali un ministro che rappresenta il punto di cerniera con Confindustria, ancorché proveniente dal Partito comunista italiano, possa letteralmente inventare delle norme così sconclusionate e così poco efficaci. All'epoca era evidente - è una parola ricorrente in questo Parlamento e anche io la voglio usare, anzi abusarne - uno scontro apparente tra un certo proletariato, un mondo che stava alla soglia della povertà o confinante con questa soglia, e un mondo ricco, il capitalismo nostrano, rappresentato da tante grandi aziende che sono diventate poi, con l'aiuto dello Stato, dei veri e propri monopoli economici, in Italia e talvolta anche oltre i confini nazionali. Da un lato, si manifestavano gli scontri davanti alle fabbriche, gli scioperi, le stagioni di intolleranza, di odio e, per carità, anche di confronto, con tentativi di giungere a una qualche determinazione migliore rispetto alle conquiste sociali che già si conoscevano; ma insieme a questo scontro vi era una evidente capacità da parte del sistema di rigenerarsi e vi era un punto di contatto tra quei movimenti, quelle proteste organizzate e quella triplice sindacale, che monopolizzava la rappresentazione degli interessi dei lavoratori e i grandi potentati, appunto la parte peggiore, il vertice di Confindustria.
Ho voluto fare questo passaggio veloce, rammentando un pezzo della storia del nostro paese in poche frasi, solo per sforzarmi di comprendere in presa diretta quale possa essere oggi la ragione di questo mutamento di scenario.
Vedo ancora oggi la conferma di questo scenario: da un lato, la sinistra cerca di sollevare - non voglio dire di sobillare - alcuni interessi deboli e diffusi; dall'altro, gioca allo scavalco, rilancia e chiude accordi con i poteri forti. È incredibile a dirsi, ma è una storia che oggi noi guardiamo clamorosamente con distacco dalla prospettiva di Alleanza Nazionale e non solo da quella del centrodestra, vale dire da una prospettiva di una destra sociale e popolare, radicata in modo interclassista in tutte le fasce sociali, quindi, presente anche in quelle aree fin qui testimoniate e raccontate.
È incredibile che oggi la sinistra, in quest'epoca di seconda Repubblica, in cui ha la possibilità di manifestarsi attraverso un Presidente del Consiglio ed alcuni ministri targati e marchiati profondamente a sinistra, non voglia o non sappia - ma penso che sia più un problema volontà che di incapacità - affrontare il nodo del rapporto di questa nostra nazione con i poteri forti. È incredibile che si abbia il coraggio - direi proprio la sfrontatezza - di affrontare per la seconda volta, attraverso un decreto, il meccanismo delle cosiddette liberalizzazioni per partorire il topolino, anche se in modo pomposo e inopportuno denominato «lenzuolata».
È incredibile - lo ripeto: incredibile - che la sinistra, dopo aver navigato lungamente sui marosi della lotta di classe, una volta arrivata al potere e quindi nelle condizioni di gestire e indirizzare i poteri economici lungo la linea di rotta degli interessi della collettività, letteralmente si genufletta, impedisca i processi di vera liberalizzazione e aggredisca delle categorie, che sono da un punto di vista sociale molto vicine a quel proletariato, che forse si ha la presunzione ancora oggi di difendere ed interpretare.
Può mai una liberalizzazione passare per i provvedimenti assurdi, che hanno già colpito i panificatori e hanno tentato di colpire - ed in parte hanno colpito - i tassisti e che oggi colpiscono i parrucchieri piuttosto che i gestori di autoscuole e le guide turistiche? Siete senza vergogna, perché a tutto c'è un limite!
Penso che, quando si vuole attivare un processo riformatore di un certo livello, bisogna cominciare dalla testa e non dalla coda. Si potrebbe forse anche giungere alle categorie or ora menzionate, ma non si può cominciare da queste, perché questo in gergo sanitario potrebbe essere definito come accanimento terapeutico nei confronti di un ceto medio o - se preferite - di un ceto prevalentemente medio-basso, che ha già difficoltà evidenti e che voi state colpendo forse per un'altra ragione, anch'essa di origine culturale. I vostri noti strabismi politici non vi fanno vedere quelle ragioni culturali, che ho già menzionato e che vedono e prevedono, in questa parte di mondo organizzato nella prospettiva del lavoro, un mondo libero ed autonomo, non sindacalizzabile, che non può conoscere - e non conoscerà - logiche di intruppamento e non sarà fedele a nessuno poiché non dipenderà - come non dipende - da particolari clientele. Mi riferisco ad un mondo che combatte, come Davide contro il gigante Golia, contro i poteri forti e contro la logica dei monopoli a cui voi, Presidente del Consiglio - che è assente - Governo e colleghi della maggioranza volete propinare una logica monopolistica in molte circostanze.
Potremmo citare - e lo faremo diffusamente, quando sarà il momento di affrontare i singoli emendamenti - il comma 4 dell'articolo 10, vale a dire la grande trappola che investe - pensate un po', pensate un po'! - le guide turistiche. Un grande monopolio! Il capitalismo, i poteri forti, i potentati economici si manifestano notoriamente attraverso le piccole guide turistiche, diffuse sul territorio, che stanno lì, cercando di mettere insieme il pranzo con la cena, accogliendo turisti provenienti da tutto il mondo, tentando di promuovere il prodotto italiano, l'identità italiana, la memoria italiana. Ebbene, queste guide turistiche vengono inserite nel decreto-legge al nostro esame probabilmente per favorire qualcun altro: Pierreci o piuttosto Zetema, Civita o le centinaia e centinaia di grandi organizzazioni, che detengono l'autentica egemonia del prodotto culturale italiano e cercano di accaparrarsi - come è già accaduto in molti comuni italiani - la gestione di questo enorme patrimonio, che invece dovrebbe essere il più possibile centellinato, distribuito, messo nelle condizioni anche culturali, oltre che economiche, di sopravvivere alle stagioni di riorganizzazione del sistema.
Penso che questo provvedimento, in buona sostanza, sia patetico. Cari colleghi, lo è davvero. Non è la prima volta che lo diciamo. Anche i colleghi della maggioranza, quando sono stati opposizione, lo hanno rimproverato a noi. Noi ci siamo sforzati - in alcune circostanze abbiamo ottenuto qualche risultato: avremmo potuto far meglio, ci mancherebbe altro - di fare comunque grandi riforme, in quanto tali giustamente criticate dall'opposizione, dal mondo del lavoro, dalle categorie produttive, dal sindacato o dai sindacati, persino dal nostro sindacato. Abbiamo affrontato a viso aperto la stagione delle contrapposizioni sociali, quando siamo stati Governo, ma - vivaddio - valeva la pena di confrontarsi su quelle grandi riforme anche scontrandosi perché scuole di pensiero distinte e separate trovavano evidentemente in quelle riforme ragioni di confronto profonde, che forse sono riuscite persino a far crescere il livello del confronto tra maggioranza ed opposizione.
Oggi invece ci troviamo qui per l'ennesima volta - e non è un caso, non è un inciampo - a discutere di provvedimenti minimalistici, che non intaccano di una virgola il sistema. E ci viene il sospetto che siano figli della debolezza di questo Governo. È questo il punto.
Cari colleghi, «fuori registrazione» tutti quanti noi abbiamo potuto ascoltare da molti degli esponenti della sinistra - non solo di quella massimalista, ma anche del centro e del centrosinistra - giudizi critici verso la scelta, all'epoca, del candidato alla Presidenza del Consiglio, Romano Prodi. E discutendo del più e del meno, chi aveva il desiderio di essere sincero con se stesso diceva: «In questa situazione, in questo contesto storico la nostra coalizione può reggersi soltanto se individua comunque un candidato alla Presidenza del Consiglio - in caso di vittoria, un futuro Presidente del Consiglio - debole, debole, un minimo comune denominatore».
Il problema evidentemente è che un Presidente del Consiglio debole, un minimo comune denominatore, non è nelle condizioni di portare il paese al cospetto delle sfide di scenario, delle grandi prospettive che sono di fronte a noi e che l'Italia deve - in quanto dovere storico - affrontare con un capo e una coda, con una coerenza, con un bagaglio culturale di riferimento che possa impedire di fare scivoloni all'indietro, veri e propri capitomboli. Quando un Governo e un Presidente del Consiglio deboli affrontano il grande tema delle liberalizzazioni, non possono che portare all'ordine del giorno delle commissioni competenti - purtroppo soltanto una, perché le commissioni competenti non sono state interpellate - e dell'Assemblea provvedimenti che colpiscono parrucchieri, autoscuole, guide turistiche e panificatori.

PRESIDENTE. Deputato Rampelli, deve concludere.

FABIO RAMPELLI. In conclusione, penso che questo biglietto da visita si commenti da sé.
Vorrei fare un'ultima considerazione...

PRESIDENTE. Deputato Rampelli, deve concludere.

FABIO RAMPELLI. Signor Presidente, credo che la campanella segnali un altro minuto a disposizione. Quindi, mi sto avviando a concludere.

PRESIDENTE. In realtà, segnalava la fine del tempo a disposizione.

FABIO RAMPELLI. Signor Presidente, allora concludo. Un altro motivo di assoluto contrasto, che per noi rappresenta una vera e propria inaccettabile discriminazione sociale, è l'assoluta volontà da parte del Governo di non considerare alcune categorie, sebbene esse siano capaci di organizzarsi. Lascio la possibilità di sviluppare tale concetto ad altri esponenti di Alleanza Nazionale o dei gruppi della Casa delle libertà, che prenderanno la parola dopo di me. Non è possibile concertare soltanto con chi volete voi. O la concertazione, il confronto ed il dialogo sono princìpi indissolubili, oppure essi diventano una coperta con cui si copre soltanto la parte dove si ha freddo. Ritengo che questo sia iniquo, ingiusto e, in quanto tale, intollerabile (Applausi dei deputati del gruppo Alleanza Nazionale).



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