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ARA PACIS, STORIA DI UNO SCEMPIO SENZA EGUALI

Scritto da Super User. Postato in Editoriali

di Fabio Rampelli

È questa la storia di una ferita inferta alla Capitale. È questa la cronistoria di una delibera con cui l’ex sindaco Rutelli umiliò il centro di Roma, mortificò gli architetti, piegò le leggi ai suoi desiderata. È’ la storia dell’Ara Pacis. Ma non solo, è lo specchio di come Rutelli ha governato la Capitale, di come Veltroni ha pilatescamente avallato questo scempio.

Tutto cominciò nel 1996 quando la giunta presieduta da Francesco Rutelli, allora primo cittadino di Roma, decise, con una delibera datata 8 marzo, di conferire all’architetto americano Richard Meier l’incarico di redigere un progetto preliminare per il nuovo complesso museale dell’Ara Pacis, proponendosi come obiettivo di “ottenere un programma di sistemazione e riqualificazione dell’area dell’Augusteo”.

Tale incarico venne affidato direttamente al professionista statunitense, benché nel testo della stessa delibera venisse dichiarata l’intenzione di “bandire un concorso internazionale di idee per giungere ad una sistemazione complessiva che sia il risultato di un processo culturale ai massimi livelli di qualità” e che tale iniziativa non poteva “non coinvolgere la cultura internazionale sin dalle fasi istruttorie del concorso per la predisposizione del bando”.

Alleanza nazionale si rese conto sin da subito dell’assurdità del progetto. Ridisegnare un sito storico e archeologico con un intervento così forte e con un progetto così avulso dal contesto urbano rappresentava una scelta quanto meno discutibile. Se a tutto ciò si aggiungeva l’assoluta assenza di un confronto serio tra intellettuali, architetti e urbanisti la scelta diventava inaccettabile anche perché tutta la vicenda fu portata avanti facendo strame delle leggi in materia di appalti. Per eludere la normativa europea, infatti, gli esperti giuristi del Campidoglio trovarono il modo di legittimare il progetto di Meier. L’architetto infatti regalò il progetto preliminare alla giunta Rutelli, mentre il progetto esecutivo veniva finanziato dalle Banche Tesoriere di Roma. Come dire ‘a caval donato non si guarda in bocca’… quindi non era direttamente un’amministrazione pubblica a conferire formalmente l’incarico. E il concorso, ideato per dare una parvenza di pluralismo accademico, non fu mai realizzato contraddicendo in questo modo il dettato dell’art. 17 della legge 109/94, nel quale si auspica una simile fattispecie “quando la progettazione riguarda opere di particolare rilevanza sotto il profilo architettonico”. L’assurdità è che il concorso di idee si sarebbe dovuto bandire, o dovrebbe essere bandito, tenendo conto del progetto realizzato dall’americano e quindi condizionando la libertà di espressione del progettista e subordinando gli stilemi architettonici a linguaggi completamente estranei al contesto urbanistico della piazza. Per dare i crismi della legalità a un’operazione indigesta anche alla sovrintendenza, Rutelli aveva bisogno di complici…Fu così che il 26 novembre 1998 fu firmato un accordo di programma tra l’allora ministro dei Beni Culturali, Walter Veltroni, il presidente della Regione Lazio, Piero Badaloni e il Comune di Roma per l’approvazione del progetto definitivo del complesso museale dell’Ara Pacis e dell’abbattimento della teca di Morpurgo. Con questo accordo di programma si autorizzava anche un cambio di destinazione d’uso sia dell’opera realizzata nel 1938 dall’architetto italiano sia di una parte della zona ove sorge l’Ara Pacis, prevedendo oltre alla demolizione della teca anche la ricostruzione di un complesso museale in grado di ospitare, fra i vari ambienti previsti, un auditorio con una capienza per 200 persone e uno shopping center, quindi procedendo a un ampliamento di cubatura.

Nel 2001 la scellerata decisione giunge a compimento: la teca viene distrutta ma i lavori subiscono un’interruzione a causa dell’intervento della Sovrintendenza archeologica che ravvisa irregolarità sulle verifiche idrogeologiche. Meier è costretto a modificare il progetto per liberare le chiese gemelle di San Rocco e San Girolamo dei Croati dall’invadenza del muro e della scalinata, riducendo l’obelisco previsto al centro della gradinata e eliminando la fontana che la costeggia. La modifica apportata, comunque, ci lascia ancora molto perplessi, poiché l’impatto sull’area resta devastante.

Nel frattempo la questione è diventata internazionale: il principe Carlo d’Inghilterra, appassionato di architettura, è indignato per l’abbattimento della teca e per la nuova sistemazione dell’Ara Pacis. Senza giri di parole viene definita dall’entourage del principe una “pompa di benzina”. A quel punto anche gli intellettuali e gli urbanisti nostrani cominciano a scalpitare. Intervengono contro Arbasino, Portoghesi, Tamburrino, Zeri, Giuliani. Vittorio Sgarbi, da sottosegretario al ministero dei Beni Culturali, ebbe il coraggio istituzionale e politico di aprire un vero e proprio contenzioso con il Comune di Roma. Grazie alla sua irruenza e alla sua autorevolezza, un successo è stato raggiunto. L’’affaire’ Ara Pacis non è più cosa loro, della giunta e di Meier. Il Comune di Roma e i suoi amministratori sono stati costretti a riconvocare l’architetto per rimodulare il progetto. Anche i residenti, le associazioni e il mondo accademico e professionale oggi non sono più indifferenti anche se, a onore della cronaca, qualche sassolino ce lo possiamo pure togliere: se il fronte del no fosse stato compatto sin dal 1996 oggi la teca di Morpurgo sarebbe integra al suo posto. La tutela dell’Ara Pacis ha costituito, al pari dell’iniziativa assunta per la salvaguardia del parco di Tor Marancia, una battaglia iniziata in solitudine da Alleanza nazionale. Anche il mondo professionale che si rifà ai principi dell’architettura tradizionale non era rimasto con le mani in mano, tant’è che l’Agenzia per la città, con i suoi due responsabili Cristiano Rosponi e Orazio Campo, aveva presentato un esposto alla Commissione europea, denunciando l’irregolarità dell’affidamento a Meier del progetto per l’Ara Pacis. Oggi Veltroni ha deciso di far indire il famoso concorso per la risistemazione di piazza Augusto Imperatore. Questa scelta è, a nostro giudizio, una vera presa in giro, soprattutto perché viene ribadito un concetto culturalmente sbagliato, cioè quello di intervenire prima in maniera puntuale per poi sistemare l’intera area con una prova che viene indetta sulla base del rispetto del progetto Meier. Tutto ciò, oltre a realizzare una disparità deontologicamente scorretta tra architetti contemporanei (sulla quale potrebbe intervenire l’Ordine professionale), non potrà che far risultare vincitore un progetto di stampo modernista. Ciò che noi chiediamo, invece, è un ripensamento globale su tutta l’area che potrebbe portare, rilanciando l’ipotesi di ricostruzione filologica della teca di Morpurgo per valorizzare l’identità storica di quel luogo, ad affrontare temi interessanti, quali il recupero del Porto di Ripetta e il dialogo tra la città ed il Tevere, con l’interramento del lungotevere e la realizzazione di parcheggi interrati.

La strada da percorrere diventa perciò quella della mediazione attraverso la creazione di un fronte trasversale formato da intellettuali, residenti, associazioni e forze politiche che faccia appello al sindaco Veltroni e al ministro dei Beni culturali, Giuliano Urbani. Si mettano intorno ad un tavolo Meier assieme alla compagnia d’appalto dei lavori, la Corte dei Conti (il cui intervento era stato richiesto dall’associazione Italia Nostra per l’aggravio di spesa). E’ necessario fare un passo indietro e ricominciare da capo: la Capitale non può tollerare una simile bruttura solo perché è faticoso trovare ora una soluzione alternativa possibile.