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El
Alamein, 22-23 febbraio 2003
"L'Ariete
non era più una somma di carri e
di cannoni,
ma un'unità spirituale fatta di quanto
di eroico
vive nell'anima di ognuno, dal generale
all'ultimo soldato"
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Un
popolo senza passato non ha futuro. Ricordare
significa seminare la pianta della libertà,
riannodare il filo con chi ci ha preceduto,
comprendere e amare. Ricordare significa
non dividere più la storia in 'pagine
memorabili' e 'appunti insignificanti',
ma ripercorrere i drammi, i sentimenti,
le passioni di chi ha legato il proprio
destino a quello della propria terra. Per
troppo tempo dalla nostra storiografia sono
state scritte pagine di autentica discriminazione
nei confronti di cosiddetti 'morti scomodi',
stilate classifiche postume tra soldati
'buoni' e 'cattivi', nascoste stagioni di
eroismo italiano o eccidi efferati solo
perché non conformi con la manipolazione
fatta dalla cultura postbellica.
Così è accaduto l'inverosimile:
nel tentativo di elidere le imprese eroiche
di centinaia di migliaia di giovani che
avevano scelto la 'parte sbagliata' o che
avevano combattuto con spirito di abnegazione
e senso del sacrificio la guerra in nome
e per conto della patria, si è cancellato
il tratto dominante, più riconoscibile
e radicato, più appassionante e disposto
all'emulazione, della nostra identità
e della nostra memoria.
Così noi torniamo qui, a El Alamein,
dove sono morti i nostri padri. Perché
quei ragazzi coraggiosi che lasciavano le
buche per compiere disperate scorribande
militari contro i nemici dell'Italia, quei
giovani infiammati dall'orgoglio nazionale
che si lanciavano in assalti all'arma bianca
contro i carri inglesi, oggi sarebbero stati
padri e nonni. Avrebbero avuto una vita
'normale', come la nostra, avrebbero esercitato
una professione, insegnato a scuola, lavorato
in fabbrica, avrebbero avuto relazioni sociali,
educato dei figli, conversato con i loro
coetanei. Chissà se l'Italia, quella
delle stragi e dell'odio fratricida, quella
del Trattato di pace e della 'resa' di Osimo,
l'Italia bugiarda e furbetta della guerra
fredda, chissà se sarebbe stata la
stessa se fossero rimasti in vita i 17.000
soldati di El Alamein, i 20.000 affondati
dalla flotta alleata nel Mediterraneo, le
centinaia di migliaia di volontari del fronte
dell'est, delle campagne d'Albania, di Grecia,
d'Africa o quei folli e temerari che scelsero
di morire con la divisa della Repubblica
sociale. Chissà
Si tratta di
una domanda invasiva per la nostra coscienza
nazionale, niente affatto nostalgica, una
domanda dalla risposta ineludibile: no.
E l'ideologia non c'entra, non è
questo il punto. Né vogliamo preconizzare
che sarebbe stata più di destra e
meno filo-comunista: si tratterebbe di una
penosa e inaccettabile strumentalizzazione.
Alcuni tra quanti sono sopravvissuti alla
guerra sono diventati partigiani. 'Migliore',
semplicemente, sarebbe stata migliore. Meno
avvezza al tradimento, meno accomodante
e disposta all'opportunismo e alla menzogna;
si sarebbe distinta per senso dell'onore,
avrebbe avuto pena per i suoi figli morti
e li avrebbe onorati per non disonorarsi,
avrebbe stretto i denti non solo per guadagnarsi
un pezzo di pane, ma anche per difendere
la propria anima. Sarebbe stata 'migliore'
perché quelli che muoiono in battaglia
erano e restano la punta di diamante di
un popolo, i 'migliori' appunto. Coloro
i quali non si imboscano, affrontano la
vita con i suoi pericoli, sentendo e vivificando
il senso d'appartenenza che lega una persona
all'altra fino a far vivere un villaggio,
una comunità, una nazione, che in
nome del destino comune sono pronti a sacrificare
il proprio. Che errore colossale, per un'astratta
ideologia, volerli sotterrare nella sabbia
dorata del deserto, celarli a quei fratelli
per i quali comunque erano diventati martiri.
Dal 1945 a oggi l'Italia è più
povera perché ha perso i suoi figli
'migliori', senza neppure saper fare tesoro
del loro sacrificio. Un'Italia che ha conquistato
la democrazia dopo gli anni della dittatura,
che ha visto fiorire le libertà fondamentali
della persona, sconfitto una cultura razzista
che non si era ancora radicata nel popolo
ma che aveva già assunto le sembianze
delle leggi del 1938. Con il privilegio
di una riflessione libera, possiamo oggi
affermare che il totalitarismo degli anni
trenta ha lasciato affermare una prima Repubblica
democratica ma infida e sleale, che ha ucciso
spiritualità e patriottismo, incapace
di far sentire i suoi figli, fascisti o
antifascisti che fossero, semplicemente
e orgogliosamente italiani.
Noi torniamo qui. I nostri padri ci sono
stati per decenni: "pellegrinaggio
a El Alamein", così si chiamava.
Vento caldo, inquadramento e, talvolta,
saluto romano
una scarica di emozioni
deflagrava nel cuore. Fuori di loro, nella
cerchia esterna al reducismo esclusivista,
nessuno li capiva. Erano soli. Noi non siamo
qui a fare saluti romani ma, grazie a quella
testardaggine che ha lasciato vivo il ricordo
per sessant'anni, possiamo permetterci molto
di più: noi siamo qui a giurare che
ricomporremo la nostra memoria fino a costruire
una 'storia condivisa', che sapremo onorare
i nostri caduti, che non consentiremo più
di anteporre l'interesse di partito a quello
della patria, dimenticare - per calcolo
idiota e sballato - chi ha versato il sangue
in tributo dei vivi, per senso del dovere
o per amore. Di chiunque si tratti e qualunque
sia il colore della casacca che porta in
dosso.
Silenzio adesso. Torna l'Italia virtuosa,
tenace, pronta di nuovo a soffrire e capace
di grandi slanci romantici. Porta il nome
dei morti che resuscitano nell'atto della
nostra presenza, garantendosi l'immortalità
della storia, è solida negli sguardi
profondi dei più anziani e dinamica
sulle gambe dei più giovani che dovranno
trasmetterla.
Nessun nostalgismo per il vecchio regime,
davvero nessuno. Semmai nostalgia dei buoni
sentimenti e dei valori sacri su cui si
sono formate generazioni e generazioni.
Ecco, siamo venuti a celebrare l'amore ritrovato
di quei ragazzi - che nessuno osi più
disperderlo - più che il loro valore
militare. Un amore che non conosce nazionalità
perché si fonda sul legame di un
popolo con la sua terra, lo stesso degli
inglesi, dei tedeschi, degli australiani,
e parla il linguaggio universale dell'onore,
della fede, del dovere. Per quanto ci si
possa sforzare di spazzarli via, i valori
tradizionali attraversano i secoli e riaffiorano
dalla sabbia, perché sono radicati
nel passato remoto, guardano sfilare il
presente, costituiscono le fondamenta del
futuro. Ecco, noi torniamo qui, perché
qui si rigenera il futuro.
EL
ALAMEIN
Con
animo leggero, in punta di piedi e con spirito
di esploratori, ci accingiamo a percorrere
il nostro viaggio della memoria attraverso
le pietre del sacrario di El Alamein, la
torre bianca che custodisce le ossa degli
italiani caduti in una delle battaglie più
imponenti della seconda guerra mondiale.
L'esito dello scontro, in questa sperduta
stazione egiziana in mezzo al deserto, si
sarebbe rivelato decisivo per le sorti future
del conflitto. Una sterminata bibliografica
ricostruisce e analizza le singole tappe
delle alterne battaglie che incendiarono
quei mesi, a cavallo tra giugno e novembre
del 1942. Ma El Alamein è impresso
nella memoria di ciascuno di noi non solo
per la sua strategica centralità
nella guerra in corso né solo per
l'eccezionale statura dei comandanti contrapposti,
Erwin Rommel e Bernard Law Montgomery, quanto
per il comportamento irripetibile dei soldati
italiani nella difesa coraggiosa della posizione
in uno dei terreni più difficili
e inospitali fino ad allora conosciuti.
La storiografia ufficiale, fatta salva qualche
rarissima eccezione, ha totalmente trascurato
la dimensione etica e simbolica privilegiando
la ricostruzione militare in chiave filo-britannica
o l'epopea dell'efficienza tedesca, ignorando
il coraggio e il valore senza pari dei soldati
italiani che meritarono il rispetto ammirato
dei vincitori. "Il soldato tedesco
ha stupito il mondo. Il bersagliere italiano
ha stupito il soldato tedesco" scriveva
Rommel. Le testimonianze dell'epoca e dei
pochi superstiti ci permettono di asserire,
senza retorica, che il nostro esercito (paracadutisti,
carristi, fanti, bersaglieri, granatieri,
guastatori, genieri) con mezzi scarsissimi,
praticamente nulli se paragonati a quelli
delle armate inglesi, ha scritto a El Alamein
una pagina memorabile di dedizione e di
eroismo e ha acquisito un patrimonio morale
e spirituale che appartiene all'intero popolo
italiano e come tale va consegnato alle
generazioni di oggi e di domani. I soldati
italiani, dal più alto in grado all'umile
fante, dal veterano pluridecorato della
Prima Guerra Mondiale al sedicenne pieno
di ideali, si batterono ovunque con formidabile
ardore. Affrontarono sempre avversari agguerriti,
superiori nel numero e meglio attrezzati,
scrivendo pagine di eroismo e di gloria,
senza essere semidei o eroi omerici ma facendo
testardamente il proprio dovere fino al
sacrificio estremo. Gli ultimi a cedere
a El Alamein furono i paracadutisti della
Folgore, che resistettero per tredici giorni
senza indietreggiare neppure di un metro.
Erano partiti dall'Italia in 5000 ed erano
rimasti, tra ufficiali e truppa, in 304.
Alla resa ebbero l'onore delle armi e il
nome della loro Divisione restò da
allora leggendario. Epica la difesa della
Divisione corazzata 'Ariete' negli ultimi
disperati combattimenti del 4 novembre 1942,
un autentico olocausto che si è imposto
all'ammirazione incondizionata dei tedeschi
e degli stessi comandanti dell'Ottava Armata
britannica. Come pure i Bersaglieri: a quota
33 un'intera compagnia fu sepolta dai nemici,
"44 bersaglieri testardi caddero insieme
al loro testardo capitano Ezio Fortunato
Malis", racconta commosso Leonida Fazi.
La cronaca di quei giorni nel deserto, tra
i bagliori dei bombardamenti e il fuoco
dei campi minati, ci restituisce l'immagine
di giovani e giovanissimi soldati abbarbicati
alla difesa dell'Italia e del proprio dovere
in un atto estremo di amore troppo a lungo
dimenticato. "Devo sottolineare - disse
un comandante con piglio severo e linguaggio
asciutto - il valore dei nostri carristi
sui semoventi. Nessun semovente indietreggiò
mai. Tutti finirono squarciati o bruciati".
Da qui il motto inciso sul cippo su cui
è riportata la distanza più
vicina da Alessandria raggiunta dalle truppe
italiane (111 chilometri) "Mancò
la fortuna, non il valore". La stessa
ritirata finale, allo stremo delle forze,
fu uno spettacolo di civiltà, con
l'ordine di tenere larghi intervalli e di
fare quanta più polvere possibile
per dare ancora l'impressione di una potenza
che non c'era più.
"La ritirata di El Alamein - scrive
Arrigo Petacco - fu una delle imprese più
valorose e abili di Rommel. I suoi veterani
percorsero centinaia di chilometri lungo
la strada costiera e le piste del deserto.
I reparti di retroguardia minavano il terreno
e piazzavano, ovunque, anche sugli alberi,
le loro micidiali booby traps. L'inseguimento
divenne un incubo per gli inglesi
".
Non
ci furono errori tattici da una parte o
dall'altra, ma solo un'enorme disparità
di mezzi. Sotto il profilo del valore morale
e umano dei singoli soldati non c'è
alcun dubbio: gli italiani, pur consapevoli
della difficoltà dell'operazione
e dell'inferiorità numerica, di mezzi
e di equipaggiamenti, si sono battuti superando
se stessi. Quasi oltre il limite dell'umana
paura.
PERCHÉ
Per
comprendere la scelta rischiosa di concentrare
truppe in questo angolo sperduto del deserto
egiziano è necessario inquadrare
la fase particolare della seconda guerra
mondiale che precede lo spostamento dello
scenario. Nella primavera del '42 Mussolini
e Hitler avevano deciso di risolvere la
partita nel Mediterraneo e nel Nord Africa.
Malta, pesantemente bombardata dalla seconda
flotta aerea tedesca e dall'aeronautica
italiana, aveva praticamente cessato di
esistere come base navale e i reparti anglo-americani
avevano subito forti perdite che avevano
consentito di far passare per Tripoli e
Bengasi un convoglio italiano dietro l'altro,
con importanti rinforzi per l'Armata corazzata
italo-tedesca. Già nel '40, in previsione
dell'entrata in guerra dell'Italia e di
un'avanzata in direzione dell'Egitto, gli
inglesi compirono una ricognizione a El
Alamein, avendo valutato l'importanza della
posizione, difficilmente aggirabile da sud.
Infatti a poco meno di 60 chilometri dalla
costa il deserto - rotto qua e là
da piccoli rilievi che divennero di grande
importanza tattica - piomba verso la depressione
di El Qattara (134 metri sotto il livello
del mare) stellata di sabbie mobili e terreno
cedevole. Non c'è libro sulla guerra
d'Africa che non accenni all'intransitabile
depressione di El Qattara. Ovviamente dubbi
esistevano e dubbi nutriva lo stesso Rommel,
che per due volte si spinse durante l'estate
del '42 sulla zona facendo sospettare ai
suoi ufficiali chissà quali piani
arditi per lanciare un'unità motorizzata
attraverso l'infida discesa. Ma per comprendere
la scelta dell'avanzata italo-tedesca a
El Alamein occorre rifarsi alle decisioni
prese dai vertici dell'Asse: fare massimo
tesoro dei bombardamenti su Malta, isolare
l'arcipelago assediato e scacciare gli inglesi
dalla Cirenaica e dalla Marmarica conquistando
la roccaforte di Tobruk che avrebbe dovuto
aprire la marcia verso il canale di Suez.
In gioco era il controllo dello scacchiere
mediorientale. Con l'offensiva "Aida"
dal 26 maggio al 21 giugno, cadde l'ultima
roccaforte inglese in Libia, presidiata
da circa 30.000 soldati sotto il comando
del generale Ritchie. Il morale dell'Ottava
Armata non era mai sceso così in
basso, tanto che Rommel dopo una fulminea
penetrazione in Egitto, con i suoi pochi
mezzi, riuscì a conquistare velocemente
Marsa Matruk, nonostante gli inglesi avessero
una netta superiorità di uomini e
mezzi. Basta solo pensare che ai 26 carri
tedeschi usati per l'attacco, gli inglesi
ne contrapposero ben 150. E' proprio nella
caduta di schianto di Tobruk da rintracciare
la vera premessa di El Alamein con la massiccia
mobilitazione dell'apparato militare e industriale
americano sul fronte nord-africano. Winston
Churchill apprese della capitolazione mentre
si trovava a Washington per un colloquio
con il presidente Roosevelt. Il telegramma
arrivato fu lapidario: "Tobruk si è
arresa, 25mila uomini sono caduti prigionieri"
"La disfatta è una cosa la vergogna
è un'altra", mormorò
il presidente. La posta in palio era il
controllo del fronte nord-africano, l'Egitto
e le fonti petrolifere del Medio Oriente
(Iraq e Iran). Al rinnovato impegno anglo-americano
per impedire il peggio fece riscontro una
ventata di grande entusiasmo ed euforia
nell'Asse: venne accantonato il previsto
attacco contro Malta, che Mussolini continuava
giustamente a ritenere prioritario, per
concentrare l'obiettivo sulla conquista
del Delta, operazione che Rommel giudicava
fattibile. Mentre Tobruk capitolava Mussolini
aveva riproposta a Hitler per lettera la
priorità della conquista dell'isola
inglese, sollecitando importanti forniture
di nafta per la flotta italiana. La conquista
dell'isola sarebbe stata in realtà
di vitale importanza, perché avrebbe
permesso ai convogli dell'Asse di attraversare
il Mediterraneo senza perdite e di portare
i necessari rifornimenti alle truppe in
Africa. Ma ciò non avvenne e gli
inglesi, utilizzando aero-siluranti e sommergibili
in quantità sempre crescente, presero
il controllo del mare. Fu così che
una piccola isola al centro del Mediterraneo
segnò in maniera decisiva le sorti
della guerra. I bagliori della vittoriosa
battaglia della Marmarica, però,
mandarono all'aria i piani precedentemente
concordati. Nella risposta a Mussolini Hitler
scrive: "Ordinate il proseguimento
delle operazioni fino al completo annientamento
delle truppe britanniche".
IL
LUOGO
El
Alamein è un piccolo villaggio dell'Egitto
situato sulla costa mediterranea, nella
parte più interna del Golfo degli
Arabi. Fu scelta dagli Inglesi come ultima
linea di difesa dell'Egitto, sia per la
sua posizione, sia perché era posta
sulla linea ferroviaria che da Sollum conduceva
ad Alessandria. Il clima desertico del luogo
influì pesantemente nel corso della
battaglia. La presenza di forti escursioni
termiche tra il giorno e la notte, caratteristiche
dei deserti caldi (nei deserti chiamati
freddi, presenti in zone lontane dal mare
e racchiusi spesso da alti rilievi montagnosi,
le escursioni termiche sono annuali) dove
la temperatura passa da un massimo di 60
C° a un minimo di 0 C°, pregiudicò
spesso la salute dei soldati che vi combattevano.
L'unica fauna presente era costituita da
poche specie di animali resistenti alla
sete: scorpioni, rettili, piccoli roditori,
antilopi e dromedari. Le piogge potevano
mancare per lunghissimo tempo. Si scatenavano
poi violentemente tutte in una volta, formando
anche dei torrenti che i beduini chiamano
"uadi". Tale era la violenza di
questi torrenti, che vi potevano annegare
uomini e animali, ma passato il periodo
delle piogge ritornavano quasi immediatamente
aridi. Posti di ristoro con la presenza
di acqua, erano le oasi, piccole isole verdi
in un mare di sabbia. La presenza di falde
acquifere sotterranee in quelle zone favorivano
la crescita di vegetazione, fra cui la più
caratteristica era la palma del dattero.
Questo tipo di deserto, formato da dune
di sabbia, rendeva difficile qualunque tipo
di movimento, sia agli uomini che alle macchine.
I granelli di sabbia accecavano gli occhi,
rendevano difficoltosa la respirazione e
infiltrandosi nei motori delle macchine
e dei mezzi corazzati ne rendevano impossibile
l'utilizzo. I rifornimenti d'acqua diventavano
così indispensabili. Il caldo la
faceva bollire nei radiatori e le uniche
zone d'ombra per gli uomini erano quelle
proiettate dai camion. I soldati, quindi,
dovevano difendersi non solo dai proiettili
e dai cannoni nemici, ma anche da un ambiente
ostile. In tale situazione, l'esercito che
si trovava a essere più male organizzato
ed equipaggiato, era fatalmente destinato
a soccombere.
PRIMA
BATTAGLIA
L'offensiva
che avrebbe portato le truppe italo-tedesche
sulle dune infuocate di El Alamein, scattò
il 26 maggio del 1942. Dopo tre settimane
di duri combattimenti venne espugnata Tobruk.
L'Ottava Armata però non venne distrutta
ma solo messa in fuga e sotto il comando
di Sir Claude Aunchinlek (comandante in
capo inglese del Medio Oriente), si dispose
per l'ultima difesa nella linea di El Alamein.
La decisione di Aunchinlek fu saggia, in
questo luogo, il deserto egiziano si restringe
fino a formare un collo largo circa 70 km
e compresa fra il mare e la depressione
di Bab el Qattara, vi era una area paludosa
al di sotto del livello del mare. Tutto
ciò rendeva molto più facile
la difesa di Alessandria e del Canale di
Suez. Il 28 giugno le colonne inglesi iniziarono
a prendervi posizione e il giorno 30 la
linea di difesa poté essere completata.
Il deserto verso la direzione da cui dovevano
giungere i carri tedeschi sembrava vuoto.
Improvvisamente si alzò una nube
di sabbia che girava vorticosamente e si
udì in lontananza un sordo rombo
di motori. Gli italo-tedeschi adesso erano
a soli 88 km da Alessandria, ma in pieno
deserto. Rommel in contrasto con il generale
Bastico, comandante supremo delle forze
in Africa Settentrionale e suo diretto superiore,
dopo la presa di Tobruch aveva deciso lo
stesso di avanzare, contravvenendo agli
ordini, di sospendere tutte le operazioni
per consentire di attuare l'importante piano
della conquista della base inglese di Malta
(Operazione Ercole). L'isola costituiva
una spina nel fianco per i convogli italiani
diretti in Libia, e questa decisione come
si vedrà in seguito, gli fu fatale.
Auchinleck in quel momento disponeva di
una divisione sudafricana attorno El Alamein,
di due brigate indiane, di tre brigate neozelandesi
schierate lungo la depressione di Bab el
Qattara e di circa 150 carri di cui 60 erano
Grant, (la versione inglese del carro americano
Lee) raccolti sul crinale di Ruweisat. In
un luogo chiamato Deir el Shein aveva lasciato
intenzionalmente un varco tra i sudafricani
e la nona brigata indiana, in modo di attirare
colà i tedeschi e attaccarli da entrambi
i lati. Le forze dell'Asse, nonostante le
folgoranti vittorie, erano molto spossate,
le distanze dalle basi di rifornimento si
erano allungate moltissimo e la RAF aveva
il dominio quasi assoluto dal cielo. A Rommel,
dell'Afrikakorps erano rimasti soltanto
26 carri e 1500 uomini della fanteria motorizzata
tedesca. Nonostante le difficoltà
egli era ancora fiducioso nelle sue possibilità
di vittoria. Ordinò così alla
90a Leggera di spingersi sopra Deir el Shein
per poi tagliare a nord in direzione della
costa, circondando così i sudafricani.
Contemporaneamente le sue due divisioni
di "panzer", più il 20o
Corpo italiano, avrebbero travolto a sud
i neozelandesi a Bab el Qattara aggirando
il crinale di Ruweisat. Ma l'attacco della
90a, infiltratasi nel varco lasciato apposta
dagli inglesi, fallì, essendo assaliti
i tedeschi da tutti lati dai sudafricani,
i quali invece dovevano sorprendere. Mentre
a sud gli italiani non riuscirono a sfondare
le linee tenute dagli indiani Sick e Gurka.
Solo molto più tardi riuscirono a
passare con l'aiuto dei carri tedeschi,
ma ormai l'aggiramento era fallito per il
forte ritardo nell'esecuzione del piano.
In serata rendendosi conto del fallimento
tedesco, Auchinleck ordinò un contrattacco
sul fronte meridionale con l'appoggio di
carri armati, intendendo adesso accerchiare
a sua volta il nemico. Rommel da parte sua
moltiplicò lo sforzo a nord, chiamando
in aiuto della 90a tutta l'Afrikakorps.
Gli inglesi comunque ancora sconvolti dalle
recenti sconfitte non riuscirono a intaccare
seriamente lo schieramento difensivo tedesco
a sud ed essi, nonostante i furiosi attacchi,
non riuscivano ad avanzare di mezzo metro.
Durante i combattimenti venne anche distrutta
la divisione corazzata italiana "Ariete",
dai neozelandesi e dalla prima divisione
corazzata inglese. Finalmente ci fu una
sosta temporanea il 4 luglio e l'America
era già entrata in guerra. I Tedeschi
dovevano fare presto. Ma adesso erano le
truppe inglesi ad attaccare tenendo sottopressione
le truppe italiane male armate. La situazione
si era invertita. Auchinleck tentò
un ultimo attacco lungo la strada costiera
con la nona divisione australiana il 26
luglio e dopo una prima infiltrazione vennero
però respinti da un furioso contrattacco
italo-tedesco. Mancò infatti l'appoggio
dei carri, che non riuscirono a passare
tra i campi minati tedeschi e in un attacco
diversivo condotto al centro dello schieramento
nemico, ne vennero distrutti addirittura
96 dai cannoni controcarro 88, per essersi
appunto bloccati in mezzo alle mine. Finisce
così la prima fase della battaglia
di El Alamein, con i due eserciti ormai
esausti che pensano ad riorganizzarsi il
più presto possibile. Da parte dell'Asse
però vi erano enormi difficoltà
per far giungere i rifornimenti alle truppe,
i sommergibili inglesi facevano strage di
piroscafi italiani nel Mediterraneo. Era
la benzina il problema più grosso.
Nell'esercito inglese questi problemi erano
inferiori, data la vicinanza del canale
di Suez dove venivano sbarcati i rifornimenti,
anche se le navi che li trasportavano dovevano
compiere l'intero periplo dell'Africa. Ma
una svolta avvenne nel comando. Churchill,
reputando che ormai le truppe non avevano
più fiducia nei loro comandanti,
sostituì Auchinleck con Sir Harold
Alexander, come comandante del Medio Oriente.
A capo dell'Ottava Armata fu designato,
invece, dapprima il generale Gott, ma l'aereo
che lo stava portando al fronte fu abbattuto.
Si scelse così Bernard Law Montgomery.
SECONDA
BATTAGLIA
Nel
luglio '42 solo due navi italiane dirette
in Libia vennero affondate. I convogli passavano
facendo affluire rinforzi e grossi rifornimenti.
Il numero di carri a disposizione salì
a 767. Rommel tentò così una
nuova offensiva contrapponendo solo 443
carri, di cui 243 erano antiquati carri
italiani, del tutto inutili contro quelli
inglesi. Il suo piano consisteva nell'aggirare
a sud gli inglesi, per poi attaccare da
est il crinale di Alam Halfa accerchiandoli,
ma per la cronica mancanza di carburante
infine fu costretto rinunciarci e attaccare
frontalmente. L'offensiva scattò
la notte del 31 agosto: tuttavia i campi
minati dai britannici (i cosiddetti Giardini
del Diavolo, dove stime affidabili danno
in circa 6 milioni e mezzo il numero di
ordigni interrati da ambedue i contendenti)
fra Ruweisat e la depressione di Bab el
Qattara, attraverso i quali si doveva passare,
si rivelarono più profondi di quanto
le ricognizioni non avessero lasciato sperare
e le forze attaccanti giunsero oltre la
fascia minata solo il mattino seguente.
Grazie alla luce del giorno furono immediatamente
avvistati e svanì così l'effetto
sorpresa. I carri inglesi poterono immediatamente
lanciarsi sugli attaccanti giunti ormai
all'estremità occidentale di Alam
Halfa bloccandoli, nonostante le rilevanti
perdite. A Rommel, vista l'impossibilità
di un rapido ripiegamento a causa dei campi
minati, non rimase che attaccare Alam El
Halfa, utilizzando le 15ª e 21ª
Panzer tedesche, l'Ariete, la Littorio e
la Trieste. Dopo tre tentativi falliti,
gli italo-tedeschi si ritirarono il 5 settembre.
Le forze dell'asse esaurirono così
la propria capacità offensiva per
raggiungere Alessandria e si ritirarono
sulle postazioni di partenza. Ora si trattava
di difendersi.
TERZA
BATTAGLIA
Operazione "Piè leggero"
Per
il contrattacco, Montgomery preferì
una battaglia d'urto, affidandosi alla superiorità
dei mezzi. Nonostante le lamentele di Churchill
e le sue pressioni per un attacco immediato,
Alexander e Montgomery stabilirono l'inizio
dell'offensiva per la notte del 23 ottobre
che coincideva con la luna piena, indispensabile
per avanzare verso le linee nemiche. L'attacco
iniziò alle 21.40. Il fronte, a est,
s'illuminò istantaneamente a giorno
e quasi contemporaneamente il fuoco di 1000
pezzi di artiglieria si riversò sulle
postazioni dell'Asse ora al comando del
generale Stumme, che sostituiva Rommel momentaneamente
in Germania. Alle 9.40 del 23 ottobre, 800
cannoni inglesi aprirono il fuoco martellando
le postazioni italiane e tedesche rendendo
in parte inefficaci i campi minati. Tutte
le testimonianze concordano nel definire
quell'uragano di fuoco simile ai grandi
concentramenti di artiglierie della Prima
Guerra Mondiale. Nel deserto non si era
mai visto nulla di simile. Gli italo-tedeschi,
disposti dietro una fitta rete di campi
minati, opposero un'epica resistenza. Le
prime posizioni, tenute da Bologna, Pavia,
Trento, Folgore e dalla 164ª sostennero
l'urto. Per 3-4 giorni gli inglesi cercarono
invano di perforare il fronte. Il mattino
del 25 ottobre gli inglesi capirono che
l'offensiva stava rischiando il fallimento
completo, ma gli italo-tedeschi non riuscirono
a sfruttare il successo. Rommel prima dell'inizio
della battaglia era andato in Germania per
dei gravi disturbi. I tedeschi così
si trovarono in quella delicata situazione
senza il loro geniale comandante, inoltre
il generale George Stumme, che era stato
designato a sostituirlo temporaneamente,
era morto d'infarto durante un'ispezione
al fronte. La situazione ormai stava volgendo
in favore dell'Ottava Armata, anche se italiani
e tedeschi ovunque resistevano con la forza
della disperazione e una dedizione assoluta
al proprio dovere. Tra il 24 e il 28 ottobre
gli assalti furono respinti dalla 15ª
Panzer e dalla Lit
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