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Tutti pazzi per la Patria: consigli utili... per non annegare nella retorica

Noi, i primi. Ci riempie di gioia questo diffuso sentimento popolare sulla riscoperta dell’orgoglio italiano. Erano decenni che non se ne parlava così ampiamente, erano decenni che la parola ‘Patria’ era destinata agli scantinati bui della censura rossa.

Associata al fascismo, vilipesa dai fautori dell’ordine mondiale marxista, rimossa dalle coscienze ora è prepotentemente ritornata… di ‘moda’.

Ci fa piacere senza dubbio perché noi siamo stati i primi a conservare la memoria storica della Roma imperiale, della Tradizione cristiana, dell’Italia dei Comuni e del Rinascimento, del nostro primo Novecento che, con Prezzolini, Papini, Ricci, Corradini, diede nuovo fulgore all’avanguardia politica e culturale della nostra nazione, imbolsita dai Giolitti e dai De Pretis. Eravamo certi, e lo siamo oggi più che mai, che senza radici storiche, senza la gelosa custodia dei valori comuni che hanno plasmato l’Italia, costruito gli Italiani e influenzato il mondo, non ci sia futuro per le giovani generazioni. Avevamo ragione ieri e i fatti ci danno ragione oggi.

 

Ma non possiamo sottacere una preoccupazione: temiamo sia una moda, appunto. E nulla come il patriottismo degenerato in tendenza di costume rischia di diventare una fiera del kitsch e del folklore. Non basta cantare l’Inno d’Italia per adempiere al proprio compito, non basta sventolare il tricolore per sentirsi italiani e non è certo sufficiente sapere a menadito la Carta Costituzionale per sentirsi tutt’uno con la propria Terra.

Certo i simboli sono importanti: hanno un pregio e un limite allo stesso tempo. Riescono a trasmettere i valori in un modo pre-razionale - e noi sappiamo quanto sia importante la spiritualità nella vita individuale e collettiva di ciascuno di noi - ma se non sono suffragati dalla piena coscienza del nostro passato e della nostra missione storica, essi sono destinati ai cicli dei corsi e ricorsi storici. Oggi si sventola la bandiera d’Italia, domani quella della squadra del cuore, oggi ci si commuove per l’inno d’Italia domani si piange per l’ultima canzone di Luca Carboni.

Allora è utile chiedersi quale sia il compito delle istituzioni, e qual è il nostro compito, quello di una comunità politica militante? La missione è ricostruire il senso di appartenenza nazionale partendo dalle famiglie e dalle scuole, da quei microcosmi sociali che forgiano i nostri figli per farli diventare protagonisti attivi della comunità locale e nazionale e sradicare alcuni vizi anche dei nostri rappresentanti politici, a volte sin troppo simili a sinistri personaggi che hanno impazzato durante la prima Repubblica.

Ed è questo il senso di alcuni ordini del giorno presentati e approvati in consiglio regionale: sulla necessità di condannare quanti, approfittando del proprio ruolo istituzionale, abusano delle autoblu e dei lampeggianti; o per obbligare gli assessori e i consiglieri in missione all’estero a relazionare, prima e dopo il viaggio, al Consiglio, formalizzando gli obiettivi e i risultati delle iniziative intraprese e prevedere un ‘tetto’ massimo di trasferte; o per esaltare con grandi iniziative culturali quel magnifico patrimonio storico che è il Litorale laziale, sul quale i nostri Padri, Enea e Ulisse, sbarcarono fondando la culla della civiltà occidentale che oggi ci consente di sospirare, usando le parole di uno scrittore dal tragico destino, Cesare Pavese, «ecco cos’ero prima di nascere».

Concetti lontani dall’amor di Patria? No, concetti intrinseci all’amor di Patria.

Soltanto letti sotto questa luce si comprendono appieno alcune delle nostre battaglie più qualificanti: dall’Ara Pacis, alla stele di Axum, dalla vittoriosa tutela di Tor Marancia all’architettura tradizionale, dalla mozione sul pluralismo dei libri di testo all’apertura di un’università italiana a New York dedicata a Giuseppe Prezzolini.

L’Italia, afferma un prestigioso quotidiano tedesco, Frankfurter Allgemeine Zeitung, è una vera potenza globale capace di accentrare gli interessi culturali, enogastronomici, artistici, musicali, sportivi di tutte le nazioni del mondo, sia in Occidente che in Oriente. Non a caso la nostra lingua è la quinta più studiata dagli stranieri.

Altro che Stati Uniti d’America: l’inglese si studia per lavoro. L’italiano per amore.

Fabio Rampelli