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Pola e il dramma dell’esodo

Il 10 febbraio 1947 a Parigi, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, firmò il trattato di pace che, a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, toglieva definitivamente all’Italia gran parte dell’Istria, Zara in Dalmazia, la città di Fiume e le isole quarnerine di Cherso e Lussino: è l’atto d’inizio di quello che sarà poi l’esodo di migliaia di italiani.

Sono anni del terrore antitaliano e Tito non fa mistero delle proprie mire sul Friuli Venezia Giulia, al punto da arrivare a occupare per 40 giorni la città di Trieste e parlare apertamente della settima repubblica jugoslava. Dopo il Trattato di Parigi, gli italiani dell’Istria e di Fiume si trovarono isolati e costretti ad accettare, per poter rimanere nella propria terra fino a quel momento italiana, la cittadinanza jugoslava oppure optare per quella italiana e scegliere la via dell’esodo. Trecentocinquantamila furono costretti ad abbandonare le proprie terre e imbarcarsi su traghetti di fortuna per non morire. In pochi anni vengono sradicate tradizioni secolari e viene stravolta la complessa identità di un territorio di 7650 chilometri quadrati con una popolazione di almeno 495mila persone. Il 10 novembre 1975 a Osimo, nella Marche, il ministro degli Esteri Mariano Rumor firmò il trattato che cedette, fra mille polemiche, la parte settentrionale dell’Istria, ancora contesa (la cosiddetta zona ‘B’). Per i beni confiscati dai comunisti jugoslavi, gli esuli attendono ancora giustizia.
Il potere jugoslavo, occorre ben ribadire, vide negli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia non solo i nemici secolari da abbattere, ma anche i rappresentanti di una classe sociale borghese nemica delle conquiste del ‘popolo socialista’, che doveva essere punita e ridimensionata con la confisca dei beni e molte volte con la privazione della vita. La seconda e definitiva ondata di violenza, senza dubbio più grave, accadde alla fine del conflitto e nei mesi immediatamente successivi. Il 1 maggio 1945 gli jugoslavi occuparono Trieste e il 3 maggio, dopo numerosi giorni di aspri combattimenti, Fiume.
Le violenze e i soprusi degli jugoslavi nei confronti degli italiani, dettati quindi sia da motivi di vendetta sia da motivazioni ideologiche, crearono il clima per l’abbandono delle terre adriatiche di decine di migliaia di nostri connazionali. L’eccezionale fenomeno migratorio dall’Istria e dalle altre terre adriatiche, non ufficializzato da un preciso decreto di espulsione (come avvenne per i tedeschi in Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia, Polonia e altre terre dell’Europa orientale), fu definito usando un vocabolo di ascendenza biblica, un vero e proprio esodo, che coinvolse un intero popolo, ogni gruppo sociale e non un semplice insieme frammentato di individui. Né tanto meno l’esodo degli italiani adriatici poteva essere spiegato adducendo prevalentemente questioni di carattere economico, come invece una buona parte della storiografia jugoslava di allora fece, svilendolo quindi a un livello di semplice emigrazione. Tuttavia, il termine ‘esodo’ per la vicenda istriana ancora oggi risulta non essere accettato da una considerevole parte della storiografia italiana né tanto meno da quella slovena e croata. In Italia, come ormai noto, il fenomeno dell’esodo dei Giuliano-Dalmati e delle foibe istriane in questi ultimi cinquant’anni è stato a sua volta rimosso per espliciti motivi di convenienza politica, tanto che solo pochissimi studi in Italia hanno cercato di inquadrare il fenomeno in maniera sistematica e scientifica. Comunque sia, dal 1943 al 1956 ed oltre si verificarono, inequivocabilmente, grandi spostamenti di popolazione nelle terre giuliane e dalmate. Non ci fu, esaminando l’arco di tempo appena enunciato, un’unitarietà del fenomeno dell’esodo e si può ben affermare che le partenze di massa furono in effetti strettamente collegate all’evoluzione del contenzioso di confine fra Italia e Jugoslavia, in cui si verificò l’irreversibilità del dominio jugoslavo.

esodo istriano

A guerra finita, il 18 maggio 1946 a Londra, ebbero inizio le discussioni preliminari per il trattato di pace e fu nominata una commissione, composta da esponenti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica, che doveva decidere sui confini che sarebbero stati tracciati tra Italia e Jugoslavia. Una commissione mista fu poi inviata nella Venezia Giulia per rendersi conto della situazione e del volere della popolazione. La commissione non conosceva ovviamente la regione e finì quindi inevitabilmente in zone che non erano in contestazione. Tutte le aree da visitare erano già sotto l’amministrazione jugoslava che organizzò una campagna martellante e capillare per dimostrare che tutto il territorio era slavo fino all’Isonzo, cosa ovviamente non vera, ma nei Comuni furono asportate le effigi del Leone di San Marco, antichissimo simbolo della Repubblica veneta, che dimostrava l’italianità di quelle terre. Furono modificati i cognomi riducendoli in forma slava, alterandoli perfino sulle lapidi nei cimiteri, vennero distribuite nuove carte d’identità e asportati registri anagrafici e parrocchiali la cui mancanza ancora oggi impedisce, laddove non è del tutto impossibile, una corretta ricerca genealogico-familiare.
Il 23 dicembre 1946 a Pola, che passerà con la firma del trattato sotto la Jugoslavia, ha inizio ufficialmente l’esodo. La popolazione, appreso dei risultati della conferenza di pace, decide di trasferirsi in Italia e il 24 dicembre il piroscafo ‘Toscana’ parte con il suo primo carico di 700 italiani. Caricherà fino a duemila persone e farà 12 viaggi tra Pola, Venezia ed Ancona. Il 10 febbraio viene firmato a Parigi il trattato di pace con l’Italia, Gorizia ma non il suo entroterra viene restituita all’Italia, mentre Pola e tutta la parte sud-orientale dell’Istria passano alla Jugoslavia. Viene costituita una nuova entità statale riconosciuta dalle grandi potenze e dall’Italia e già nata diplomaticamente il 3 luglio 1946: il territorio libero di Trieste suddiviso in due zone, la A e la B. La prima, che comprendeva l’attuale provincia di Trieste, rimase sotto il controllo amministrativo militare degli Alleati, mentre la seconda, da Capodistria a Cittanova, fu affidata al controllo militare jugoslavo. Improvvisamente l’Istria, Fiume e la Dalmazia furono oscurate dall’ombra di un destino incerto. La gente era bloccata dalla paura dei rastrellamenti improvvisi, delle delazioni, delle vendette e delle notizie terrificanti che cominciavano a filtrare di infoibamenti, affogamenti e fucilazioni che la giustizia sommaria di sedicenti tribunali del popolo erogava a tutti coloro che apparivano colpevoli di essere e di sentirsi italiani.
Le città cominciarono a svuotarsi, ed è importante ricordare che da un censimento italiano del 1921 risulta che in Istria erano presenti il 58,2% di italiani, il 37,6% di slavi e il 4,2% di altre etnie. Gli italiani erano concentrati nelle città e da Fiume fuggirono 54.000 su 60.000 abitanti, da Pola 32.000 su 34.000, da Zara 20.000 su 22.000, da Capodistria 14.000 su 15.000. Soltanto l’esodo degli abitanti da Pola si svolse sotto la protezione inglese con navi italiane, mentre tutti gli altri istriani, fiumani e dalmati dovettero abbandonare le loro case e i loro averi sotto il controllo dei partigiani slavi.
Ma c’è di più. Le fughe drammatiche, di giorno e di notte, fra le doline del Carso, fughe verso la libertà che molto spesso si concludevano con una raffica di mitra, con lo scoppio di una mina o sul filo spinato, non furono l’unico esodo cui i profughi furono costretti a ricorrere come via di salvezza. Il governo italiano, infatti, non rendendosi conto del perché tanta gente si rifiutava di restare sotto un’amministrazione jugoslava vincitrice preferendovi un’Italia sconfitta e distrutta, suggerì la dispersione dei profughi che furono così suddivisi in 109 campi di raccolta disseminati in tutte le regioni. E così circa 80.000 profughi che erano fuggiti in Italia per restare italiani, presero la via dell’esilio per la seconda volta verso Australia, Brasile, Argentina, Sudafrica, Canada, Francia, Germania, Inghilterra, Perù, Cile e Stati Uniti d’America. E quelli che rimasero cominciarono a costruirsi una nuova vita con tenacia silenziosa, coltivando le loro tradizioni familiari e popolari.