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Per
cominciare…
"Noi,
le civiltà, ora sappiamo che siamo
mortali. Avevamo sentito parlare di mondi
interamente scomparsi, di imperi colati
a picco con tutti i loro uomini e le loro
macchine; scesi nel fondo inesplorabile
dei secoli con i loro dei e le loro leggi,
con le loro accademie e le loro scienze
pure e applicate con le loro grammatiche,
i loro dizionari, i loro classici, i loro
romantici e i loro simbolisti, i loro critici
e i critici dei loro critici. Eravamo perfettamente
consapevoli che tutta la terra visibile
è fatta di cenere e che la cenere
ha pur qualche significato. Intravedevamo,
attraverso lo spessore della storia, i fantasmi
di navi immense, che un tempo furono cariche
di pensiero e di ricchezza. Non eravamo
nemmeno in grado di contarle. Ma, dopo tutto,
questi naufragi non ci riguardavano. Constatiamo
ora che l'abisso della storia è abbastanza
grande per tutti. Sentiamo che una civiltà
possiede la stessa fragilità di una
vita" .
Così
il poeta-saggista Paul Valéry descrive
la malinconica fascinazione che accompagna
la visione di civiltà finite, di
imperi caduti. È questo uno dei sentimenti
tipici degli intellettuali del Ventesimo
secolo, minato dalla coscienza della propria
caducità. Un'attitudine ben comprensibile
per chiunque, come Valéry, sia vissuto
a cavallo tra l'800 e il '900. Un periodo
costellato dall'esplosione delle rivoluzioni
nazionali, dallo scoppio della Prima Guerra
Mondiale, dalla fine dell'impero austroungarico,
dalla ascesa dei regimi totalitari europei
nazionalistici e collettivistici, dalla
tragedia della Seconda Guerra Mondiale e
dalla distruzione dell'Europa, dalla divisione
del mondo in due blocchi contrapposti, metafore
ideologiche del Bene e del Male.
Eppure oggi noi, figli forgiati nell'eredità
del Secolo breve, possiamo superare il dramma
di questa finitezza viaggiando attraverso
il tempo alla riscoperta della nostra identità
di popolo. È il senso del 'viaggio
interiore', di questo percorso nelle 'viscere
spirituali' che hanno costruito la Storia
di Roma che non è solo la storia
di una civiltà, ma della civiltà
occidentale, una storia finita, passata
ma mai distrutta, nonostante l'implacabile
passaggio dei millenni.
Oggi
noi siamo qui: non ci sono, per dirla con
Valéry, "imperi colati a
picco con tutti i loro uomini, con i loro
dei e le loro leggi". Nessuna "cenere"
impolvera Roma, se non la triste e volgare
contemporaneità di governanti inadeguati;
le sue vestigia, i suoi ruderi sopravvivono
come severo monito per chi non ha memoria,
avvertimento per chi ha la superbia di bastare
a se stesso.
Chi vive a Roma porta su di sé il
mito di Enea, il delitto di Romolo e il
solco che ha tracciato con l'aratro, la
responsabilità dei Cesari, la grandezza
degli anfiteatri, l'operosità dei
fori, la retorica dei giuristi, la sapienza
dei filosofi, il coraggio dei legionari,
l'ozio delle terme, l'ospitalità
della domus, l'ebbrezza dionisiaca dei circensi,
la lotta per la sopravvivenza dei gladiatori.
Oggi si torna a casa nostra: non certo per
rimpiangere la grandezza del passato - la
malinconia appartiene ai perdenti - non
per dissetare la nostra sete di cultura
o, almeno, non solo; non per passare due
giorni all'aria aperta e sgranchirsi un
po' le gambe dopo una settimana impegnata
nelle nostre stressanti occupazioni abituali;
si è qui per tornare alla sorgente
dove duemila anni fa ha zampillato l'acqua
pura della nostra identità.
Ma è sufficiente? Non per noi, perché
chi fa parte di una comunità ha sì
bisogno di approfondire e di sentire, di
conoscere e riconoscersi, di ripercorrere
sentieri interrotti e di sfatare luoghi
comuni, ma per essere davvero soggetti politici
è necessario, indispensabile 'sentirsi
parte di', identificarsi in un patrimonio
comune, 'appartenere a'. Solo così
ciò che abbiamo imparato e percepito,
compreso e interiorizzato può trasformarsi
in dono per gli altri e germinare.
Si può essere supremamente colti,
profondamente puri, ma se questa cultura
e purezza non sono messe a servizio degli
altri e della propria comunità nazionale,
cittadina o territoriale, ebbene si spreca
vita, si diventa enciclopedie ambulanti
solo per un gusto autoreferenziale e solipsistico.
Sterili: si diventa sterili pur citando
aforismi di Platone e pontificando sui trattati
di Toqueville. La ragione, (anzi il cuore)
di questa generosità che deve permeare
la vita di chi è impegnato in politica
sta in valori metapolitici, che affondano
in una visione spirituale dell'esistenza,
intrisa in una 'religiosità immanente'
che si attualizza nella realtà quotidiana.
Noi, in quanto essere umani, non apparteniamo
a noi stessi: non lo dice il Vangelo per
chi crede, non lo dice il Talmud o il Corano,
né lo dice Buddha; non lo dice la
Ragione illuminista, né lo dice lo
Spirito Romantico, non lo crede l'ateo,
né l'agnostico, né il laico.
Noi apparteniamo alla nostra storia rappresentata
dalla famiglia, come primo gradino di identificazione
e autoidentificazione sociale, dalla scuola,
dalla città, dalla patria. Quella
culla che ci fa dire "Ecco cos'ero
prima di nascere" . Per questo visitiamo
il cuore di questa città che ha fatto
la storia del mondo occidentale e che ha
condizionato gli sviluppi di quello orientale.
La grandezza di Roma antica non sta soltanto
nella sua portentosa capacità militare
ed espansionistica (dote oggi assai poco
imitabile), non soltanto nelle sue meraviglie
urbanistiche e nelle
invenzioni ingegneristiche che hanno dettato
legge al di là dei secoli e sorpreso
geni di tutti i tempi, diventando modello
nell'Italia Rinascimentale; la grandezza
di Roma sta nella sua completezza esistenziale
e politica, nella sua capacità di
diventare sintesi tra gli opposti, di essere
contemporanea, anzi moderna, nonostante
sia una civiltà plurimillenaria.
È la modernità di Roma a rappresentare
il faro di tutte le civiltà contemporanee
perché ha saputo fondare la sua origine
sul Mito (anche il Paese più pragmatico
del globo, l'America, non ha potuto prescindere
dal mito dei Padri Pellegrini e dalla Bibbia),
dominare il mondo con la spada ma governarlo
con il diritto. Roma ha creduto nei suoi
dei e seguito i suoi Re, ha conquistato
il mondo e creato un impero basato sul riconoscimento
di cittadinanza ai barbari e agli schiavi.
Rispolverare
la nostra Storia
"La
costituzione del 1795, come quelle precedenti,
era fatta per l'uomo. Ma nel mondo non esiste
qualcosa come l'uomo. Nel corso della mia
vita io ho visto francesi, inglesi, italiani
e grazie a Montesquieu, io so persino che
ci sono dei persiani; ma debbo dire che
non ho mai incontrato nella mia vita l'uomo:
se esiste mi è sconosciuto".
Joseph De Maistre
Fondazioni
di città, costruzione dell'idea imperiale
Dare
cittadinanza agli schiavi per rafforzare
l'idea di Roma. Ciò suscitò
stupore anche ai contemporanei: "Strana
città, questa Roma, dove si narrava,
almeno fino a una certa epoca, di quei mitici
fondatori, nati non già - come sarebbe
stato naturale e prevedibile - da stirpe
divina, ma da una schiava" .
Lo storico Santo Mazzarino, nel suo saggio
insuperato 'La fine del mondo antico', dà
un'interpretazione interessante di questa
miscela cosmopolita che ha saputo conquistare
e legare a sé l'Europa, l'Africa
e l'Asia: "L'impero romano - dice -
conciliò l'idea antichissima della
città-stato con l'altra dell'impero
universale al di sopra della città-stato
e delle 'nazioni' che vivono nell'impero"
. Rinnovamento di città antiche e
fondazioni di nuove città furono
i pilastri della politica espansionistica
romana fondata sul principio imperiale .
È questo uno dei principi fondamentali
della civilizzazione: abbandonare il nomadismo,
l'allevamento, e tracciare confini (Romolo),
diventare stanziali, dedicarsi all'agricoltura,
costruire abitazioni non più fatte
di paglia o tende di tessuto, ma di mattoni.
Costruire città, dunque, fu la forza
dei romani.
Ancora più esplicito, un altro grande
storico, Francois Guizot, che s'interrogò
sulla strategia romana nell'edificazione
di città tesa al rafforzamento dell'idea
imperiale: "Quando Roma si estese,
che
cosa fece? Scorrete la sua storia e vedrete
che conquistò e fondò città;
essa lottò contro città, negoziò
con città, inviò colonie in
altre città. La storia della conquista
del mondo da parte di Roma è la storia
della conquista e della fondazione di un
gran numero di città. (…) Nelle
Gallie, in Spagna, incontrerete soltanto
città: lontano da esse il territorio
è coperto di paludi e foreste. Esaminate
il carattere dei monumenti romani, delle
strade romane. Avete grandi strade che vanno
da una città all'altra". Allora,
si chiede Guizot, come fare a governare
con equità ciò che si è
conquistato con la forza? Con l'Impero,
suggerisce lo storico francese: "Con
l'idea d'Impero, con il nome dell'imperatore,
l'idea della maestà assoluta, di
un potere assoluto, sacro, collegato al
nome dell'imperatore".
E questi sono gli elementi che la civiltà
romana ha trasmesso alla civiltà
europea: "Da una parte il regime municipale,
le sue abitudini, le sue regole, i suoi
esempi, principio di libertà; dall'altra
una legislazione civile comune, generale,
l'idea del potere assoluto della maestà
sacra, del potere dell'imperatore, principio
d'ordine e di servitù" . L'idea
imperiale, dunque, pilastro di Roma e Roma
fondatrice d'Europa.
Il pensiero storico conservatore non può
prescindere dall'influenza di Roma nella
costruzione del sentire europeo. Secondo
Valéry, "ovunque l'impero romano
abbia dominato, ovunque la sua potenza si
sia fatta sentire, e anche ovunque l'impero
sia stato oggetto di timore, ammirazione
e invidia; ovunque il peso della spada romana
sia fatto sentire e la maestà delle
istituzioni e delle leggi, l'apparato e
la dignità della magistratura siano
stati riconosciuti, copiati e talvolta anche
stranamente imitati, ebbene proprio lì
vi è qualcosa di europeo. Roma è
l'eterno modello della potenza stabile e
organizzata. (…) Quello che ci interessa
è (…) l'impronta straordinariamente
duratura che ha lasciato, su tante razze
e generazioni, questo potere superstizioso
e ragionato, questo potere stranamente imbevuto
di uno spirito giuridico, di uno spirito
militare, di uno spirito religioso, di uno
spirito formalista, il quale per primo ha
potuto imporre ai popoli conquistati i benefici
della tolleranza e della buona amministrazione"
. Ma soprattutto, ha conferito il riconoscimento
della cittadinanza romana con tutti i vantaggi
che da ciò poteva derivare.
Questo appare oggi nell'era delle grandi
masse migratorie, di straordinaria attualità.
L'esempio romano era additato come modello
dagli stessi greci che ne rimasero impressionati.
Ossessionato dalla scarsità di uomini,
oggi si direbbe denatalità, che affliggeva
le città greche, il sovrano Filippo
V di Macedonia scrisse agli abitanti di
Larissa per convincerli ad accogliere nella
cittadinanza gli stranieri residenti: "Pensate
ai romani, i quali concedono addirittura
la cittadinanza agli schiavi. Una volta
che li hanno liberati, li accolgono nella
cittadinanza e li fanno partecipi delle
magistrature. In tal modo non solo hanno
ingrandito la loro patria, ma hanno fondato
circa settanta colonie" .
La cittadinanza diventa uno status giuridico
per eccellenza: "Quello che, applicabile
a tutti, viene definito jus civile, il diritto
dei cittadini che vedranno i loro rapporti
personali, familiari patrimoniali e commerciali
regolati secondo un diritto comune".
L'uguaglianza davanti alla legge è
dunque il fondamento e anche lo scopo di
quella forma di associazione che è
la città. Resteranno le disuguaglianze,
certo, tuttavia, esse non riguardano la
sfera dei rapporti privati: matrimonio,
famiglia, rapporti con i figli, eredità;
spariscono davanti ai delitti, per cui il
diritto civile può svilupparsi per
strati successivi e tendere, pur salvaguardando
il diritto di ciascuno, verso l'universale
.
Per
tirare le somme
"Se
non sei poeta, per te non c'è altra
strada di quella che ti indico: dispera".
Soren Kierkegaard
La
poesia salverà il mondo, si dice
o forse si spera. Certo è che attraversando
Roma antica, calpestando il suo lastricato,
chiudendo gli occhi, e abbandonandosi alla
poesia dei luoghi, siamo di nuovo lì:
noi figli del Terzo millennio catapultati
quasi per caso nell'era della globalizzazione,
delle armi tecnologiche, della comunicazione
elettronica, siamo tutt'uno con la nostra
storia.
Oggi siamo qui assieme ai nostri fratelli
di duemila anni fa.
Parlano latino, greco, aramaico, copto,
persiano. S'affannano nei fori per chiudere
un affare, perorano la causa di uno schiavo
eroe per farlo diventare cittadino romano,
deliberano leggi. Sentiamo il clangore delle
aurighe, udiamo le urla impazzite dei romani
esaltati e accalcati nel Colosseo per assistere
all'ennesimo spettacolo di sangue e violenza.
Poi apriamo gli occhi e ci ritroviamo ai
Fori, quel che resta di ciò che furono
i Fori e che la clemenza del tempo ci ha
voluto lasciare per ricordarci ciò
che siamo stati.
Non torneremo più quello che siamo
stati ma nessuno può toglierci la
dignità di dichiararci: "Civis
romanus sum".
La poesia salverà il mondo, si dice.
La Poesia con la p maiuscola, come la Politica.
Quella nostra.
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DELL'IDENTITA' -
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