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A FURIA DI DARE LEGNATE SI E' COLPITO DA SOLO...

Scritto da Super User. Postato in Editoriali

Potremmo riassumere così l'evoluzione del ministro Bossi, leader di una Lega cui in molti avevamo confidato come alleato idoneo per garantire all'Italia una prospettiva di discontinuità. L'abbandono dell'opzione secessionista sembrava l'inizio di una stagione nuova, capace di vedere finalmente coniugate tra loro l'ansia di modernizzazione con il desiderio di stabilità. Non sappiamo se la Lega abbia ultimato questa evoluzione ovvero se l'abbia solo iniziata, sappiamo per certo che a tratti la sua impresentabilità inizia a essere imbarazzante per gli stessi 'padani', che la rozzezza dei comportamenti di taluni suoi esponenti rischia di mettere in ridicolo argomenti culturalmente interessanti, che la predisposizione alle urla e agli improperi risulta ingombrante per ciascuno degli alleati al governo. La pratica di "un passo avanti e due passi indietro", su cui si sta specializzando, inizia a mostrare tutte le sue lacune e a lasciar prefigurare l'ennesima occasione mancata…


Gli insulti indirizzati a Roma e le accuse rivolte al Presidente Fini poi lasciano di sasso; è come se non rammentasse, il ministro Bossi, che la rivoluzione dei costumi e l'avvento di un diverso modo d'interpretare la politica e l'amministrazione della cosa pubblica nascono da Roma che, grazie proprio a Gianfranco Fini, raccoglie l'iniziativa moralizzatrice anti-tangentopoli, le dà un'impronta popolare, strappandola alle aule dei tribunali, e le conferisce la dignità di un progetto politico, interrompendo la pratica tribale della caccia all'untore e disegnando nuovi scenari. Erano gli anni dei cortei promossi dalla destra italiana, affollati e civili, con i 'guanti bianchi' innalzati verso il cielo, simbolo di quella moltitudine di cittadini (la maggioranza silenziosa) che lavorava onestamente e voleva essere governata con onestà. Prendeva così forma, proprio a partire dalla capitale, l'impulso che consentirà a qualche decina di candidati sindaci del Movimento sociale italiano, nel 1993, di raccogliere consensi plebiscitari interpretando la radicale volontà di 'svolta', l'intimo e profondo desiderio di 'rivoluzione dolce' che si erano diffusi tra la gente.
Il paradosso è che con le sue contumelie nei confronti della Capitale Bossi è riuscito a creare un 'pacchetto di difesa' da fare invidia a qualunque città del mondo, anche tra personalità politicamente opposte, e cementare alleanze contronatura.
Roma ha visto di più e di peggio, ha seppellito con il suo fare sornione papi e imperatori, non serviamo noi a consolarla, né cadremo nella trappola di chi non la vorrebbe 'ladrona', ma 'padrona'. Quasi a dover dimostrare che in quanto a scemenze ce ne intendiamo anche noi…
Del resto la retorica antiromanista è vecchia e logora: "I romani - a differenza dei parigini e dei londinesi - non sentono di essere rappresentanti di tutti gli italiani, d'avere cioè un mandato di un'intera nazione. Non tutelano gli interessi del Paese, anzi addirittura trascurano i loro". Così Arrigo Benedetti apriva nel 1956 il processo a Roma, accusata di essere prima di tutto Capitale di corruzione politica e fiacchezza morale. Quando, passando il tempo, le analisi restano sempre le stesse si è destinati a cadere in fretta…
Dunque, l'impeto anti-romano ha generato una coalizione trasversale filo-romanista. Ma è proprio qui il problema, si tratta di una difesa di maniera, poco convincente perché strumentale e animata fortemente da interessi elettorali. Non ci s'interroga su cosa sia stato il 'palazzo' nella città eterna, cosa abbiano rappresentato per i cittadini la burocrazia, la presenza di diritti 'a gettone', la discrezionalità delle scelte, 'il porto delle nebbie'. C'è chi difende Roma perché vuole più risorse finanziarie dallo Stato, chi di lei si fa scudo e agita la verga contro compagni di partito e alleati, chi vuole modificarne l'assetto per passare alla storia e chi le rimprovera ogni male…
Roma, simbolo d'Italia, così strattonata e così sola. Noi sappiamo che cosa significa essere italiani e romani, non è la residenza a segnare l'appartenenza. Gli italiani portano in spalla il mito di Enea, il delitto di Romolo e il solco tracciato con l'aratro, il fratricidio di Remo; ma insieme hanno addosso la responsabilità dei Cesari, il principio del diritto, i primi passi della democrazia occidentale, il culto dell'integrazione e la cittadinanza agli schiavi. A parlare di Roma e dell'Italia ci si perde nella grandezza degli anfiteatri, nell'operosità dei fori, nella retorica dei giuristi, nella sapienza dei filosofi, nel coraggio dei legionari, nell'ospitalità della domus e nell'ingegneria degli acquedotti. E poi ci si trova con lo sguardo su torri, basiliche, castelli, fino al messaggio salvifico del Cristianesimo, il misticismo delle chiese medievali, l'equilibrio delle piazze rinascimentali e la vivacità drammatica di quelle barocche, l'ambizione dell'urbanistica umbertina e la razionalità di quella fascista. Dopodiché… il nulla. Anzi, il tragico.
Roma è prima di questa Roma di politicanti che fanno strame della sua grandezza. Gli anatemi di Bossi e la mortificazione cui Veltroni e Rutelli l'hanno costretta, negandole identità e riscatto morale, l'hanno ingessata sul binario morto della mera gestione quotidiana. Una ragione in più per dire, da Bolzano a Pantelleria: "Civis romanus sum".

Fabio Rampelli