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La questione fiumana

Le conclusioni della pace di Versailles e di Saint Germain–en-Laye, siglati al termine della I Guerra Mondiale, erano state giudicate generalmente poco favorevoli per l’Italia e avevano lasciato un largo malcontento nel paese. Ciò determinò la caduta del ministero di Vittorio Emanuele Orlando, cui succedette Francesco Saveri Nitti, che seppe comprendere la difficoltà della situazione, ma non fu in grado di risolvere la ‘questione fiumana’, che insieme a quella dalmata, era determinante per l’Italia in quel momento.

Il problema era delicato: il patto di Londra (1915) stipulato prima dell’entrata in guerra dell’Italia, ci garantiva il diritto sulla Dalmazia e non faceva menzione di Fiume. Il patto era stato firmato quando non si prevedeva ancora la formazione del nuovo Stato jugoslavo (1918) e ora nei tavoli della pace si negava all’Italia anche il diritto su parte della Dalmazia. L’Italia aveva perso 600.000 uomini per completare l’agognata unità che ora i trattati volevano in parte togliere. Nasceva il mito della “Vittoria mutilata” negli ambienti degli ex combattenti che faceva crescere il malumore contro un’Italia matrigna e insensibile. Fiume, città al confine tra Istria e Dalmazia, era abitata in maggioranza da Italiani, ma Nitti accettò che la città fosse evacuata dalle truppe italiane e occupata da forze internazionali, in attesa di una soluzione definitiva. Ciò provocò, alla fine, la reazione dei nazionalisti e di gran parte degli interventisti, che il 12 settembre del 1919, per iniziativa di Gabriele D’Annunzio, il ‘poeta soldato’, entrarono nella città proclamando la costituzione di un governo provvisorio (la ‘Reggenza del Carnaro’), episodio che segnò una delle pagine più epiche della storia della nostra Nazione. D’Annunzio ebbe in quell’occasione la simpatia del duca d’Aosta, cugino del re, e l’appoggio di molti capi militari, riuscendo a organizzare una colonna di 2.600 armati. Nitti non ebbe la forza di riprendere in mano il controllo della situazione e si dimise nel 1920, sostituito da Giovanni Giolitti. A Fiume, in quei frangenti, si formò una corrente autonomista guidata da Riccardo Zanella che propose la creazione di uno Stato Libero fiumano. Gli autonomisti erano sempre per la difesa dell’italianità a Fiume e pensavano che si potesse difendere anche con questa sistemazione, l’essenziale era di evitare il passaggio della città alla Croazia.
Il 12 novembre 1920 fu firmato tra Italia e Regno degli Slavi del Sud il Trattato di Rapallo, che assegnava l’Istria e l’alto-isontino all’Italia ma in Dalmazia solo Zara e alcune isole del Quarnaro furono riconosciute agli italiani. In base a tale trattato Fiume diventava Stato Libero e indipendente, ma questa decisione fu respinta dal governo dannunziano padrone della città. Ciò provocò l’intervento delle forze armate italiane nella notte di Natale (Natale di Sangue) dello stesso anno, costringendo D’Annunzio ad abbandonare la città, solo dopo aspri combattimenti contro le truppe italiane del generale Caviglia, che costarono la vita a 53 persone tra legionari e soldati regolari. Nacque lo Stato Libero di Fiume che durò solo un anno e mezzo, poiché il 3 marzo 1922 fu abbattuto da un’insurrezione di armati fascisti e dannunziani guidati da Francesco Giunta e dal fiumano Nino Host Venturi. Dopo due anni di commissariamento e trattative si arrivò alla stipula nel gennaio del 1924 del Trattato di Roma voluto da Mussolini, Fiume venne spartita con la Jugoslavia: la città e il porto toccarono all’Italia, mentre Porto Baross e il Delta finirono sotto la giurisdizione del governo jugoslavo. Nell’immaginario dei più, l’impresa dannunziana rappresenta ancora oggi un evento simbolo, poiché in essa il ‘poeta soldato’ ha incarnato quel mondo nel quale poesia e bellezza hanno provato a raccontarsi nell’azione, il sogno tragico dell’uomo che lotta per un ideale etico contro forze e potenze più grandi di lui.
A Fiume non si è svelato solo un sogno impossibile, il destino di un popolo e di una nazione, la loro tragedia, ma anche lo spirito di un tempo capace ancora di riconoscere i suoi eroi e di seguirli. Oggi, in un’epoca comprata dall’ideologia del denaro, questo brandello di storia appare lontano e incomprensibile. Eppure la figura di D’Annunzio come poeta soldato rappresenta il testimone, tragico ed eroico allo stesso tempo, di un breve tentativo di coniugare pensiero e azione, di gettare vitalità e passione, slancio ed eroismo nel turbine della storia, per urlare un’identità umiliata e cercare, nelle radici di un popolo, il senso ancora importante di un’appartenenza indicata magistralmente nella Carta del Carnaro, la Costituzione di Fiume, in cui, abbandonando il freddo pungente dei tratti costituzionali tipici, si è cercato di penetrare le esigenze dell’uomo e i bisogni di una comunità, all’interno di una nuova sensibilità, nella quale etica e bellezza provavano a regolare la vita sociale.