IL LUNGO VIAGGIO
Spunti per un dibattito sereno e per una crescita consapevole
Roma,
23 dicembre 2003
LA
STORIA E' LUNGA MILLENNI
La
storia dell'uomo è lunga millenni. Quando
pensiamo al nostro passato più recente
commettiamo subito l'errore di valutarlo come
fosse lungo al massimo un paio di secoli, come
fossimo persone nate in qualsivoglia epoca. Sarebbe
stato interessante poter dissertare delle Repubbliche
marinare, della grandezza di Venezia, delle guerre
d'Indipendenza, dell'Unità d'Italia dal
punto di vista di una generazione scaturita subito
dopo quegli avvenimenti. Invece ognuno ha la sua
memoria più recente che concorre a formare
la memoria storica globale e le generazioni nate
nel corso della seconda guerra mondiale, o subito
dopo, hanno il compito tragico di fare i conti
con i regimi dittatoriali e totalitari del '900,
cioè di relazionarsi con la pagina più
drammatica dell'umanità, il più
grande genocidio, il più ignobile atto
di cui l'uomo si sia macchiato da che ha messo
piede sulla terra. Quando si parla dei milioni
di ebrei deportati, internati, gasati, non si
ha di fronte un film, né un'astrazione,
non si può agire con il piglio del contraddittore,
citare le 'eccezioni': Perlasca, Farinacci, Buffarini
Guidi, i gerarchi che si sono dichiarati contro
le leggi razziali del 1938 (allegato 3), o quelli
che - come Evola - cercavano la 'via italiana
al razzismo' invocando la discriminante spirituale
invece che quella biologica, quelli che hanno
nascosto gli ebrei nelle loro case... Inezie.
La tragedia immane che ha attraversato l'Europa
in quegli anni pretende una lettura responsabile
e consapevole, dura e realistica, e non ammette
eccezioni, né intellettualismi, che rischiano
di suonare come squallidi orpelli giustificazionisti.
Occorre osservare le immagini di quei corpi straziati,
di anziani, di donne, di bambini, accatastati
a migliaia e migliaia, come fossero di cartapesta,
e domandarsi: perché? Cosa può mai
giustificare una così indegna carneficina?
Fossero stati i cadaveri di cupi stragisti, di
osceni pedofili, di involuti cannibali probabilmente
ci saremmo incupiti lo stesso, ma si trattava
di persone innocenti che professavano una religione
diversa dalla nostra. Ebrei. Sterminati dai nazisti,
perseguitati dai fascisti, maltrattati dai Papi,
ghettizzati dal popolino, trucidati dai comunisti.
Qualcuno pensa di essere furbo, svicola e si disimpegna
dal tema dicendo che "se tutti gli sono andati
contro una ragione ci sarà…",
un atteggiamento pericoloso. "Una ragione
ci sarà"… e ci hanno ammazzato
qualche decina di ragazzi negli anni '70, nel
silenzio generale. Dobbiamo mostrarci all'altezza
di quell'orrore, il più grande della storia
dell'umanità, che il destino ha fatto cadere
addosso a chi, come noi, si ispira a una concezione
del mondo tradizionale e spirituale, ma ripudia
la dittatura. Purtroppo agli italiani del terzo
millennio, la storia potrebbe non riservare il
grande slancio di passione di stagioni passate,
la costruzione di un evento epocale da lasciare
in eredità a chi verrà dopo; né
un impero vasto come mezzo mondo, né l'era
affascinante del misticismo cristiano, né
quella esaltante dell'indipendenza dall'invasore.
Ma la nostalgia è un nobile sentimento
che non ha nulla a che fare con la storia e la
politica.
Certamente siamo coloro che devono portare il
fardello del '900, come Adamo anche noi ereditiamo
questa sorta di "peccato originale"
e non possiamo dire: "è colpa di Eva",
sarebbe puerile, né possiamo svignarcela
con iniziative individuali o dichiarando che "non
eravamo nati": sarebbe una fuga dalla storia,
che è fluire dei cicli e non episodio personale.
Dobbiamo prenderci addosso questo peso, se ce
ne vogliamo liberare attraverso una catarsi purificatrice.
ISTINTO
DI LIBERTA'
Sappiamo
bene che nessuno di noi cova sentimenti razzisti,
sappiamo che di razzisti e antisemiti ce ne erano
in numero assai esiguo già nel Msi di Almirante
(che ripudiò le leggi razziali qualche
decennio fa). Ma nessuno è riuscito a comprendere
fino in fondo, interiorizzandolo come un dato
cromosomico, che noi siamo anche figli dell'olocausto.
Noi più di tanti fascisti eccellenti come
Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini, Amintore
Fanfani ed Eugenio Scalfari, che scrivevano nel
ventennio articoli deliranti sulla superiorità
della razza e che poi sono diventati dei totem
dell'antifascismo. Loro hanno rotto il cordone
ombelicale, si sono 'pentiti', cambiando schieramento,
rinnegando la concezione del mondo cui s'ispirò
il regime, noi no. Noi riconosciamo le assurdità
del ventennio, tra cui quelle scritte dai futuri
antifascisti, ma non cambiamo schieramento, né
ripudiamo il nostro sistema di valori.
Deve essere chiaro, inequivocabile, che tutto
quanto di positivo possano aver realizzato i regimi
totalitari si vanifica di fronte alla soppressione
delle libertà elementari dell'uomo e alla
violenza cieca e sterminatrice. Solo un chiaro
e netto giudizio di condanna verso gli orrori
del Novecento può consentire il recupero
delle sue pagine positive. L'uomo è nato
con l'istinto di libertà e i suoi bisogni
primari sono la possibilità di nutrirsi
e quella di vivere senza coercizioni; il resto,
tutto il resto, viene dopo. Un sistema che impedisce
il libero esercizio della parola scritta e parlata,
della manifestazione del proprio credo politico
e religioso è contro la natura dell'uomo
e va combattuto. Si potranno finalmente apprezzare
le conquiste del ventennio, da parte di tutti
gli italiani e non solo da parte di coloro che
si sono dichiarati per decenni eredi del fascismo,
(pensiamo alla riforma agraria che ha strappato
i contadini allo sfruttamento dei latifondisti,
alla previdenza sociale, all'Opera maternità
e infanzia e al ruolo prioritario della donna
nella società, alle città fondate
e alla bonifica pontina, alla città dello
sport, alla città del cinema, agli sventramenti
e ai grandi restauri, alle leggi di tutela dell'ambiente
e del paesaggio, allo sradicamento della mafia
e della massoneria) se la storicizzazione del
fascismo sarà completa e nessuno avrà
l'idea stravagante di volerlo 'restaurare' politicamente.
LA
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
Per
noi il passato ha un ruolo centrale. La nostra
cultura si fonda sulla memoria storica, l'identità
e la tradizione ne sono il prodotto. La nostra
proiezione nel futuro dipende dal rapporto corretto
con il nostro passato. Se saremo capaci di rappresentarlo
in un legame limpido e senza ambiguità,
la proiezione nel futuro sarà cristallina.
Noi viviamo la Rsi come un'epopea romantica, e
così è stata per molti giovani volontari
che andarono a Salò per lavare l'onta del
tradimento e salvare l'onore d'Italia, vergognandosi
dell'improvviso cambiamento di alleanza effettuato
dal Re. Sapevano che la guerra era perduta, che
ormai il rovescio era iniziato, ma scelsero la
'bella morte' e se ne fregarono del resto. Una
scelta morale ed esistenziale di fronte alla quale
s'inchinano perfino Luciano Violante e Giampaolo
Pansa, ora che taluni argomenti hanno perso il
significato politico strumentale per essere consegnati
alla storia. Ma la Rsi era anche l'anarchia della
guerra civile, il caos dei soldati il giorno dell'armistizio
immortalata nell'immagine contraddittoria di Alberto
Sordi in un noto film che grida "tutti a
casa"; alcuni combatterono con i tedeschi,
altri con gli anglo-americani, molti s'imboscarono.
Fascisti che andavano a Sud per rispettare gli
ordini di ciò che restava dello Stato italiano
e semplici italiani che andavano a Nord per non
dover sentire - fino a decenni e decenni oltre
quella guerra - che il nostro è popolo
di codardi e voltagabbana. E ancora, la resa dei
conti all'interno del fascismo repubblicano tra
le sue varie anime. C'era chi sparava addosso
ai nazisti per difendere l'Italia dal potenziale
colonizzatore tedesco, chi sparava addosso ai
partigiani che volevano abbattere il fascismo
e aprire la strada agli occupanti anglo-americani,
chi resisteva stretto tra due fuochi comunisti
(slavo e nostrano) nel tentativo di impedire la
conquista titina di Trieste e Venezia, chi aiutava
i nazisti a caricare i treni per portare gli ebrei
nei campi di sterminio e chi nascondeva gli ebrei
per non farli portare nei campi di sterminio.
Ma nessuno può dimenticare, ecco il tormento
che torna, che la pregiudiziale antisemita era
nel documento fondante della Rsi (allegato 3).
Non si scappa. Un conto è il pensiero gravido
di pathos, il giudizio morale che abbiamo rivolto
ai repubblichini che s'arruolavano per morire
da patrioti, e a coloro che, nel nome di un'idea,
hanno scelto la coerenza nel suo declino, altro
è il verdetto di condanna, inequivocabile,
che si deve emettere nei confronti della pagina
antisemita di quell'esperienza politica e statuale.
Anche in questo caso, se saremo chiari nel giudizio,
potremo recuperare alla memoria collettiva la
bontà di alcuni dei 18 punti di Verona,
tra cui la socializzazione delle imprese e le
case a riscatto.
LA
DESTRA MODERNA CHE SI APRE SENZA PERDERSI
Perfino
Giorgio Almirante, l'uomo che condusse la destra
nei marosi del partito neofascista, che avrebbe
potuto restare fermo alla testimonianza perché
sufficiente per raccogliere i voti che bastavano
a esistere, fece la scelta atlantista e sionista,
condannò l'Olp e prese le distanze dal
mondo arabo, vietò il saluto romano e la
croce celtica, ripudiò le leggi razziali,
realizzò prima la Destra nazionale e poi
la CdL (Costituente di Destra per le Libertà)
facendovi entrare, tra gli altri, il deputato
democristiano Agostino Greggi, il filosofo marxista
Armando Plebe, l'Ammiraglio - di estrazione liberale
- Birindelli, Vito Miceli, in forza ai servizi
segreti e i monarchici di Coviello. Tutti antifascisti.
Cercò disperatamente l'apertura, la modernizzazione,
il futuro. Nonostante fosse condannato a vivere
di passato remoto. Gianfranco Fini ha il dovere
di completare il percorso che fu di Giorgio Almirante
e di garantire alla destra non solo la possibilità
di stare al governo, ma anche quella di guidarlo
in prima persona. L'Italia guidata dalla destra,
dai suoi valori, è un altro scenario immaginifico
che dobbiamo rendere concreto e reale.
Gianfranco Fini risponde alle domande a Gerusalemme
(allegato 1), mentre trova davanti a sé
quelle immagini strazianti e vede scorrere in
un solo attimo il passato neofascista. Ricorda,
forse, di quei 'furbastri' che parlavano - ce
ne erano diversi nel Msi - della 'fandonia di
Auschwitz' e di quella pubblicistica negazionista
che si ostinava a produrre fantomatiche prove
sull'invenzione della shoah. O, più semplicemente,
ricorda di quando, per battere il repubblichino
Rauti nei congressi del dopo-Almirante e fino
a pochi giorni prima della svolta del '93 (quando
si candidò a Sindaco di Roma), nella quale
doveva obbligatoriamente intercettare tutti i
voti dei moderati, si lasciò andare a dichiarazioni
stile "Fascismo del 2000" o "Mussolini
più grande statista del secolo". Proclami
comprensibili solo nel clima e nella logica di
quei congressi, dove una comunità politica
chiusa ed emarginata dalla vita del resto della
nazione si confrontava in un passaggio di consegne
storico. Sostituire al vertice del partito un
personaggio carismatico come Giorgio Almirante
non era compito facile, ed entrambi gli sfidanti
combatterono una battaglia durissima, all'ultimo
voto, nella quale il peso della razionale esposizione
di un programma politico era nettamente inferiore
a quello rappresentato dalla capacità di
evocare sentimenti e passioni profonde. E le corde
dei sentimenti nel Msi non potevano essere che
quelle; anche se la candidatura del giovane Fini
era stata voluta e sostenuta proprio per proiettare
la destra nel futuro, con un Segretario nazionale
che per ragioni anche solo anagrafiche non poteva
essere coinvolto personalmente dalle colpe del
fascismo. Chi ha vissuto quei congressi sa che
il livello di reducismo, nostalgismo e apologia
raggiunti era superiore a quelli degli anni '50
e '60 (dove quasi tutti i delegati erano reduci
per davvero). E' del tutto ovvio che con il peso
di certi giudizi e di certe valutazioni la "lista
degli esami" per Fini - e quindi per tutta
la destra - non poteva che essere lunga, dolorosa,
a tratti persino umiliante. Se la destra avesse
fatto autonomamente, quando non era sotto esame,
quando non glielo imponeva nessuna circostanza,
le sue serene valutazioni e la sua doverosa autocritica,
si sarebbe potuta presentare pronta all'appuntamento.
Pochi avevano affrontato e risolto questo problema
con netto anticipo, spesso pagandone il prezzo
all'interno, accusati da alcuni di essere "antifascisti"
perché condannavano il nazismo, o di perdere
l'identità perché non facevano saluti
romani, guardati con sorpresa perché espellevano
gli antisemiti e i razzisti dalle sedi. Si giunse
all'incredibile paradosso per il quale un personaggio
di primo piano di An vietò per ragioni
di opportunità la celebrazione di un'"assemblea
antirazzista" (questo era letteralmente il
titolo) nella sede di Colle Oppio, voluta a causa
di una serie di aggressioni che si consumarono
nella zona contro extracomunitari. L'assemblea
si tenne ugualmente, parteciparono Monsignor Luigi
Di Liegro della Caritas diocesana, il diccì,
attuale presidente della Provincia di Roma, Enrico
Gasbarra e il verde, oggi deputato della Margherita,
Roberto Giachetti; ebbe un grande successo, rappresentò
i primi tentativi di dialogo e lasciò un
segno indelebile dentro il Movimento sociale italiano
dell'epoca. Così come fece scalpore la
lettera consegnata dagli studenti universitari
romani al rabbino capo Toaff all'apertura dell'anno
accademico '92-'93 dopo che la stella gialla di
David fu apposta nottetempo sulle serrande dei
negozi di cittadini ebrei.
LE
COLPE DELLA SINISTRA
Una
delle conseguenze del viaggio di Fini in Israele
e dell'intero percorso della destra italiana da
Fiuggi a oggi è rappresentato dal forte
imbarazzo che - a questo punto - ristagna a sinistra.
Sarebbe infatti utile e necessario che anche dai
figli dell'ideologia marxista venisse attuata
concretamente una condanna per i crimini compiuti
dal comunismo in Italia e nel mondo. Gli esempi
di certo non mancano, si tratta di decine di milioni
di morti: le foibe, i gulag, il triangolo rosso,
le stesse violenze inaudite perpetrate nei confronti
degli ebrei (di cui, chissà perché,
si parla sempre poco). Ma anche il dramma delle
popolazioni assoggettate oggi ai regimi comunisti
in Cina, a Cuba, nella Corea del Nord, dove non
esiste il minimo barlume di democrazia, vengono
calpestati i più elementari diritti umani
e gode ottima salute la pratica della pena di
morte.
Ma nell'altra 'metà campo' c'è reticenza
a effettuare autocritica, per la ragione elementare
che esistono due partiti che s'ispirano esplicitamente
al comunismo, fino a portare la falce e martello
nel simbolo. Se la sinistra non sarà all'altezza
di promuovere questo percorso di revisione e di
presa di distanza autentica, non avrà possibilità
di affrancarsi mai e fino in fondo dagli orrori
del comunismo e finché Bertinotti si farà
fotografare con il Comandante Marcos armato di
mitra e cartucciera e non ci sarà la forza
di recarsi a Porzus, a Bassovizza, in Siberia,
a Piazza Tienamen, a Piazza San Venceslao a Praga
(dove si diede fuoco il dissidente Jan Palach),
ai piedi del muro di Berlino (dove i Vopos trucidarono
i tedeschi che tentavano di rifugiarsi nella Germania
dell'Ovest), la sinistra avrà una spina
nel fianco permanente che ne metterà in
discussione la buona fede e la possibilità,
al pari di tutte le forze politiche, di contribuire
alla costruzione dell'Italia futura. La destra
deve, al contrario, essere orgogliosa di aver
fatto la sua parte per vincere gli steccati dell'ideologia,
per sconfiggere la guerra civile strisciante che
per troppo tempo ha impedito agli italiani di
sentirsi popolo. Non dobbiamo sentirci in affanno
o più fragili perché ci siamo liberati
dalle tossine del Novecento: soltanto chi possiede
un'identità forte può essere in
grado di chiudere i conti con il passato senza
smarrirsi. Questa asimmetria, semmai peserà
sui nostri avversari anche in termini di credibilità
politica, sarà destinata a restare per
la sinistra un problema irrisolto, un buco nero,
un'ipoteca.
Non si tratta, badiamo bene, di una ripicca, di
una partita tra destra e sinistra che non coinvolge
nessun altro, distante dagli interessi del popolo
italiano. Così come i passi impressi da
Fini alla politica nazionale fanno sentire oggi
quella che era la memoria della destra 'storia
di tutti', analoga operazione fatta da Fassino,
Bertinotti e Diliberto aiuterebbe a ricucire i
percorsi, fino a ieri così distanti, di
filoni culturali e ideologici che si sono spesso
sostituiti all'identità nazionale. Noi
dobbiamo chiedere che la sinistra compia questi
passaggi, non solo e non tanto per prenderci una
'rivincita', ma soprattutto perché da questo
dipende la definitiva composizione di quella storia
condivisa di cui l'Italia ha bisogno. Tale percorso
renderebbe la nazione più forte, meno ricattabile,
più autorevole sulla scena internazionale
e darebbe certamente a ogni cittadino un pizzico
di orgoglio e di senso d'appartenenza in più.
IL
PERICOLO DELLE STRUMENTALIZZAZIONI
Telegiornali
e quotidiani sparano titoloni sensazionali e frasi
mai pronunciate. "Fini condanna il fascismo
come male assoluto, la Rsi è una vergogna
nazionale". Un pugno nello stomaco. E' uno
di quei momenti in cui coloro che consapevolmente
aderiscono a un partito devono dimostrare di essere
all'altezza: bisogna lavorare per chiudere le
ferite, rassicurare, spiegare, dare - come si
suole dire - l'interpretazione autentica. Far
leggere a tutti il testo completo delle dichiarazioni
(allegato 2), affermare a chiare lettere che la
condanna espressa da Fini si riferisce alle "pagine"
che hanno contribuito alla discriminazione razziale
e allo sterminio, non a "tutto il libro".
Fare quadrato, non dare spazio alle versioni interessate
e maliziose dei mass-media e di tutto quel mondo
che non vede l'ora di seppellire la nostra esperienza
politica. Fini va difeso dalla lettura distorta
delle sue dichiarazioni. Non si può consentire
che al nostro "popolo" arrivi l'idea
che il "capo" li tradisce nei sentimenti
e nei valori più profondi: perché
allora dovrebbero continuare a restare, a lottare,
a crederci? Cosa ne ricevono in cambio? Fini non
era certo nelle condizioni di poter rettificare
o argomentare più di tanto, in quel luogo
e in quel contesto. Non poteva certo correre il
rischio di vanificare dieci anni di percorso e
di lavoro delle diplomazie internazionali per
dare il "buffetto" a qualcuno. E' la
classe dirigente che doveva e deve farlo. Fini,
tornato a Roma, non ha mancato di tornare sulla
questione e di offrire argomenti inoppugnabili,
che chiariscono senza ombra di dubbio quale sia
la posizione sua e di An. E se anche avesse commesso
un errore il giorno prima, i suoi interventi successivi
fanno giustizia di ogni discussione. Tranne per
chi non può o non vuole capire. Strepita
e sbatte la porta Alessandra Mussolini, urla furibonda
al tradimento Donna Assunta Almirante. Mentre
Francesco Storace organizza il dissenso. Il più
sobrio e il più credibile nella critica
è Mirko Tremaglia, che dimostra ancora
una volta la sua tempra. Tremaglia la Repubblica
l'ha fatta davvero. Lasciamo al loro destino la
Mussolini o Donna Assunta. La prima può
difficilmente essere qualificata come donna di
destra, il suo posto nel partito è un fatto
"onomastico", come dice Veneziani, e
dal partito - grazie al suo cognome - finora ha
ricevuto dieci anni di onorato seggio parlamentare
senza prima essersi mai impegnata politicamente…
altro che incompatibilità o discriminazione.
La seconda non è mai stata un soggetto
politico: le vogliamo tutti bene, come se ne vuole
ad una figura materna, ma la politica è
un'altra cosa. L'opposizione che sta preparando
Storace, invece, è da analizzare. Il governatore
sta cercando di rappresentare il risentimento
e la rabbia di centinaia di militanti, si erge
a difensore della storia e della memoria della
Rsi e del fascismo, condanna con forza le 'decisioni
verticistiche e oligarchiche' del presidente Fini,
rivendica il diritto al dissenso, chiede partecipazione
e discussione. Procediamo per gradi. Per ciò
che attiene alla rabbia dei nostri militanti riteniamo
che questo sia il modo peggiore per affrontarla
perché è evidente il rischio che
si avvii un meccanismo nocivo e bugiardo per la
nostra comunità. Il pericolo che si corre
è che la memoria storica e i valori della
destra missina divengano appannaggio di una corrente
minoritaria, proprio nel momento in cui Fini,
dopo averli fatti condividere - attraverso la
nascita di Alleanza nazionale - a tante persone
provenienti da altri partiti, l'ha inseriti nel
patrimonio dell'intera nazione. Oltretutto se
ciò accadesse, per deduzione, daremmo ragione
a giornali e tg nella versione dell'"abiura".
Dunque, se qualcuno dovesse tentare la strada
della strumentalizzazione dei sentimenti feriti
in alcuni di noi per ragioni di rendita interna,
per guadagnare qualche circolo, qualche consigliere,
qualche federazione e pesare di più negli
equilibri, deve trovare la reazione responsabile
e rigorosa di ciascun militante.
Altra cosa è la proposta di una lista civica
per le prossime elezioni regionali. Sarebbe difficile
non essere d'accordo, visto che in ogni elezione
amministrativa si sono affiancate ai candidati
a sindaco e a presidente di provincia aggregazioni
di questo tipo, ma la condizione per la nostra
comunità deve essere chiara: la lista civica
non deve avere connotazione politica, altrimenti
sarebbe impropria e ci danneggerebbe, perché
nei fatti rappresenterebbe un partito alternativo
ad An; una lista civica invece serve ad aggregare
quegli ambienti esterni ai partiti che si schierano
mal volentieri e deve affrontare tematiche amministrative,
non questioni politiche né problematiche
interne ai singoli schieramenti. Certamente la
sua presentazione effettuata nel corso di una
manifestazione di An a forte tasso polemico con
il Presidente Fini è stata impropria e
discutibile.
Sul 'diritto al dissenso' nessuno può eccepire
nulla. La dialettica interna è il sale
della politica e la partecipazione dal basso un
elemento fondante del nostro movimento. Semmai
desta una certa meraviglia che a evocare censura
e bavagli sia proprio chi - e non da oggi - ha
fortemente e costantemente esercitato il proprio
diritto di critica sia nei confronti del Presidente
Fini che verso il governo nazionale fino ad arrivare
all'organizzazione di incontri pubblici in aperta
competizione con l'esecutivo e, perfino, ai 'girotondi'
sotto i ministeri. Ci auguriamo che altrettanta
disponibilità a recepire il dissenso sia
dimostrata da chi oggi la richiede a livello nazionale.
Sulle decisioni verticistiche e oligarchiche va
compiuta una riflessione a parte. E nessuno, men
che meno a livello locale, è esente da
responsabilità. Tutto è migliorabile
ed è certamente giusto rivendicare maggiori
dosi di democrazia interna, di partecipazione
e di discussione. Su scala nazionale An è
dotata di diversi organi centrali: l'Esecutivo,
la Direzione, l'Assemblea; il primo, rappresentativo
di tutte le componenti, si riunisce con una certa
frequenza, il secondo e il terzo vengono convocati
mediatamente due volte l'anno. Ma esistono anche
gli organi periferici regionali e provinciali:
il Coordinamento regionale e l'assemblea regionale,
gli Esecutivi provinciali, ecc. Dire che a livello
nazionale gli organi si riuniscono poco e a livello
regionale non si riuniscono affatto è una
banale verità con cui tutti dovrebbero
confrontarsi prima di parlare. La capacità
di condivisione dell'attività di governo
regionale con la base è davvero scarsa
e deludente, sia per quello che attiene le grandi
tematiche, sia per ciò che riguarda le
attività amministrative ordinarie. Nel
corpo vivo di Alleanza nazionale non sono mai
entrate le discussioni sulla riforma dello Iacp,
sulla pianificazione territoriale e l'urbanistica,
sul piano del commercio e i nuovi ipermercati,
sullo smaltimento dei rifiuti, sui parchi, sulla
valutazione d'impatto ambientale, sulla riconversione
della centrale a carbone di Civitavecchia, sulla
portualità, sullo Statuto, sulla legge
elettorale, su Roma città-regione…
La base non ne ha parlato ma neppure un vertice
minimamente articolato, rappresentativo di tutte
le anime del nostro movimento, quale potrebbe
essere a livello nazionale l'Esecutivo. Evidentemente
sarebbe più saggio preoccuparsi di garantire
nel Lazio partecipazione, discussione, diritto
al dissenso, democrazia interna, prima di rivendicarli
a livello nazionale. Anche sul piano della democrazia
interna potremmo discutere a lungo. Non può
sfuggire infatti che il 100% dei ruoli amministrativi
e di partito regionali sono monopolizzati da una
sola componente, la qualcosa lascia più
di un dubbio sull'effettiva sincerità con
la quale oggi si pone il problema.
Per queste e altre ragioni i quadri intermedi
della nostra comunità dovrebbero in questi
giorni recitare il ruolo di intercettori dell'area
dei delusi, rifiutando ogni opposizione strumentale
alle dichiarazioni di Fini e ricucendo con gli
elettori quello strappo che è stato certamente
acuito dalla polemica interna.
PROSPETTIVE
Dopo
aver dimostrato di saper stare al governo, di
avere uomini adatti ad assumersi le responsabilità
e ad affrontare i problemi, ci sembra oggi più
giusto portare avanti quella verifica politica
su cui siamo impegnati da mesi nel tentativo di
aumentare il tasso di destra dell'esecutivo, piuttosto
che "incartarci" nell'esame della storia
passata. L'identità per una forza politica
che è alla guida della nazione si dimostra
con atti concreti e con una rigorosa priorità
nelle scadenze dell'agenda politica.
L'Italia continua ad avere bisogno di una destra
moderna, innovatrice, capace di recitare quel
ruolo di sintesi tra liberismo e socialità,
e di avere una posizione baricentrica nello scacchiere
politico nazionale, mantenendo una connotazione
di destra e riuscendo a rappresentare contemporaneamente
gli elettori dell'area conservatrice e cattolica.
Quello che dovrebbe essere chiaro a tutti è
che, se la nostra tradizionale fisionomia fosse
troppo accentuata saremmo immancabilmente condannati
a recitare un ruolo marginale, a non avere uno
spazio di crescita, a possedere un differenziale
culturale insufficiente per aspirare a guidare
l'Italia.
Il nostro compito è invece quello di costruire
il futuro della nazione, lanciarla nell'avventura
dell'unificazione europea, farla tornare protagonista
della storia e del proprio destino. Per riuscirci
servono una memoria condivisa e valori comuni.
Tutto quello che non c'è stato fino a pochi
anni fa. Abbiamo infatti avuto partiti e governi
che si fondavano sulla guerra civile strisciante,
sull'adesione a due modelli alternativi e incompatibili,
comunismo contro democrazie occidentali. La nostra
storiografia era ridicolmente ancorata al manicheismo
del dopoguerra. Oggi prende forma docilmente la
memoria condivisa, appunto, sulla quale si può
ricostruire l'identità di tutti gli italiani.
Senza questa missione, la destra non avrebbe nulla
da dire che non possano dire altri. La buona amministrazione
può appartenere a chiunque. E' importante
elaborare ottimi programmi, sviluppare l'economia
e l'occupazione, amministrare la giustizia, riformare
scuola e università… Ma tutto questo
deve essere innervato da una dimensione verticale,
che imprima profondità al progetto e conferisca
un obiettivo più elevato che lo trascenda.
Alleanza nazionale, attraverso le iniziative di
Fini (e non solo), sta provando a fare questo.
E' il movimento che in diverse occasioni si è
posto il compito di cucire i tessuti lacerati
della nostra nazione, proprio per darle un futuro,
per presentarla nel contesto internazionale con
la dignità che ha perso con l'8 settembre
e la guerra civile, il pacifismo comunista e l'ignavia
di molti governicchi democristiani.
Avremo
tradito davvero le nostre radici se non saremo
stati capaci di lasciare una traccia di noi nell'attuale
stagione di governo. Ma quella della destra di
programma è un'altra storia che non è
opportuno scrivere qui…
LA
DISCUSSIONE DI QUESTI GIORNI E' STATA FIN TROPPO
DURA E, PUR ESSENDO PASSATO IL DIBATTITO ORMAI
SU ALTRI CONTESTI, CI PREME RIPORTARE LE DICHIARAZIONI
AUTENTICHE DEL PRESIDENTE FINI NEGLI ALLEGATI
1 E 2, UNA SINTESI DELLE LEGGI RAZZIALI PROMULGATE
NEL 1938 E DEL TESTO DELLA COSTITUZIONE DELLA
REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA DEL 1943, INSIEME
AL PUNTO 7 DEL MANIFESTO DI VERONA NELL'ALLEGATO
3 E IL TESTO DELLE TESI DI FIUGGI (NASCITA DI
ALLEANZA NAZIONALE) NELL'ALLEGATO 4.
Copyright © by Fabio Rampelli - Alleanza Nazionale Lazio Tutti i diritti riservati. [ Indietro ] |