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Il ritorno di Trieste all'Italia

Con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924 si riconosceva alla Jugoslavia la sovranità sul Delta e Porto Baross, all’Italia la sovranità su Fiume, di cui l’estremo territorio settentrionale doveva essere ceduto alla Jugoslavia, e si rimetteva la delineazione dei confini precisi al lavoro di una commissione mista. La situazione dei confini restò tale per vent’anni, quando, alla fine del secondo conflitto mondiale, e precisamente il 1 maggio 1945, le truppe jugoslave guidate dal Maresciallo Tito occuparono la città al grido di “Trst je nas!” (“Trieste è nostra!”).

Il Partito Comunista Italiano rispose all’occupazione con un manifesto firmato da Palmiro Togliatti, nel quale invitava la popolazione ad “accogliere le truppe di Tito come liberatrici”. Le truppe titine misero in atto la stessa strategia già usata nei territori occupati dell’Istria e della Dalmazia: il tentativo di cancellare ogni forma di italianità da quelle terre.
Diedero quindi il via a violenze e repressioni inaudite, costringendo le truppe Alleate ad occupare Trieste e la Venezia Giulia e ad allontanare gli jugoslavi dopo soli quaranta giorni. Il 10 febbraio 1947 (data che oggi è diventata celebrativa della ‘Giornata del Ricordo delle foibe e dell’esodo dei giuliano-dalmati’ con una legge approvata dal Parlamento proposta da Alleanza Nazionale) il Trattato di pace di Parigi sanciva il definitivo passaggio di quasi tutta l’Istria, delle città di Zara, Fiume e Pola alla Jugoslavia, ed istituiva nell’Istria nord-occidentale il territorio libero di Trieste affidato nella parte settentrionale (zona A, comprendente Trieste) agli anglo-americani e nella parte meridionale (zona B, comprendente Capodistria, patria di Nazario Sauro, eroe italiano della prima guerra mondiale) ai titini.
La situazione si mantenne sino al novembre 1953, quando degenerò. Il clima che si respirava a Trieste era pesante, le voci che arrivavano, confuse e prive di conferma, parlavano di un progetto di occupazione del territorio libero da parte di Tito, si diceva persino che il Maresciallo fosse disposto a trattare l’ingresso della Jugoslavia nel Patto Atlantico in cambio dell’annessione di Trieste. Alcuni giovani triestini si recavano ogni domenica in territorio italiano, a Monfalcone, dove ricevevano lezioni di tecnica militare dagli italiani. La frustrazione per la mancanza di libertà politica, l’occupazione definita “clientelare” che nel frattempo non proteggeva la popolazione dall’ipotesi di un’annessione alla Jugoslavia e il ricordo vivo accompagnato dal terrore che si potessero ripetere i terribili massacri di pochi anni prima (quando i partigiani titini avevano infoibato migliaia di persone colpevoli soltanto di essere italiane) portarono in breve tempo alla degenerazione dei rapporti tra italiani e occupanti. La sicurezza del territorio libero era garantita, oltre che dalle truppe Alleate, dalla Polizia civile, vista però di cattivo occhio perché formata in buona parte da elementi che godevano di scarsissima fiducia tra gli italiani. Il 3 novembre 1953, in occasione dell’ anniversario dell’ingresso delle truppe italiane a Trieste nel 1918 e della festa del patrono della città, San Giusto, il sindaco Gianni Batoli espone sulla torre del Municipio il vessillo tricolore, in aperta violazione delle istruzioni del generale Sir John Winterton, comandante anglo-americano della zona A. La bandiera viene rimossa dalla polizia americana e sequestrata. Questo atteggiamento degli anglo-americani viene interpretato dalla popolazione come una violenza e come un tradimento della Dichiarazione dell’8 ottobre precedente, nella quale gli Alleati si impegnavano a fare ogni cosa in loro potere per permettere il passaggio di Trieste e della zona A all’Italia. Nasce una protesta ufficiale da parte delle autorità cittadine che chiedono la restituzione del vessillo. Dopo la messa tenuta dal vescovo Antonio Santin in onore di San Giusto, un gruppo di giovani improvvisa un corteo di circa duecento persone, che viene immediatamente disperso dalla polizia.
La convivenza pacifica è finita e lo si capisce scorrendo le pagine del giornale “The Times” del giorno dopo, che titola: “Bandiera italiana sequestrata a Trieste. Sfidati gli ordini alleati”. È evidente che qualcosa è cambiato. Il giorno seguente, 4 novembre, anniversario della Vittoria italiana nella Grande Guerra, parte l’Autocolonna Tricolore, un convoglio italiano diretto al sacrario di Redipuglia. Al rientro, nel pomeriggio, nasce un corteo spontaneo diretto a piazza dell’Unità d’Italia, che cerca di issare il vessillo tricolore sul municipio. Non vi riesce per l’intervento della polizia, che provoca il sequestro del drappo e il ferimento di alcuni manifestanti, che tuttavia non si danno per vinti. Vengono assaltati un cinema britannico, una tipografia jugoslava e la sede del Fronte Indipendentista, un movimento che chiedeva l’indipendenza del territorio libero di Trieste dall’Italia.
Ma la protesta non è destinata a fermarsi, e dovrà quindi rendersi più cruda. La mattina del 5 novembre studenti medi ed universitari disertano le aule e si radunano in piazza, girando in gruppi per le scuole e invitando gli studenti ad imitarli. I ragazzi si disfano delle cartelle di scuola lasciandole nei bar e nei negozi, prova questa dell’appoggio dato dalla popolazione ai manifestanti.
A metà mattinata due gruppi distinti di studenti si radunano in due piazze differenti: subito scoppiano gli scontri con la polizia. Alcuni studenti, per sfuggire alle cariche si rifugiano nella chiesa di Sant’Antonio. I poliziotti inseguono i ragazzi sin nel luogo sacro e li colpiscono, spargendo sangue dentro la chiesa e fin sull’altare. Anche i fedeli in preghiera vengono malmenati dalle forze di polizia.
Per tutta la mattina gli studenti manifesteranno per le strade di Trieste. La maggior parte dei manifestanti è composta da ragazzi e ragazze tra i 17 e i 22 anni, studenti di liceo e universitari. Nel primo pomeriggio i giovani tornano di fronte alla chiesa, dove si svolge la cerimonia per la riconsacrazione dopo la profanazione di sangue avvenuta la mattina.
Partono le solite sassaiole, ma stavolta la polizia reagirà in altro modo. Viene dato l’ordine di “sparare in aria una salva di avvertimento”. Questo avvertimento lascerà sul selciato due morti e quindici feriti. Le vittime sono Antonio Zavadil e Pietro Addobbati, di soli quindici anni: è il caos.
I ragazzi italiani si muovono per Trieste mirando contro ogni installazione alleata: alberghi, Questura, Prefettura… Perfino il Municipio è preso di mira.
Stavolta la protesta non si ferma neppure nella notte.
Nella mattina del 6 novembre i ragazzi incendiano le vetture della polizia e disarmano gli agenti di guardia ad una tipografia jugoslava; dopo aver devastato la tipografia gli studenti si dirigono presso la sede del Fronte indipendentista. La polizia spara, la sede viene completamente distrutta, il mobilio gettato dalla finestra e dato alle fiamme in strada.
In Piazza dell’Unità la polizia di guardia alla Prefettura è costretta a retrocedere di fronte all’avanzare dei ragazzi. Dal palazzo si spara sulla folla. Restano sul selciato l’ex partigiano Saverio Montano, di 52 anni, Francesco Paglia, 24 anni, segretario della Goliardia Nazionale e della Giunta d’Intesa studentesca, a capo della quale gli subentrerà Renzo De’Vidovich. Perde la vita anche Leonardo Manzi, aveva solo 15 anni ed era stato costretto ad abbandonare Fiume. Morì da profugo a Trieste il 6 novembre 1953, sul sagrato della chiesa di S. Antonio. Nelle mani stringeva forte un tricolore.
I feriti sono numerosissimi, anche al di fuori del teatro degli scontri. Di lì a poco i colpi della polizia uccideranno anche Erminio Bassa, di 50 anni, nonostante si trovasse relativamente distante dalla manifestazione.
Quattro nuovi eroi morti all’inseguimento di un sogno: il ricongiungimento con la madrepatria.
Tra i caduti, Pierino Addobbati apparteneva ad un’antica famiglia dalmata, Antonio Zavadil era istriano e Nardino Manzi era di Fiume. Tutti ragazzi provenienti dalle Terre irredente, tutti ragazzi che avevano sentito sulla propria pelle il peso della fuga da casa. Tutti ragazzi che avevano vissuto il dramma dell’esodo.
Dopo cinquant’anni, a questi eroi semplici e sconosciuti, il giorno 26 ottobre 2004, l’Italia ha concesso una medaglia alla memoria, consegnata ai loro parenti a Trieste in una cerimonia ufficiale alla presenza di rappresentanti del governo. Il loro sacrificio non fu vano. Attirata ormai l’attenzione internazionale sul dramma di Trieste, fu necessario trovare al più presto una soluzione. Si accelerarono i tempi dell’intesa: il 5 ottobre 1954 venne firmato un Memorandum d’intesa, che sanciva il passaggio della zona A all’Italia e della zona B alla Jugoslavia. Il 26 ottobre l’Italia rientra finalmente a Trieste e Trieste in Italia.
Seguì l’esodo drammatico dalle italianissime città di Capodistria, Albaro Vescovà, San Servolo, Crevatini, rimaste fuori dal confine in seguito alla spartizione.
Si concluse così il travaglio dei territori della Venezia-Giulia, colpevoli soltanto della loro appartenenza. La spartizione dettata dal Memorandum d’Intesa provocherà l’ultima parte di un esilio forzato, prodotto dalla pulizia etnica messa in atto dalle truppe jugoslave nei confronti dei nostri connazionali. Dai territori giuliano dalmati 350 mila italiani scelsero la madrepatria, che li accoglierà con freddezza quando non con ostilità.