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L'orrore delle foibe

Le Foibe. Un tempo la parola foiba apparteneva quasi esclusivamente al linguaggio degli abitanti del Carso, ai geologi, agli speleologi. Oggi è più conosciuta – non ancora quanto sarebbe invece necessario – a seguito del lugubre significato di orrore e di morte.

L’altipiano roccioso del Carso, che si estende su notevole parte della Venezia Giulia alle spalle di Trieste, è da paragonarsi ad una immensa groviera. Il suolo è costellato di numerose voragini – ne sono state contate 1700 – che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra, spesso percorse dalle acque. Appunto, le foibe, misteriose, impressionanti, impenetrabili. E accanto ad esse cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi e profondi meandri.
All’indomani della resa delle truppe germaniche in Italia, firmata il 29 aprile 1945, su tutto il territorio orientale italiano si avventarono la furia e le mire annessionistiche delle truppe comuniste di Tito. Così iniziò una feroce oppressione e pulizia etnica degli italiani tramite le foibe e i campi di concentramento jugoslavi. Le vittime dei titini erano condotte, dopo atroci sevizie e violenze, nei pressi della foiba (dal friulano foibe, che è il latino fovea, ossia ‘fossa’, in geografia fisica uno dei tipi di dolina, particolarmente numerose nella regione istriana) molte erano spogliate e stuprate e qui gli aguzzini, non soddisfatti dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e le caviglie con del filo di ferro stretto con delle pinze e successivamente legavano le persone una ad una, generalmente fino a farne una fila di dieci, per poi sospingerle nel baratro davanti ai loro occhi. Di solito i massacratori sparavano una scarica di mitra al primo della fila, che faceva rovinosamente cadere nella foiba tutti gli altri. Sul fondo, chi non trovava la morte dopo un volo di decine, a volte centinaia di metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi e le urla procurate dalle ferite e dalle lacerazioni causate dagli spuntoni di roccia durante la caduta. Le foibe più note per questi usi barbari sono quelle di Basovizza, Monrupino e Opicina. La tecnica di eliminazione delle foibe era già stata utilizzata dalle truppe titine dopo l’8 settembre 1943, ma dopo la primavera del 1945 questa prassi di tortura venne applicata in tutta la regione nord orientale dell’Italia. Le vittime di tutti questi orrori erano italiani di ogni estrazione sociale: dai civili ai militari, dai Carabinieri ai Finanzieri, gli agenti di Polizia, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale e anticomunisti slavi e croati. Norma Cossetto, giovane studentessa istriana violentata, picchiata e poi infoibata, è un po’ il chiaro simbolo di tanta sofferenza. Furono infoibati tutti coloro che si opponevano alla furia e all’avanzata del comunismo. L’accostamento italiano/fascista ha procurato una mattanza, secondo alcune ricerche le vittime delle foibe furono all’incirca diecimila alle quali vanno aggiunti le migliaia di deportati nei campi di concentramento jugoslavi, molti dei quali non fecero più ritorno. Inoltre vanno anche enumerati i ben 350.000 italiani, che fuggirono a varie ondate dando vita a un grande esodo, da quelle zone insanguinate, per rimanere italiani e ricostruirsi in Italia una nuova vita. Non furono accolti sempre bene gli esuli istriani e dalmati, anzi spesso venivano minacciati e oltraggiati da aderenti al Partito Comunista Italiano, allora filo jugoslavi, per aver fatto semplicemente una scelta italiana.