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Il sacrario di Redipuglia

‘Su questa Patria giura
e farai giurare ai tuoi
fratelli, che sarete sempre,
ovunque e prima di tutto, Italiani’

Nazario Sauro

L’intervento dell’Italia nel primo conflitto mondiale – iniziato il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Austria contro la Serbia - porta la data del 24 maggio 1915, quasi un mese dopo la firma del patto di Londra (26 aprile) con Gran Bretagna e Francia, con il quale si stabiliva che, in caso di vittoria contro l’Austria e la Germania, l’Italia avrebbe avuto il Trentino e l’Alto Adige, Trieste e l’Istria, parte della Dalmazia e qualche compenso coloniale a spese della Germania.
La fase che precedette l’inizio del conflitto per la nostra nazione fu caratterizzata da un intenso dibattito fra i neutralisti, guidati da Giolitti che propugnava la via diplomatica per ottenere concessioni austriache nel Trentino, e gli interventisti, fra i quali vanno ricordati Benito Mussolini, allora direttore dell’Avanti, il poeta Gabriele D’Annunzio, il sindacalista Filippo Corridoni, i liberali conservatori guidati da Antonio Salandra e da Sidney Sonnino, all’epoca rispettivamente primo ministro e ministro degli Esteri del governo, ma anche uomini di sinistra come Leonida Bissolati o lo storico Gaetano Salvemini, per finire con gli irredentisti come Fabio Filzi e Damiano Chiesa di Rovereto, Nazario Sauro di Capodistria e Cesare Battisti di Trento, che nell’estate del 1916 caddero in mano austriaca e furono impiccati, sacrificando sul patibolo una vita tutta dedicata agli ideali della libertà e dell’indipendenza dei popoli.
La I Guerra mondiale, conosciuta anche come la Grande Guerra, si concluse l’11 novembre 1918, quando la Germania firmò l’armistizio con le forze dell’Intesa, con un bilancio di nove milioni di morti, il più alto tra tutti i conflitti combattuti nella storia dell’uomo. Di questi, 650.000 furono gli italiani, 1.240.000 i francesi, 715.000 gli inglesi, 1.700.000 i russi, 1.200.000 fra austriaci e tedeschi, 50.000 i militari degli Stati Uniti d’America.
Anche sul nostro fronte furono combattute aspre battaglie. Nel 1916, dopo la stasi invernale, trascorsa tra le trincee scavate lungo il fronte, il centro delle linee italiane fu investito violentemente il 15 maggio da un’offensiva austriaca detta spedizione punitiva, perché si proponeva di punire l’ex alleata accusata di tradimento, e fu costretto a ripiegare fino alla linea del fronte. I risultati dell’azione austriaca furono presto annullati dalla controffensiva italiana che fece riacquistare quasi tutte le posizioni perdute nel Trentino e portò, lungo il fiume Isonzo, alla conquista dei monti Sabotino, San Michele, Podgora e alla liberazione di Gorizia, la cui battaglia durò due settimane, dal 3 al 17 agosto, e costò agli italiani 75.000 uomini. I sacrifici furono immensi, uniti agli atti di eroismo e di coraggio dei nostri soldati, come l’episodio della battaglia di Nervesa (vedi foto). Dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), una nuova linea difensiva fu creata dalle nostre truppe lungo il fiume Piave e presso il Monte Grappa; i risultati di tanti mesi di durissima guerra erano improvvisamente perduti, ma di fronte al disastro, tuttavia, la nazione italiana trovò l’unità e l’energia necessarie a superare il difficilissimo momento e l’avanzata del nemico fu arginata prima che arrivassero gli aiuti dei nostri alleati. Per far fronte alla necessità di fermare il nemico, vennero chiamati alla leva i giovanissimi soldati nati nel 1899, che da allora vengono ricordati come i “Ragazzi del ‘99”, che partirono nella commozione generale. A testimoniare il clima di mobilitazione nazionale che si respirò sul fronte del Piave – da allora ricordato come “fiume sacro alla Patria” – basta ricordare il successo della “Canzone del Piave” e del suo celebre ritornello “Non passa lo straniero!”.

Un’immagine della battaglia di Nervesa. I serventi al pezzo ed il loro Ufficiale morirono aggrappati all’Arma. Il cappellano del Raggruppamento, prima di morire, fa scattare l’obiettivo della sua macchina fotografica. Più tardi viene sviluppata la lastra e l’episodio, fermato dall’obiettivo di un eroe morente, resta così oggi nelle sale del Comune di Nervesa.
La sostituzione del generale Cadorna con il generale Diaz al comando supremo dell’esercito e la costituzione di un nuovo governo di coalizione attorno a Vittorio Emanuele Orlando contribuirono a infondere fiducia nelle truppe, che alla fine di ottobre del 1918 lanciarono l’offensiva decisiva, travolgendo gli austriaci nella battaglia di Vittorio Veneto (24-29 ottobre). Costretti a ritirarsi su tutto il fronte, gli austriaci chiesero l’armistizio, che fu firmato a Villa Giusti il 3 novembre, mentre le nostre truppe entravano a Trento e Trieste, sancendo, il 4 novembre, nel “giorno della vittoria” il compimento dell’unità d’Italia.
La Grande Guerra ha rappresentato, nella memoria collettiva del popolo italiano, la prima grande esperienza unificante. L’enorme sacrificio sostenuto nelle trincee, il traumatico impatto con i nuovi, moderni mezzi di distruzione di massa, che trasformarono radicalmente il concetto stesso di guerra, infusero nella generazione coinvolta nel conflitto una grande consapevolezza della comune appartenenza ai destini della Nazione. Fino a quel momento, lo stato nazionale unitario era rimasto patrimonio di una ristretta elité di patrioti e intellettuali e della classe dirigente del paese. Le masse popolari si sentivano ancora lontane da uno stato che aveva solo da pochi decenni sostituito i vecchi stati preunitari; il processo risorgimentale che aveva portato all’unità d’Italia rimaneva estraneo alla gran parte della popolazione, le regioni meridionali avevano vissuto – e in alcuni casi subito – l’unificazione come una conquista militare dei “piemontesi”. L’Italia contadina e largamente analfabeta che si ritrovò nelle trincee fusa insieme col “ferro e fuoco” dei combattimenti, ne uscì trasformata, e i ricordi, i riti, i miti, le icone, i gagliardetti, i motti, le parole d’ordine, le associazioni combattentistiche e reducistiche, le canzoni, i monumenti al “milite ignoto” e ai caduti in genere che sorsero in ogni frazione, le lapidi marmoree nelle scuole di ogni ordine e grado con il “bollettino della vittoria” del generale Diaz, contribuirono enormemente alla definizione dell’identità nazionale italiana.
Del sacrificio delle migliaia di nostri soldati durante la Grande Guerra, resta in particolare a testimonianza Redipuglia, il più grande sacrario militare italiano, posto sul versante occidentale del Monte Sei Busi. Qui sono custoditi i resti di 100.187 caduti della Prima Guerra Mondiale, di cui 39.857 noti e 60.330 ignoti. Il toponimo Redipuglia deriva dall’etimo sloveno sredi plje (sredi = in mezzo e polje = campo), che significa “campo di mezzo” o “terra di mezzo”.
Una grossa catena d’ancora, appartenuta alla torpediniera “Grado”, segna l’entrata al Sacrario, attraversandola si entra su un ampio piazzale in pietra del Carso, con al centro la “Via Eroica”, delimitata da due file di 19 lastroni di bronzo per lato, recanti in rilievo ognuna il nome di una località dove vi furono aspri combattimenti durante la Grande Guerra. La “Via Eroica” ci accompagna dapprima verso una grandiosa lapide in pietra, sulla quale è incisa una dedica composta da Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta, che troveremo più su sepolto nella grande tomba monolitica a lui dedicata in veste di comandante della Terza Armata, gli sono accanto altre cinque grandi tombe monolitiche, quelle dei suoi Generali caduti in combattimento: Antonio Chinotto, tenente generale; Tommaso Monti, brigadiere generale; Giuseppe Paolini, tenente generale; Giovanni Prelli, tenente generale; Fulvio Riccieri, maggior generale. Dopo i Generali il monumento ai “Centomila”: 22 gradoni ci porteranno ad una altezza di circa 250 metri, tutto in pietra del Carso, questo è il grande monumento alla Truppa. Sopra ogni gradone un cornicione con la grande scritta scolpita su pietra in rilievo e ripetuta quasi all’infinito: “PRESENTE PRESENTE PRESENTE…”. Sotto la scritta, su delle singole lapidi in bronzo, sono incisi i nomi in ordine alfabetico, di QUARANTAMILA CADUTI NOTI. Alla sommità della scalea, che si arriva per mezzo delle due grandi scalinate laterali, c’è la Cappella Votiva, fiancheggiata ai lati da due grandi tombe comuni, su due lapidi in bronzo la scritta: “TRENTAMILA MILITI IGNOTI”. Sopra la Cappella, al culmine del Monumento, ci sono tre grandi croci di bronzo.
Sul retro della Cappella c’è un Museo dove sono esposti cimeli dei Caduti, fotografie e ricordi della Grande Guerra, ed anche le tele di G. Ciotti, ricuperate dalla vecchia Cappella Votiva che esisteva nel cimitero Militare “agli Invitti della Terza Armata” sul Colle di S. Elia. Sul punto più alto, oltre il Sacrario, c’è l’Osservatorio, dal quale si domina un ampio raggio della zona; individuando le località, con l’aiuto della pianta-bassorilievo in bronzo e dei nomi con frecce di direzione scolpite sulla pietra del parapetto circolare, si può ripercorrere la storia della Grande Guerra qui combattuta.

Il Sacrario venne realizzato nel 1938 su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. In questo nuovo Sacrario vennero trasportati anche i resti delle 30.000 salme del vecchio Cimitero Militare “agli Invitti della Terza Armata”, che sorgeva di fronte sul Colle di S. Elia, ora trasformato in Parco della Rimembranza.