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CIVIS ROMANUS SUM

"L'Ulisse moderno sa che ormai le sirene tacciono: al loro canto seducente ci si poté sottrarre, ma molto più difficile sarà scampare al loro silenzio. Essere poeti nel tempo della povertà significa, cantando, ispirarsi alla traccia degli dèi fuggiti".
Martin Heidegger

Per cominciare

"Noi, le civiltà, ora sappiamo che siamo mortali. Avevamo sentito parlare di mondi interamente scomparsi, di imperi colati a picco con tutti i loro uomini e le loro macchine; scesi nel fondo inesplorabile dei secoli con i loro dei e le loro leggi, con le loro accademie e le loro scienze pure e applicate con le loro grammatiche, i loro dizionari, i loro classici, i loro romantici e i loro simbolisti, i loro critici e i critici dei loro critici. Eravamo perfettamente consapevoli che tutta la terra visibile è fatta di cenere e che la cenere ha pur qualche significato. Intravedevamo, attraverso lo spessore della storia, i fantasmi di navi immense, che un tempo furono cariche di pensiero e di ricchezza. Non eravamo nemmeno in grado di contarle. Ma, dopo tutto, questi naufragi non ci riguardavano. Constatiamo ora che l'abisso della storia è abbastanza grande per tutti. Sentiamo che una civiltà possiede la stessa fragilità di una vita" .

Così il poeta-saggista Paul Valéry descrive la malinconica fascinazione che accompagna la visione di civiltà finite, di imperi caduti. È questo uno dei sentimenti tipici degli intellettuali del Ventesimo secolo, minato dalla coscienza della propria caducità. Un'attitudine ben comprensibile per chiunque, come Valéry, sia vissuto a cavallo tra l'800 e il '900. Un periodo costellato dall'esplosione delle rivoluzioni nazionali, dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dalla fine dell'impero austroungarico, dalla ascesa dei regimi totalitari europei nazionalistici e collettivistici, dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale e dalla distruzione dell'Europa, dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti, metafore ideologiche del Bene e del Male.
Eppure oggi noi, figli forgiati nell'eredità del Secolo breve, possiamo superare il dramma di questa finitezza viaggiando attraverso il tempo alla riscoperta della nostra identità di popolo. È il senso del 'viaggio interiore', di questo percorso nelle 'viscere spirituali' che hanno costruito la Storia di Roma che non è solo la storia di una civiltà, ma della civiltà occidentale, una storia finita, passata ma mai distrutta, nonostante l'implacabile passaggio dei millenni.

Oggi noi siamo qui: non ci sono, per dirla con Valéry, "imperi colati a picco con tutti i loro uomini, con i loro dei e le loro leggi". Nessuna "cenere" impolvera Roma, se non la triste e volgare contemporaneità di governanti inadeguati; le sue vestigia, i suoi ruderi sopravvivono come severo monito per chi non ha memoria, avvertimento per chi ha la superbia di bastare a se stesso.
Chi vive a Roma porta su di sé il mito di Enea, il delitto di Romolo e il solco che ha tracciato con l'aratro, la responsabilità dei Cesari, la grandezza degli anfiteatri, l'operosità dei fori, la retorica dei giuristi, la sapienza dei filosofi, il coraggio dei legionari, l'ozio delle terme, l'ospitalità della domus, l'ebbrezza dionisiaca dei circensi, la lotta per la sopravvivenza dei gladiatori.
Oggi si torna a casa nostra: non certo per rimpiangere la grandezza del passato - la malinconia appartiene ai perdenti - non per dissetare la nostra sete di cultura o, almeno, non solo; non per passare due giorni all'aria aperta e sgranchirsi un po' le gambe dopo una settimana impegnata nelle nostre stressanti occupazioni abituali; si è qui per tornare alla sorgente dove duemila anni fa ha zampillato l'acqua pura della nostra identità.
Ma è sufficiente? Non per noi, perché chi fa parte di una comunità ha sì bisogno di approfondire e di sentire, di conoscere e riconoscersi, di ripercorrere sentieri interrotti e di sfatare luoghi comuni, ma per essere davvero soggetti politici è necessario, indispensabile 'sentirsi parte di', identificarsi in un patrimonio comune, 'appartenere a'. Solo così ciò che abbiamo imparato e percepito, compreso e interiorizzato può trasformarsi in dono per gli altri e germinare.
Si può essere supremamente colti, profondamente puri, ma se questa cultura e purezza non sono messe a servizio degli altri e della propria comunità nazionale, cittadina o territoriale, ebbene si spreca vita, si diventa enciclopedie ambulanti solo per un gusto autoreferenziale e solipsistico. Sterili: si diventa sterili pur citando aforismi di Platone e pontificando sui trattati di Toqueville. La ragione, (anzi il cuore) di questa generosità che deve permeare la vita di chi è impegnato in politica sta in valori metapolitici, che affondano in una visione spirituale dell'esistenza, intrisa in una 'religiosità immanente' che si attualizza nella realtà quotidiana.
Noi, in quanto essere umani, non apparteniamo a noi stessi: non lo dice il Vangelo per chi crede, non lo dice il Talmud o il Corano, né lo dice Buddha; non lo dice la Ragione illuminista, né lo dice lo Spirito Romantico, non lo crede l'ateo, né l'agnostico, né il laico. Noi apparteniamo alla nostra storia rappresentata dalla famiglia, come primo gradino di identificazione e autoidentificazione sociale, dalla scuola, dalla città, dalla patria. Quella culla che ci fa dire "Ecco cos'ero prima di nascere" . Per questo visitiamo il cuore di questa città che ha fatto la storia del mondo occidentale e che ha condizionato gli sviluppi di quello orientale.
La grandezza di Roma antica non sta soltanto nella sua portentosa capacità militare ed espansionistica (dote oggi assai poco imitabile), non soltanto nelle sue meraviglie urbanistiche e nelle invenzioni ingegneristiche che hanno dettato legge al di là dei secoli e sorpreso geni di tutti i tempi, diventando modello nell'Italia Rinascimentale; la grandezza di Roma sta nella sua completezza esistenziale e politica, nella sua capacità di diventare sintesi tra gli opposti, di essere contemporanea, anzi moderna, nonostante sia una civiltà plurimillenaria.
È la modernità di Roma a rappresentare il faro di tutte le civiltà contemporanee perché ha saputo fondare la sua origine sul Mito (anche il Paese più pragmatico del globo, l'America, non ha potuto prescindere dal mito dei Padri Pellegrini e dalla Bibbia), dominare il mondo con la spada ma governarlo con il diritto. Roma ha creduto nei suoi dei e seguito i suoi Re, ha conquistato il mondo e creato un impero basato sul riconoscimento di cittadinanza ai barbari e agli schiavi.

Rispolverare la nostra Storia

"La costituzione del 1795, come quelle precedenti, era fatta per l'uomo. Ma nel mondo non esiste qualcosa come l'uomo. Nel corso della mia vita io ho visto francesi, inglesi, italiani e grazie a Montesquieu, io so persino che ci sono dei persiani; ma debbo dire che non ho mai incontrato nella mia vita l'uomo: se esiste mi è sconosciuto".
Joseph De Maistre

Fondazioni di città, costruzione dell'idea imperiale

Dare cittadinanza agli schiavi per rafforzare l'idea di Roma. Ciò suscitò stupore anche ai contemporanei: "Strana città, questa Roma, dove si narrava, almeno fino a una certa epoca, di quei mitici fondatori, nati non già - come sarebbe stato naturale e prevedibile - da stirpe divina, ma da una schiava" .
Lo storico Santo Mazzarino, nel suo saggio insuperato 'La fine del mondo antico', dà un'interpretazione interessante di questa miscela cosmopolita che ha saputo conquistare e legare a sé l'Europa, l'Africa e l'Asia: "L'impero romano - dice - conciliò l'idea antichissima della città-stato con l'altra dell'impero universale al di sopra della città-stato e delle 'nazioni' che vivono nell'impero" . Rinnovamento di città antiche e fondazioni di nuove città furono i pilastri della politica espansionistica romana fondata sul principio imperiale .
È questo uno dei principi fondamentali della civilizzazione: abbandonare il nomadismo, l'allevamento, e tracciare confini (Romolo), diventare stanziali, dedicarsi all'agricoltura, costruire abitazioni non più fatte di paglia o tende di tessuto, ma di mattoni. Costruire città, dunque, fu la forza dei romani.
Ancora più esplicito, un altro grande storico, Francois Guizot, che s'interrogò sulla strategia romana nell'edificazione di città tesa al rafforzamento dell'idea imperiale: "Quando Roma si estese, che cosa fece? Scorrete la sua storia e vedrete che conquistò e fondò città; essa lottò contro città, negoziò con città, inviò colonie in altre città. La storia della conquista del mondo da parte di Roma è la storia della conquista e della fondazione di un gran numero di città. (…) Nelle Gallie, in Spagna, incontrerete soltanto città: lontano da esse il territorio è coperto di paludi e foreste. Esaminate il carattere dei monumenti romani, delle strade romane. Avete grandi strade che vanno da una città all'altra". Allora, si chiede Guizot, come fare a governare con equità ciò che si è conquistato con la forza? Con l'Impero, suggerisce lo storico francese: "Con l'idea d'Impero, con il nome dell'imperatore, l'idea della maestà assoluta, di un potere assoluto, sacro, collegato al nome dell'imperatore".
E questi sono gli elementi che la civiltà romana ha trasmesso alla civiltà europea: "Da una parte il regime municipale, le sue abitudini, le sue regole, i suoi esempi, principio di libertà; dall'altra una legislazione civile comune, generale, l'idea del potere assoluto della maestà sacra, del potere dell'imperatore, principio d'ordine e di servitù" . L'idea imperiale, dunque, pilastro di Roma e Roma fondatrice d'Europa.
Il pensiero storico conservatore non può prescindere dall'influenza di Roma nella costruzione del sentire europeo. Secondo Valéry, "ovunque l'impero romano abbia dominato, ovunque la sua potenza si sia fatta sentire, e anche ovunque l'impero sia stato oggetto di timore, ammirazione e invidia; ovunque il peso della spada romana sia fatto sentire e la maestà delle istituzioni e delle leggi, l'apparato e la dignità della magistratura siano stati riconosciuti, copiati e talvolta anche stranamente imitati, ebbene proprio lì vi è qualcosa di europeo. Roma è l'eterno modello della potenza stabile e organizzata. (…) Quello che ci interessa è (…) l'impronta straordinariamente duratura che ha lasciato, su tante razze e generazioni, questo potere superstizioso e ragionato, questo potere stranamente imbevuto di uno spirito giuridico, di uno spirito militare, di uno spirito religioso, di uno spirito formalista, il quale per primo ha potuto imporre ai popoli conquistati i benefici della tolleranza e della buona amministrazione" . Ma soprattutto, ha conferito il riconoscimento della cittadinanza romana con tutti i vantaggi che da ciò poteva derivare.
Questo appare oggi nell'era delle grandi masse migratorie, di straordinaria attualità. L'esempio romano era additato come modello dagli stessi greci che ne rimasero impressionati. Ossessionato dalla scarsità di uomini, oggi si direbbe denatalità, che affliggeva le città greche, il sovrano Filippo V di Macedonia scrisse agli abitanti di Larissa per convincerli ad accogliere nella cittadinanza gli stranieri residenti: "Pensate ai romani, i quali concedono addirittura la cittadinanza agli schiavi. Una volta che li hanno liberati, li accolgono nella cittadinanza e li fanno partecipi delle magistrature. In tal modo non solo hanno ingrandito la loro patria, ma hanno fondato circa settanta colonie" .
La cittadinanza diventa uno status giuridico per eccellenza: "Quello che, applicabile a tutti, viene definito jus civile, il diritto dei cittadini che vedranno i loro rapporti personali, familiari patrimoniali e commerciali regolati secondo un diritto comune". L'uguaglianza davanti alla legge è dunque il fondamento e anche lo scopo di quella forma di associazione che è la città. Resteranno le disuguaglianze, certo, tuttavia, esse non riguardano la sfera dei rapporti privati: matrimonio, famiglia, rapporti con i figli, eredità; spariscono davanti ai delitti, per cui il diritto civile può svilupparsi per strati successivi e tendere, pur salvaguardando il diritto di ciascuno, verso l'universale .

Per tirare le somme

"Se non sei poeta, per te non c'è altra strada di quella che ti indico: dispera".
Soren Kierkegaard

La poesia salverà il mondo, si dice o forse si spera. Certo è che attraversando Roma antica, calpestando il suo lastricato, chiudendo gli occhi, e abbandonandosi alla poesia dei luoghi, siamo di nuovo lì: noi figli del Terzo millennio catapultati quasi per caso nell'era della globalizzazione, delle armi tecnologiche, della comunicazione elettronica, siamo tutt'uno con la nostra storia.
Oggi siamo qui assieme ai nostri fratelli di duemila anni fa.
Parlano latino, greco, aramaico, copto, persiano. S'affannano nei fori per chiudere un affare, perorano la causa di uno schiavo eroe per farlo diventare cittadino romano, deliberano leggi. Sentiamo il clangore delle aurighe, udiamo le urla impazzite dei romani esaltati e accalcati nel Colosseo per assistere all'ennesimo spettacolo di sangue e violenza.
Poi apriamo gli occhi e ci ritroviamo ai Fori, quel che resta di ciò che furono i Fori e che la clemenza del tempo ci ha voluto lasciare per ricordarci ciò che siamo stati.
Non torneremo più quello che siamo stati ma nessuno può toglierci la dignità di dichiararci: "Civis romanus sum".
La poesia salverà il mondo, si dice. La Poesia con la p maiuscola, come la Politica. Quella nostra.

PARTE SECONDA:
I VALORI COME PIETRE

"In ogni istante, in ciò che stai facendo, siano fermi i tuoi pensieri da romano. E sia l'opera tua compiuta con amore, con esatta e non simulata gravità, con liberi sensi e con giustizia. E ciò otterrai solo se attenderai a ciascuna tua opera come se fosse l'estrema della tua esistenza, libero dalla leggerezza, dalla simulazione e dall'egoismo"
Imperatore Marco Aurelio Antonino

Classico è tutto ciò che è degno di porsi come modello esemplare per il grado di perfezione raggiunta: i monumenti romani sono classici in virtù appunto del massimo grado di perfezione formale ed estetica che esprimono; il concetto di classico implica infatti alcuni elementi che sono universali: la ricerca di proporzione, la tendenza a una visione oggettiva della realtà, ma anche la nobiltà dei contenuti. Di conseguenza le arti classiche sono portatrici di valori non solo formali, ma anche politici, morali e religiosi. I monumenti antichi li chiamiamo classici proprio perché possono ancora oggi comunicare valori universali su cui riflettere. I Fori Romani, il Colosseo, il Campidoglio e l'Altare della Patria, le chiese di Roma, raccontano la storia di una civiltà che ha saputo raccogliere l'eredità della cultura greca e imprimerle una nuova spinta in avanti su cui le generazioni continuano a costruire. Sui valori di Roma antica Michelangelo ha costruito la piazza del Campidoglio, sul valore dell'indipendenza, della patria, delle radici che affondano nella romanità è stato costruito il monumento in cui ospitare il Milite Ignoto. Esiste quindi un indissolubile legame tra bellezza estetica e virtù morale che è uno dei cardini intorno a cui ruota il concetto di classico: il bello = buono dei greci antichi, la composta dignità e il senso della missione di Roma incarnati nelle statue e nelle architetture dell'Urbe, fino al legame bello/buono che il Cristianesimo ha ereditato proprio dalla civiltà greco romana. La grandezza degli antichi viene riportata a modello di comportamento in alcuni momenti del Medioevo, basti pensare al desiderio di Carlo Magno di rinnovare in Europa l'impero di Roma su basi cristiane, ma è soprattutto con il Rinascimento romano che si attua una fusione assoluta e perfetta tra gli ideali dell'antichità e quelli della Cristianità, una nuova età classica, impersonata da Raffaello e Michelangelo, di breve durata. Quello che determina il concetto di classico è infatti un equilibrio precario, in cui si bilanciano il lato puramente estetico e quello etico. Dove poi le arti hanno inteso rompere volontariamente questo equilibrio, sempre si è trattato di una rottura dell'aspetto più deteriore del classico, il classicismo accademico: ed in ogni caso, ogni movimento artistico di rottura ha sempre dovuto fare i conti con la regola, il modello universale, il classico appunto.
L'arte romana nacque raccogliendo l'eredità culturale dell'Etruria ellenizzata, poi dal II secolo a. C. aumentarono i contatti diretti con la civiltà greca da cui vennero mutuati i canoni estetici fondamentali. Eppure sin dalle origini Roma si distinse per il suo spirito di realismo e per il ruolo preminente che conferì all'architettura, tra le arti quella che più apportava significativi miglioramenti nella vita, che meglio raccontava contenuti politici e ideali.
Il cemento di malta e pietre e l'uso dei mattoni consentì il salto qualitativo delle architetture che si svilupparono con tipologie di edifici differenti a seconda della funzione; archi e superfici di copertura concave crearono volumi di grande forza evocativa in cui il punto focale è all'interno del vano stesso. Nacquero nuove idee di spazio fatte per esaltare la figura umana (l'Arco di trionfo o la cupola), spazi adatti alle riunioni pubbliche e alle grandi assemblee politiche e giudiziarie (le basiliche), ma nello stesso tempo adatte pure a creare il sistema di infrastrutture che fanno la civiltà in ogni tempo: strade, acquedotti, fognature, ponti, terme, circhi, teatri, ippodromi, linee difensive, piani urbanistici. Architettura e scultura insieme servirono anche a comunicare i programmi del governo romano in modo chiaro e comprensibile: così è per esempio nel caso dell'Ara Pacis (13-9 a.C.) dove la personificazione di Roma in armi domina e salvaguarda il mondo e ne garantisce la ricchezza: Roma è la terra stessa abitata e pacificata.
Quando l'impero venne meno la sua eredità fu raccolta dal Vescovo di Roma: l'autorità assoluta dell'imperatore si trasferì a Pietro e da lui tale autorità passò ai suoi successori, i vescovi. Il vescovo di Roma diventò un S. Pietro vivente. A questo punto la storia dell'Impero si fuse con quella del Cristianesimo. Si trattò di qualcosa di più di un programma religioso: la gestione delle infrastrutture, del potere, della cultura, e soprattutto la responsabilità della salvaguardia dei valori umani dell'antichità passò nelle mani della Chiesa di Roma: salvare i templi dalla rovina trasformandoli in chiese, salvare i testi della filosofia e della storia antica, salvare anche i valori estetici ed etici della cultura greco romana. La cultura antica si trasmise così, grazie anche a programmi ben precisi, attraverso il Medioevo fino al Rinascimento. Specie a Roma, intorno al Papa, gli ideali antichi vennero rinnovati all'aprirsi del '500: il Papa si sentì erede degli antichi imperatori romani e della Roma antica volle rinnovare lo splendore senza che questo comportasse alcun elemento di contrasto ideologico con i contenuti della religione cristiana. L'apogeo di tale atteggiamento si ebbe con il pontificato di Leone X Medici (1513-21). Sebbene fosse arte rivolta ad un pubblico molto ristretto, è indubbio che opere come la Scuola d'Atene costituirono il manifesto del mito di una nuova età dell'oro, in nome di valori universali.

La Domus Aurea

"Roma è ormai una sola casa,
migrate a Veio Quiriti,
se questa casa non occuperà anche Veio"

Così il poeta Marziale commentava la grandiosità e la ricchezza della nuova residenza edificata per l'Imperatore Nerone dagli architetti Severo e Celere. Per la gigantesca costruzione venne operato un taglio del Colle Oppio in modo da creare una struttura a terrazzamenti affacciati sulla valle sottostante dove si scavò un lago artificiale. Il complesso occupò tutta l'area compresa tra il Colle Oppio e il Celio (la zona dei SS. Giovanni e Paolo) fino al Palatino. La decorazione degli interni venne affidata al pittore Fabullus che dipinse complesse architetture, motivi di fantasia, quadretti e nature morte. Il palazzo ebbe anche una ricchissima dotazione di opere scultoree, la più famosa delle quali è il gruppo del Laocoonte oggi conservato in Vaticano. Gli storici antichi hanno lascito testimonianza della magnificenza e bizzarria delle architetture create dai due architetti: famosa la stanza da pranzo ricoperta di lastre d'avorio mobili per consentire la caduta di fiori e profumi dall'alto; oggi è ancora visibile la struttura della Sala Ottagona che produce un effetto di sorpresa poiché all'esterno nulla rivela la sua forma geometrica straordinariamente complessa.
Dopo la morte di Nerone avvenuta nel 68 d. C. iniziò la decadenza del Palazzo: nel 104 Traiano fece abbattere il piano che sorgeva sulla sommità del Colle Oppio, mentre il piano inferiore fu interrato: qui Apollodoro di Damasco costruì le Terme di Traiano i cui resti sono ancora visibile all'interno del Parco del Colle Oppio.

Campidoglio

"L'Italia fu eletta dai numi a riunire intorno a sé i popoli dispersi, ad avvicinare con l'uso di una lingua sola tante genti di rozzi e discordi linguaggi, a dare agli uomini le norme di un comune vivere civile, a fare di tutte le genti un solo popolo, di tutto il mondo una sola Patria"

Plinio il Vecchio

Il mito racconta che il dio Saturno fondò un centro abitato sul Campidoglio molto prima del 753 a. C.; qui si sarebbero poi insediati i Greci venuti con Eracle ed in seguito i discendenti dei Troiani di Enea. Il racconto mitico è confermato dai ritrovamenti archeologici (oggetti databili tra il XIV e l'VIII sec. a.C) nell'area sacra di Sant'Omobono. Gli edifici romani del Colle Capitolino si affacciavano verso la valle dei fori: Tabularium (archivio di stato), tempio di Giove, tempio di Giunone. La costruzione del tempio di Giove Capitolino, il più importante dell'antica Roma, risale al VI secolo a. C. In corrispondenza dell'attuale chiesa di Santa Maria in Ara Coeli fu eretto invece il tempio di Giunone Moneta, "ammonitrice" dove ebbe sede la prima zecca di Roma. Nel 1939 sotto il Palazzo Senatorio vennero scoperti i resti del Tempio di Veiove, corrispondente italico di Giove con caratteri di divinità degli inferi.
Durante il Medioevo i piani inferiori del tabularium vennero fortificati a controllo della via che portava al Laterano; la prima chiesa dell'Aracoeli sorse nel XII secolo sul luogo del tempio di Giunone. il Palazzo Senatorio, sede del Comune dal 1143, venne costruito sopra il Tabularium e una nuova, più grande chiesa venne costruita intorno al 1250 dai Francescani (Secondo la leggenda questo è il luogo in cui la Sibilla predisse d Augusto l'avvento dell'era cristiana). La costruzione venne ultimata nel 1348 con la scalinata come ex voto per la cessazione della peste.
La sistemazione definitiva della piazza del Campidoglio e dei suoi edifici si deve a Michelangelo. Per ordine di Paolo III Farnese (1534-1549) venne qui trasferita dal Laterano la statua equestre di Marco Aurelio: Michelangelo venne incaricato di studiare la nuova collocazione della statua e della ristrutturazione della piazza che fino ad allora aveva mantenuto un aspetto disorganico. Egli ideò una pianta a trapezio che aveva come fondale il Palazzo dei Senatori e come ali due nuovi palazzi a portici, il Palazzo dei Conservatori e il Palazzo Nuovo (Musei Capitolini), convergenti verso la scalinata. L'unità spaziale dell'insieme venne rafforzata dal disegno del pavimento: un reticolo di curve entro un'ellisse e al centro una stella a dodici punte con il Marco Aurelio. I due palazzi laterali progettati da Michelangelo vennero realizzati da Giacomo della Porta (Palazzo dei Conservatori) e da Girolamo Rainaldi (palazzo Nuovo dei Musei); il Palazzo Senatorio fu disegnato da Michelangelo, ma la realizzazione fu di Giacomo della Porta e Girolamo Rainaldi (1582-1605).
Sulla balaustra della scalinata che scende verso Roma si trovano le statue di Castore e Polluce, i cosiddetti Trofei di Mario (due trofei di armi del III sec., erroneamente attribuiti a Caio Mario, che si trovavano a Piazza Vittorio fino al 1590), le statue di Costatino e di suo figlio Costante II provenienti dalle terme di Costatino; due colonne miliari della via Appia.
La nascita dei Musei Capitolini risale al 1471: papa Sisto IV donò al popolo romano un gruppo di statue bronzee di grande valore simbolico .

Monumento a Vittorio Emanuele II

"…Ma voi, Romani miei, reggete il mondo con l'imperio e con l'armi, e l'arti vostre sien l'esser giusti in pace, invitti in guerra: perdonare a' soggetti, accor gli umili, debellare i superbi"

Virgilio, Eneide (la missione di Roma, libro VI, 1278-1282)

Il Monumento a Vittorio Emanuele II primo re d'Italia progettato dall'architetto Sacconi, fu costruito nel 1885 e inaugurato nel 1911 durante l'Esposizione Internazionale che celebrava i cinquanta anni dell'Italia unita.
L'intenzione era quella di celebrare il Padre della Patria e il Risorgimento. Una enorme scalinata, fiancheggiata da leoni alati e da due Vittorie bronzee, porta all'altare della Patria.
Le raffigurazioni delle 16 regioni e delle 14 città sono gli elementi centrali del complesso. Sei gruppi statuari rappresentano le allegorie dei valori civili del popolo italiano.
I due complessi del Pensiero e dell'Azione, furono scolpiti da Nicola Cantalamessa, Adolfo Apolloni, Mario Rutelli e Arnaldo Zocchi.
L'Altare della Patria presenta altorilievi di Angelo Zanelli; al centrasi trova la statua di Roma. In mezzo al monumento vi è la gigantesca statua equestre di Vittorio Emanuele II realizzata in bronzo da Enrico Chiaradia. Alle spalle il grandioso portico con colonne alte 15 metri e le due colossali quadrighe bronzee con le Vittorie alate che simboleggiano l'Unità e la Libertà realizzate da Carlo Fontana e Paolo Bartolini nel 1927.
La fontana di sinistra, di Emilio Quadrelli, rappresenta il mare Adriatico, rivolto a Oriente, con il Leone di San Marco. A destra il Tirreno, di Pietro Canonica, con la lupa di Roma e la sirena Partenope
I significati simbolici del Monumento vennero enunciati nel discorso tenuto per l'inaugurazione da Giovanni Giolitti: "Sopra questo colle che ricorda le glorie e la grandezza di Roma… degnamente si inaugura il Monumento nazionale che nell'effige del Padre della Patria riassume il ricordo delle lotte, dei sacrifici, dei martiri, degli eroismi che prepararono e compirono la resurrezione d'Italia". Il programma fondava il concetto di patria su una radice comune, quella della grandezza della Roma antica e della storia di civiltà che si snoda fino al presente.

Foro Romano e Fori Imperiali

"…Costruirono la città quale tu la vedi, lasciando agli avvenire tali memorie della genialità di tutti, che un oltraggio recato ad esse sarebbe giustamente da considerare un delitto contro l'umanità d'ogni tempo, perché toglierebbe agli uomini del passato la memoria del loro ingegno e a quelli del futuro la vista di tali opere… se avrai salvato Roma, il vincitore te ne sarà molto grato; se l'avrai distrutta, non ci sarà luogo per te, ad alcuna umanità…Belisario scrisse così. Totila rilesse più volte la lettera e, resosi esattamente conto di quel monito, si persuase e non recò a Roma ulteriori danni"

Procopio di Cesarea
La Guerra Gotica (VI secolo)

La Valle del Foro Romano posta tra il Campidoglio e il Palatino era in origine una zona paludosa utilizzata come necropoli a partire dal IX secolo a. C. (l' abitato si trovava sul Palatino). A partire dal VII secolo a. C. però questa zona fu compresa nel centro abitato e lentamente si trasformò in luogo di mercato. Con l'inizio dell'età repubblicana (509 a. C.) vennero costruiti i primi edifici sacri: il Tempio di Saturno, il Tempio di Castore e Polluce; dal II secolo a. C. sorsero le basiliche e nel I a. C. venne costruito il Tabularium. Giulio Cesare decise nel 54 a. C. di ristrutturare l'area del Foro Romano: fece costruire il Foro di Cesare e la Basilica Giulia; a queste opere Augusto fece aggiungere il tempio dedicato al Divo Giulio. L'ampliamento urbanistico della zona pubblica di Roma venne continuato in epoca imperiale: Augusto fece edificare un nuovo complesso, il Foro di Augusto, con il tempio dedicato a Marte Ultore (vendicatore) inaugurato nel 2 a. C.; Vespasiano fece costruire tra il 71 e il 75 d. C. il Foro dedicato alla Pace; Nerva nel 97 d. C. inaugurò il Foro detto Transitorio perché metteva in comunicazione i Fori di Cesare e di Augusto con il Foro Romano e il Foro della Pace. Infine il più grandioso dei Fori fu costruito da Apollodoro di Damasco per l'imperatore Traiano per celebrare la vittoria sui Daci (113 d. C.); l'ultimo di questi complessi imperiali si componeva di una grandiosa piazza con la statua equestre di Traiano, della basilica Ulpia, di due biblioteche, della Colonna Traiana e del complesso dei Mercati.

Il Colosseo

"Ciò che disse Omero - la terra è comune a tutti - per opera vostra, o romani, è divenuto realtà: voi avete percorso tutto il mondo, soggiogati i fiumi con arditissimi ponti, tagliate le vette dei monti per farle accessibili all'uomo, popolati i deserti di stazioni di rifornimento e ristoro, assoggettato tutto all'ordine e alla disciplina"

Elio Aristide (retore greco II sec. d . C.)

L'anfiteatro Flavio fu inaugurato nell'80 d.C. dall'imperatore Tito col nome di Amphitheatrum Caesareum, sul sito del lago artificiale della Domus Aurea. Il nome Colosseo risale invece all'XI secolo e deriva dalla colossale statua bronzea di Nerone che si trovava nei pressi. Il Colosseo è alto 52 metri e conteneva circa 70.000 posti.
Vi si svolgevano i combattimenti gladiatori (munera) e gli spettacoli di caccia (venationes), si eseguivano esecuzioni capitali. I disastrosi terremoti avvenuti nel V secolo determinarono il rifacimento dell'arena, del podio e di parte della stessa cavea. Cessati i combattimenti gladiatori nel 438 sotto Valentiniano III e dopo l'ultimo spettacolo venatorio tenutosi nel 523 sotto Teodorico, iniziò l'abbandono del Colosseo che fu ridotto a cava di materiali da costruzione. All' interno si inserì nei secoli XII-XIII la fortezza dei Frangipane. L'arena venne quindi consacrata al Sangue dei Martiri e nel 1719 vi vennero costruite le edicole della Via Crucis istituita da Benedetto XIV.

Basilica di San Clemente

"Floride colture cancellarono i deserti, campi coltivati domarono le selve, animali domestici fugarono le belve feroci; le sabbie vengono seminate, le rocce tagliate, le paludi prosciugate; oggi le città sono in numero maggiore delle capanne di un tempo; le solitudini più non spaventano né gli scogli atterriscono; ovunque tu volga lo sguardo, vedi case, armenti, popolazioni; e dovunque è vita, ivi è lo stato"

Tertulliano (Africa Romana, II d. C.)

Nell'area occupata nel II secolo da un' insula romana del II secolo in cui si trovava anche un tempio dedicato a Mitra, sorse già nel IV secolo d. C. una chiesa dedicata a S. Clemente; probabilmente dopo il saccheggio ad opera dei normanni di Roberto il Guiscardo si decise di interrare l'edificio e di costruirne al di sopra uno nuovo. Intorno al 1130 venne così innalzata l'attuale basilica di S. Clemente utilizzando numerosi elementi della chiesa più antica.
Il mosaico absidale del XII secolo è uno dei capolavori dell'arte medievale: motivi decorativi e strutture formali dell'antichità vengono ripresi dagli artisti a celebrare la rinascita spirituale della Chiesa e la sua potenza, continuazione dell'antico impero romano.
Titolare della chiesa fu tra 1411 e 1431 il cardinale Branda Castiglione che commissionò a Masolino da Panicate (con interventi di Masaccio) la decorazione della cappella omonima con storie di S. Caterina d'Alessandria e di S. Ambrogio. Nel XVIII secolo vennero aggiunti i dipinti sulla pareti della navata centrale e sul soffitto che raccontano le vicende di S. Clemente.