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Rincominciare da chi crede

 



Scuola di Comunitā ad El Alamein


 

El Alamein, 22-23 febbraio 2003

"L'Ariete non era più una somma di carri e di cannoni,
ma un'unità spirituale fatta di quanto di eroico
vive nell'anima di ognuno, dal generale all'ultimo soldato"

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Un popolo senza passato non ha futuro. Ricordare significa seminare la pianta della libertà, riannodare il filo con chi ci ha preceduto, comprendere e amare. Ricordare significa non dividere più la storia in 'pagine memorabili' e 'appunti insignificanti', ma ripercorrere i drammi, i sentimenti, le passioni di chi ha legato il proprio destino a quello della propria terra. Per troppo tempo dalla nostra storiografia sono state scritte pagine di autentica discriminazione nei confronti di cosiddetti 'morti scomodi', stilate classifiche postume tra soldati 'buoni' e 'cattivi', nascoste stagioni di eroismo italiano o eccidi efferati solo perché non conformi con la manipolazione fatta dalla cultura postbellica.
Così è accaduto l'inverosimile: nel tentativo di elidere le imprese eroiche di centinaia di migliaia di giovani che avevano scelto la 'parte sbagliata' o che avevano combattuto con spirito di abnegazione e senso del sacrificio la guerra in nome e per conto della patria, si è cancellato il tratto dominante, più riconoscibile e radicato, più appassionante e disposto all'emulazione, della nostra identità e della nostra memoria.
Così noi torniamo qui, a El Alamein, dove sono morti i nostri padri. Perché quei ragazzi coraggiosi che lasciavano le buche per compiere disperate scorribande militari contro i nemici dell'Italia, quei giovani infiammati dall'orgoglio nazionale che si lanciavano in assalti all'arma bianca contro i carri inglesi, oggi sarebbero stati padri e nonni. Avrebbero avuto una vita 'normale', come la nostra, avrebbero esercitato una professione, insegnato a scuola, lavorato in fabbrica, avrebbero avuto relazioni sociali, educato dei figli, conversato con i loro coetanei. Chissà se l'Italia, quella delle stragi e dell'odio fratricida, quella del Trattato di pace e della 'resa' di Osimo, l'Italia bugiarda e furbetta della guerra fredda, chissà se sarebbe stata la stessa se fossero rimasti in vita i 17.000 soldati di El Alamein, i 20.000 affondati dalla flotta alleata nel Mediterraneo, le centinaia di migliaia di volontari del fronte dell'est, delle campagne d'Albania, di Grecia, d'Africa o quei folli e temerari che scelsero di morire con la divisa della Repubblica sociale. Chissà… Si tratta di una domanda invasiva per la nostra coscienza nazionale, niente affatto nostalgica, una domanda dalla risposta ineludibile: no. E l'ideologia non c'entra, non è questo il punto. Né vogliamo preconizzare che sarebbe stata più di destra e meno filo-comunista: si tratterebbe di una penosa e inaccettabile strumentalizzazione. Alcuni tra quanti sono sopravvissuti alla guerra sono diventati partigiani. 'Migliore', semplicemente, sarebbe stata migliore. Meno avvezza al tradimento, meno accomodante e disposta all'opportunismo e alla menzogna; si sarebbe distinta per senso dell'onore, avrebbe avuto pena per i suoi figli morti e li avrebbe onorati per non disonorarsi, avrebbe stretto i denti non solo per guadagnarsi un pezzo di pane, ma anche per difendere la propria anima. Sarebbe stata 'migliore' perché quelli che muoiono in battaglia erano e restano la punta di diamante di un popolo, i 'migliori' appunto. Coloro i quali non si imboscano, affrontano la vita con i suoi pericoli, sentendo e vivificando il senso d'appartenenza che lega una persona all'altra fino a far vivere un villaggio, una comunità, una nazione, che in nome del destino comune sono pronti a sacrificare il proprio. Che errore colossale, per un'astratta ideologia, volerli sotterrare nella sabbia dorata del deserto, celarli a quei fratelli per i quali comunque erano diventati martiri. Dal 1945 a oggi l'Italia è più povera perché ha perso i suoi figli 'migliori', senza neppure saper fare tesoro del loro sacrificio. Un'Italia che ha conquistato la democrazia dopo gli anni della dittatura, che ha visto fiorire le libertà fondamentali della persona, sconfitto una cultura razzista che non si era ancora radicata nel popolo ma che aveva già assunto le sembianze delle leggi del 1938. Con il privilegio di una riflessione libera, possiamo oggi affermare che il totalitarismo degli anni trenta ha lasciato affermare una prima Repubblica democratica ma infida e sleale, che ha ucciso spiritualità e patriottismo, incapace di far sentire i suoi figli, fascisti o antifascisti che fossero, semplicemente e orgogliosamente italiani.
Noi torniamo qui. I nostri padri ci sono stati per decenni: "pellegrinaggio a El Alamein", così si chiamava. Vento caldo, inquadramento e, talvolta, saluto romano… una scarica di emozioni deflagrava nel cuore. Fuori di loro, nella cerchia esterna al reducismo esclusivista, nessuno li capiva. Erano soli. Noi non siamo qui a fare saluti romani ma, grazie a quella testardaggine che ha lasciato vivo il ricordo per sessant'anni, possiamo permetterci molto di più: noi siamo qui a giurare che ricomporremo la nostra memoria fino a costruire una 'storia condivisa', che sapremo onorare i nostri caduti, che non consentiremo più di anteporre l'interesse di partito a quello della patria, dimenticare - per calcolo idiota e sballato - chi ha versato il sangue in tributo dei vivi, per senso del dovere o per amore. Di chiunque si tratti e qualunque sia il colore della casacca che porta in dosso.
Silenzio adesso. Torna l'Italia virtuosa, tenace, pronta di nuovo a soffrire e capace di grandi slanci romantici. Porta il nome dei morti che resuscitano nell'atto della nostra presenza, garantendosi l'immortalità della storia, è solida negli sguardi profondi dei più anziani e dinamica sulle gambe dei più giovani che dovranno trasmetterla.
Nessun nostalgismo per il vecchio regime, davvero nessuno. Semmai nostalgia dei buoni sentimenti e dei valori sacri su cui si sono formate generazioni e generazioni. Ecco, siamo venuti a celebrare l'amore ritrovato di quei ragazzi - che nessuno osi più disperderlo - più che il loro valore militare. Un amore che non conosce nazionalità perché si fonda sul legame di un popolo con la sua terra, lo stesso degli inglesi, dei tedeschi, degli australiani, e parla il linguaggio universale dell'onore, della fede, del dovere. Per quanto ci si possa sforzare di spazzarli via, i valori tradizionali attraversano i secoli e riaffiorano dalla sabbia, perché sono radicati nel passato remoto, guardano sfilare il presente, costituiscono le fondamenta del futuro. Ecco, noi torniamo qui, perché qui si rigenera il futuro.

EL ALAMEIN

Con animo leggero, in punta di piedi e con spirito di esploratori, ci accingiamo a percorrere il nostro viaggio della memoria attraverso le pietre del sacrario di El Alamein, la torre bianca che custodisce le ossa degli italiani caduti in una delle battaglie più imponenti della seconda guerra mondiale. L'esito dello scontro, in questa sperduta stazione egiziana in mezzo al deserto, si sarebbe rivelato decisivo per le sorti future del conflitto. Una sterminata bibliografica ricostruisce e analizza le singole tappe delle alterne battaglie che incendiarono quei mesi, a cavallo tra giugno e novembre del 1942. Ma El Alamein è impresso nella memoria di ciascuno di noi non solo per la sua strategica centralità nella guerra in corso né solo per l'eccezionale statura dei comandanti contrapposti, Erwin Rommel e Bernard Law Montgomery, quanto per il comportamento irripetibile dei soldati italiani nella difesa coraggiosa della posizione in uno dei terreni più difficili e inospitali fino ad allora conosciuti.
La storiografia ufficiale, fatta salva qualche rarissima eccezione, ha totalmente trascurato la dimensione etica e simbolica privilegiando la ricostruzione militare in chiave filo-britannica o l'epopea dell'efficienza tedesca, ignorando il coraggio e il valore senza pari dei soldati italiani che meritarono il rispetto ammirato dei vincitori. "Il soldato tedesco ha stupito il mondo. Il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco" scriveva Rommel. Le testimonianze dell'epoca e dei pochi superstiti ci permettono di asserire, senza retorica, che il nostro esercito (paracadutisti, carristi, fanti, bersaglieri, granatieri, guastatori, genieri) con mezzi scarsissimi, praticamente nulli se paragonati a quelli delle armate inglesi, ha scritto a El Alamein una pagina memorabile di dedizione e di eroismo e ha acquisito un patrimonio morale e spirituale che appartiene all'intero popolo italiano e come tale va consegnato alle generazioni di oggi e di domani. I soldati italiani, dal più alto in grado all'umile fante, dal veterano pluridecorato della Prima Guerra Mondiale al sedicenne pieno di ideali, si batterono ovunque con formidabile ardore. Affrontarono sempre avversari agguerriti, superiori nel numero e meglio attrezzati, scrivendo pagine di eroismo e di gloria, senza essere semidei o eroi omerici ma facendo testardamente il proprio dovere fino al sacrificio estremo. Gli ultimi a cedere a El Alamein furono i paracadutisti della Folgore, che resistettero per tredici giorni senza indietreggiare neppure di un metro. Erano partiti dall'Italia in 5000 ed erano rimasti, tra ufficiali e truppa, in 304. Alla resa ebbero l'onore delle armi e il nome della loro Divisione restò da allora leggendario. Epica la difesa della Divisione corazzata 'Ariete' negli ultimi disperati combattimenti del 4 novembre 1942, un autentico olocausto che si è imposto all'ammirazione incondizionata dei tedeschi e degli stessi comandanti dell'Ottava Armata britannica. Come pure i Bersaglieri: a quota 33 un'intera compagnia fu sepolta dai nemici, "44 bersaglieri testardi caddero insieme al loro testardo capitano Ezio Fortunato Malis", racconta commosso Leonida Fazi. La cronaca di quei giorni nel deserto, tra i bagliori dei bombardamenti e il fuoco dei campi minati, ci restituisce l'immagine di giovani e giovanissimi soldati abbarbicati alla difesa dell'Italia e del proprio dovere in un atto estremo di amore troppo a lungo dimenticato. "Devo sottolineare - disse un comandante con piglio severo e linguaggio asciutto - il valore dei nostri carristi sui semoventi. Nessun semovente indietreggiò mai. Tutti finirono squarciati o bruciati". Da qui il motto inciso sul cippo su cui è riportata la distanza più vicina da Alessandria raggiunta dalle truppe italiane (111 chilometri) "Mancò la fortuna, non il valore". La stessa ritirata finale, allo stremo delle forze, fu uno spettacolo di civiltà, con l'ordine di tenere larghi intervalli e di fare quanta più polvere possibile per dare ancora l'impressione di una potenza che non c'era più.
"La ritirata di El Alamein - scrive Arrigo Petacco - fu una delle imprese più valorose e abili di Rommel. I suoi veterani percorsero centinaia di chilometri lungo la strada costiera e le piste del deserto. I reparti di retroguardia minavano il terreno e piazzavano, ovunque, anche sugli alberi, le loro micidiali booby traps. L'inseguimento divenne un incubo per gli inglesi…".

Non ci furono errori tattici da una parte o dall'altra, ma solo un'enorme disparità di mezzi. Sotto il profilo del valore morale e umano dei singoli soldati non c'è alcun dubbio: gli italiani, pur consapevoli della difficoltà dell'operazione e dell'inferiorità numerica, di mezzi e di equipaggiamenti, si sono battuti superando se stessi. Quasi oltre il limite dell'umana paura.

PERCHÉ…

Per comprendere la scelta rischiosa di concentrare truppe in questo angolo sperduto del deserto egiziano è necessario inquadrare la fase particolare della seconda guerra mondiale che precede lo spostamento dello scenario. Nella primavera del '42 Mussolini e Hitler avevano deciso di risolvere la partita nel Mediterraneo e nel Nord Africa. Malta, pesantemente bombardata dalla seconda flotta aerea tedesca e dall'aeronautica italiana, aveva praticamente cessato di esistere come base navale e i reparti anglo-americani avevano subito forti perdite che avevano consentito di far passare per Tripoli e Bengasi un convoglio italiano dietro l'altro, con importanti rinforzi per l'Armata corazzata italo-tedesca. Già nel '40, in previsione dell'entrata in guerra dell'Italia e di un'avanzata in direzione dell'Egitto, gli inglesi compirono una ricognizione a El Alamein, avendo valutato l'importanza della posizione, difficilmente aggirabile da sud. Infatti a poco meno di 60 chilometri dalla costa il deserto - rotto qua e là da piccoli rilievi che divennero di grande importanza tattica - piomba verso la depressione di El Qattara (134 metri sotto il livello del mare) stellata di sabbie mobili e terreno cedevole. Non c'è libro sulla guerra d'Africa che non accenni all'intransitabile depressione di El Qattara. Ovviamente dubbi esistevano e dubbi nutriva lo stesso Rommel, che per due volte si spinse durante l'estate del '42 sulla zona facendo sospettare ai suoi ufficiali chissà quali piani arditi per lanciare un'unità motorizzata attraverso l'infida discesa. Ma per comprendere la scelta dell'avanzata italo-tedesca a El Alamein occorre rifarsi alle decisioni prese dai vertici dell'Asse: fare massimo tesoro dei bombardamenti su Malta, isolare l'arcipelago assediato e scacciare gli inglesi dalla Cirenaica e dalla Marmarica conquistando la roccaforte di Tobruk che avrebbe dovuto aprire la marcia verso il canale di Suez. In gioco era il controllo dello scacchiere mediorientale. Con l'offensiva "Aida" dal 26 maggio al 21 giugno, cadde l'ultima roccaforte inglese in Libia, presidiata da circa 30.000 soldati sotto il comando del generale Ritchie. Il morale dell'Ottava Armata non era mai sceso così in basso, tanto che Rommel dopo una fulminea penetrazione in Egitto, con i suoi pochi mezzi, riuscì a conquistare velocemente Marsa Matruk, nonostante gli inglesi avessero una netta superiorità di uomini e mezzi. Basta solo pensare che ai 26 carri tedeschi usati per l'attacco, gli inglesi ne contrapposero ben 150. E' proprio nella caduta di schianto di Tobruk da rintracciare la vera premessa di El Alamein con la massiccia mobilitazione dell'apparato militare e industriale americano sul fronte nord-africano. Winston Churchill apprese della capitolazione mentre si trovava a Washington per un colloquio con il presidente Roosevelt. Il telegramma arrivato fu lapidario: "Tobruk si è arresa, 25mila uomini sono caduti prigionieri"… "La disfatta è una cosa la vergogna è un'altra", mormorò il presidente. La posta in palio era il controllo del fronte nord-africano, l'Egitto e le fonti petrolifere del Medio Oriente (Iraq e Iran). Al rinnovato impegno anglo-americano per impedire il peggio fece riscontro una ventata di grande entusiasmo ed euforia nell'Asse: venne accantonato il previsto attacco contro Malta, che Mussolini continuava giustamente a ritenere prioritario, per concentrare l'obiettivo sulla conquista del Delta, operazione che Rommel giudicava fattibile. Mentre Tobruk capitolava Mussolini aveva riproposta a Hitler per lettera la priorità della conquista dell'isola inglese, sollecitando importanti forniture di nafta per la flotta italiana. La conquista dell'isola sarebbe stata in realtà di vitale importanza, perché avrebbe permesso ai convogli dell'Asse di attraversare il Mediterraneo senza perdite e di portare i necessari rifornimenti alle truppe in Africa. Ma ciò non avvenne e gli inglesi, utilizzando aero-siluranti e sommergibili in quantità sempre crescente, presero il controllo del mare. Fu così che una piccola isola al centro del Mediterraneo segnò in maniera decisiva le sorti della guerra. I bagliori della vittoriosa battaglia della Marmarica, però, mandarono all'aria i piani precedentemente concordati. Nella risposta a Mussolini Hitler scrive: "Ordinate il proseguimento delle operazioni fino al completo annientamento delle truppe britanniche".

IL LUOGO

El Alamein è un piccolo villaggio dell'Egitto situato sulla costa mediterranea, nella parte più interna del Golfo degli Arabi. Fu scelta dagli Inglesi come ultima linea di difesa dell'Egitto, sia per la sua posizione, sia perché era posta sulla linea ferroviaria che da Sollum conduceva ad Alessandria. Il clima desertico del luogo influì pesantemente nel corso della battaglia. La presenza di forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, caratteristiche dei deserti caldi (nei deserti chiamati freddi, presenti in zone lontane dal mare e racchiusi spesso da alti rilievi montagnosi, le escursioni termiche sono annuali) dove la temperatura passa da un massimo di 60 C° a un minimo di 0 C°, pregiudicò spesso la salute dei soldati che vi combattevano. L'unica fauna presente era costituita da poche specie di animali resistenti alla sete: scorpioni, rettili, piccoli roditori, antilopi e dromedari. Le piogge potevano mancare per lunghissimo tempo. Si scatenavano poi violentemente tutte in una volta, formando anche dei torrenti che i beduini chiamano "uadi". Tale era la violenza di questi torrenti, che vi potevano annegare uomini e animali, ma passato il periodo delle piogge ritornavano quasi immediatamente aridi. Posti di ristoro con la presenza di acqua, erano le oasi, piccole isole verdi in un mare di sabbia. La presenza di falde acquifere sotterranee in quelle zone favorivano la crescita di vegetazione, fra cui la più caratteristica era la palma del dattero. Questo tipo di deserto, formato da dune di sabbia, rendeva difficile qualunque tipo di movimento, sia agli uomini che alle macchine. I granelli di sabbia accecavano gli occhi, rendevano difficoltosa la respirazione e infiltrandosi nei motori delle macchine e dei mezzi corazzati ne rendevano impossibile l'utilizzo. I rifornimenti d'acqua diventavano così indispensabili. Il caldo la faceva bollire nei radiatori e le uniche zone d'ombra per gli uomini erano quelle proiettate dai camion. I soldati, quindi, dovevano difendersi non solo dai proiettili e dai cannoni nemici, ma anche da un ambiente ostile. In tale situazione, l'esercito che si trovava a essere più male organizzato ed equipaggiato, era fatalmente destinato a soccombere.

PRIMA BATTAGLIA

L'offensiva che avrebbe portato le truppe italo-tedesche sulle dune infuocate di El Alamein, scattò il 26 maggio del 1942. Dopo tre settimane di duri combattimenti venne espugnata Tobruk. L'Ottava Armata però non venne distrutta ma solo messa in fuga e sotto il comando di Sir Claude Aunchinlek (comandante in capo inglese del Medio Oriente), si dispose per l'ultima difesa nella linea di El Alamein. La decisione di Aunchinlek fu saggia, in questo luogo, il deserto egiziano si restringe fino a formare un collo largo circa 70 km e compresa fra il mare e la depressione di Bab el Qattara, vi era una area paludosa al di sotto del livello del mare. Tutto ciò rendeva molto più facile la difesa di Alessandria e del Canale di Suez. Il 28 giugno le colonne inglesi iniziarono a prendervi posizione e il giorno 30 la linea di difesa poté essere completata. Il deserto verso la direzione da cui dovevano giungere i carri tedeschi sembrava vuoto. Improvvisamente si alzò una nube di sabbia che girava vorticosamente e si udì in lontananza un sordo rombo di motori. Gli italo-tedeschi adesso erano a soli 88 km da Alessandria, ma in pieno deserto. Rommel in contrasto con il generale Bastico, comandante supremo delle forze in Africa Settentrionale e suo diretto superiore, dopo la presa di Tobruch aveva deciso lo stesso di avanzare, contravvenendo agli ordini, di sospendere tutte le operazioni per consentire di attuare l'importante piano della conquista della base inglese di Malta (Operazione Ercole). L'isola costituiva una spina nel fianco per i convogli italiani diretti in Libia, e questa decisione come si vedrà in seguito, gli fu fatale. Auchinleck in quel momento disponeva di una divisione sudafricana attorno El Alamein, di due brigate indiane, di tre brigate neozelandesi schierate lungo la depressione di Bab el Qattara e di circa 150 carri di cui 60 erano Grant, (la versione inglese del carro americano Lee) raccolti sul crinale di Ruweisat. In un luogo chiamato Deir el Shein aveva lasciato intenzionalmente un varco tra i sudafricani e la nona brigata indiana, in modo di attirare colà i tedeschi e attaccarli da entrambi i lati. Le forze dell'Asse, nonostante le folgoranti vittorie, erano molto spossate, le distanze dalle basi di rifornimento si erano allungate moltissimo e la RAF aveva il dominio quasi assoluto dal cielo. A Rommel, dell'Afrikakorps erano rimasti soltanto 26 carri e 1500 uomini della fanteria motorizzata tedesca. Nonostante le difficoltà egli era ancora fiducioso nelle sue possibilità di vittoria. Ordinò così alla 90a Leggera di spingersi sopra Deir el Shein per poi tagliare a nord in direzione della costa, circondando così i sudafricani. Contemporaneamente le sue due divisioni di "panzer", più il 20o Corpo italiano, avrebbero travolto a sud i neozelandesi a Bab el Qattara aggirando il crinale di Ruweisat. Ma l'attacco della 90a, infiltratasi nel varco lasciato apposta dagli inglesi, fallì, essendo assaliti i tedeschi da tutti lati dai sudafricani, i quali invece dovevano sorprendere. Mentre a sud gli italiani non riuscirono a sfondare le linee tenute dagli indiani Sick e Gurka. Solo molto più tardi riuscirono a passare con l'aiuto dei carri tedeschi, ma ormai l'aggiramento era fallito per il forte ritardo nell'esecuzione del piano. In serata rendendosi conto del fallimento tedesco, Auchinleck ordinò un contrattacco sul fronte meridionale con l'appoggio di carri armati, intendendo adesso accerchiare a sua volta il nemico. Rommel da parte sua moltiplicò lo sforzo a nord, chiamando in aiuto della 90a tutta l'Afrikakorps. Gli inglesi comunque ancora sconvolti dalle recenti sconfitte non riuscirono a intaccare seriamente lo schieramento difensivo tedesco a sud ed essi, nonostante i furiosi attacchi, non riuscivano ad avanzare di mezzo metro. Durante i combattimenti venne anche distrutta la divisione corazzata italiana "Ariete", dai neozelandesi e dalla prima divisione corazzata inglese. Finalmente ci fu una sosta temporanea il 4 luglio e l'America era già entrata in guerra. I Tedeschi dovevano fare presto. Ma adesso erano le truppe inglesi ad attaccare tenendo sottopressione le truppe italiane male armate. La situazione si era invertita. Auchinleck tentò un ultimo attacco lungo la strada costiera con la nona divisione australiana il 26 luglio e dopo una prima infiltrazione vennero però respinti da un furioso contrattacco italo-tedesco. Mancò infatti l'appoggio dei carri, che non riuscirono a passare tra i campi minati tedeschi e in un attacco diversivo condotto al centro dello schieramento nemico, ne vennero distrutti addirittura 96 dai cannoni controcarro 88, per essersi appunto bloccati in mezzo alle mine. Finisce così la prima fase della battaglia di El Alamein, con i due eserciti ormai esausti che pensano ad riorganizzarsi il più presto possibile. Da parte dell'Asse però vi erano enormi difficoltà per far giungere i rifornimenti alle truppe, i sommergibili inglesi facevano strage di piroscafi italiani nel Mediterraneo. Era la benzina il problema più grosso. Nell'esercito inglese questi problemi erano inferiori, data la vicinanza del canale di Suez dove venivano sbarcati i rifornimenti, anche se le navi che li trasportavano dovevano compiere l'intero periplo dell'Africa. Ma una svolta avvenne nel comando. Churchill, reputando che ormai le truppe non avevano più fiducia nei loro comandanti, sostituì Auchinleck con Sir Harold Alexander, come comandante del Medio Oriente. A capo dell'Ottava Armata fu designato, invece, dapprima il generale Gott, ma l'aereo che lo stava portando al fronte fu abbattuto. Si scelse così Bernard Law Montgomery.

SECONDA BATTAGLIA

Nel luglio '42 solo due navi italiane dirette in Libia vennero affondate. I convogli passavano facendo affluire rinforzi e grossi rifornimenti. Il numero di carri a disposizione salì a 767. Rommel tentò così una nuova offensiva contrapponendo solo 443 carri, di cui 243 erano antiquati carri italiani, del tutto inutili contro quelli inglesi. Il suo piano consisteva nell'aggirare a sud gli inglesi, per poi attaccare da est il crinale di Alam Halfa accerchiandoli, ma per la cronica mancanza di carburante infine fu costretto rinunciarci e attaccare frontalmente. L'offensiva scattò la notte del 31 agosto: tuttavia i campi minati dai britannici (i cosiddetti Giardini del Diavolo, dove stime affidabili danno in circa 6 milioni e mezzo il numero di ordigni interrati da ambedue i contendenti) fra Ruweisat e la depressione di Bab el Qattara, attraverso i quali si doveva passare, si rivelarono più profondi di quanto le ricognizioni non avessero lasciato sperare e le forze attaccanti giunsero oltre la fascia minata solo il mattino seguente. Grazie alla luce del giorno furono immediatamente avvistati e svanì così l'effetto sorpresa. I carri inglesi poterono immediatamente lanciarsi sugli attaccanti giunti ormai all'estremità occidentale di Alam Halfa bloccandoli, nonostante le rilevanti perdite. A Rommel, vista l'impossibilità di un rapido ripiegamento a causa dei campi minati, non rimase che attaccare Alam El Halfa, utilizzando le 15ª e 21ª Panzer tedesche, l'Ariete, la Littorio e la Trieste. Dopo tre tentativi falliti, gli italo-tedeschi si ritirarono il 5 settembre. Le forze dell'asse esaurirono così la propria capacità offensiva per raggiungere Alessandria e si ritirarono sulle postazioni di partenza. Ora si trattava di difendersi.

TERZA BATTAGLIA
Operazione "Piè leggero"

Per il contrattacco, Montgomery preferì una battaglia d'urto, affidandosi alla superiorità dei mezzi. Nonostante le lamentele di Churchill e le sue pressioni per un attacco immediato, Alexander e Montgomery stabilirono l'inizio dell'offensiva per la notte del 23 ottobre che coincideva con la luna piena, indispensabile per avanzare verso le linee nemiche. L'attacco iniziò alle 21.40. Il fronte, a est, s'illuminò istantaneamente a giorno e quasi contemporaneamente il fuoco di 1000 pezzi di artiglieria si riversò sulle postazioni dell'Asse ora al comando del generale Stumme, che sostituiva Rommel momentaneamente in Germania. Alle 9.40 del 23 ottobre, 800 cannoni inglesi aprirono il fuoco martellando le postazioni italiane e tedesche rendendo in parte inefficaci i campi minati. Tutte le testimonianze concordano nel definire quell'uragano di fuoco simile ai grandi concentramenti di artiglierie della Prima Guerra Mondiale. Nel deserto non si era mai visto nulla di simile. Gli italo-tedeschi, disposti dietro una fitta rete di campi minati, opposero un'epica resistenza. Le prime posizioni, tenute da Bologna, Pavia, Trento, Folgore e dalla 164ª sostennero l'urto. Per 3-4 giorni gli inglesi cercarono invano di perforare il fronte. Il mattino del 25 ottobre gli inglesi capirono che l'offensiva stava rischiando il fallimento completo, ma gli italo-tedeschi non riuscirono a sfruttare il successo. Rommel prima dell'inizio della battaglia era andato in Germania per dei gravi disturbi. I tedeschi così si trovarono in quella delicata situazione senza il loro geniale comandante, inoltre il generale George Stumme, che era stato designato a sostituirlo temporaneamente, era morto d'infarto durante un'ispezione al fronte. La situazione ormai stava volgendo in favore dell'Ottava Armata, anche se italiani e tedeschi ovunque resistevano con la forza della disperazione e una dedizione assoluta al proprio dovere. Tra il 24 e il 28 ottobre gli assalti furono respinti dalla 15ª Panzer e dalla Lit









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