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El Alamein

El Alamein: breve diario di bordo

di Fabio Rampelli

Alla fine partiamo. Mi raccontano delle preoccupazioni di alcune mamme per i figli, che avevano deciso di volare in Egitto, a causa della crisi internazionale. Le voci di un attacco ormai imminente da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna all'Iraq e il conseguente trambusto nel mondo islamico procurano ansie comprensibili. Gli organizzatori sono solerti, i contatti con il console italiano ad Alessandria costanti, tesi proprio a capire se esista una soglia di rischio nell’avventura verso El Alamein. Poi la conferma della partenza, il veloce affastellarsi dei bagagli, il controllo dei documenti e le pratiche d’imbarco, gli sguardi complici tra persone che ? per buona parte ? neppure si conoscono tra loro, i saluti di rito e il volo.

Nella passeggiata sopra le nuvole viene narrata una storia triste, ma necessaria. Quella di decine di migliaia di ragazzi in divisa che i governi italiani del dopoguerra hanno voluto occultare, come fossero elemento di vergogna per il nostro popolo e il nostro esercito. Il racconto della disparità di armamenti tra le forze in campo, le altalenanti vicende belliche, le compagnie italiane schierate, il rapporto con gli alleati tedeschi e quello con i nemici, le condizioni logistiche proibitive, l’avanzata, la ritirata, l’epilogo.

Quattro torpedoni per un equipaggio complessivamente composto da centocinquanta persone, più le guide e la sorveglianza, sfilano dall’aeroporto diplomatico ad Alessandria d’Egitto e poi, l’indomani, dall’albergo a El Alamein.

C’è giusto il tempo di annusare l’aria e di osservare il movimento caotico di una città passata dalle antiche glorie a uno sviluppo urbanistico moderno, ossessivo e abnorme, proiettata su un lungomare suggestivo e interminabile, ma poi aggrovigliata in una serpentina di vie e vicoli delineati da palazzoni uniti gli uni agli altri senza rimedio. Il traffico, intenso e confuso, offusca ogni fantasia esotica legata al nord Africa e, anche il clima, ci riconduce più a una città europea che al delta del Nilo. La stanza d?albergo sembra la lanterna di un faro, per la sua altezza sul mare e la sensazione di ‘dominio del golfo’ che trasmette. Soprattutto all'alba, quando di ottima lena ricomponiamo i bagagli per dirigerci al sacrario dei caduti italiani, 120 km verso la Libia, lungo la costa. Il tempo volge al peggio, il cielo appare burrascoso e segnato dal vento.

D’improvviso tutto cambia: il paesaggio, i sapori, i colori, l’atmosfera. A 5 km circa dal sito le guide egiziane vengono sostituite da narratori italiani: scelta giusta quella di non far raccontare agli stranieri quello che accadde 60 anni fa nel nord Africa. E’ storia d’Italia.

Infine scendiamo, ci incolonniamo dietro una bandiera tricolore immensa e gioiosa e, in compagnia del silenzio, ci dirigiamo prima alla moschea dove sono sepolti gli ascari libici che perirono per l’Italia, poi a quota 33, infine al sacrario, bianco e suggestivo nel suo desiderio di prendere il volo e attraversare il cielo.

Le nuvole improvvisamente si mettono a correre, lasciando ampie licenze al sereno, il vento prima discreto e alto, ora prende a girarci intorno, infilandosi nelle camicie e negli zaini, entrando nelle fessure della lieve altura, ruotando tra i monumenti ed emettendo suoni come sibili umani. Il nostro silenzio fatica ad affermarsi, mentre di tanto in tanto qualche ragazzo alza la voce e legge testimonianze di atti d’eroismo noti agli storici più attenti, ignoti al nostro popolo. Qualche brivido corre nelle nostre schiene, mentre le file si serrano e ciascuno si trova sull’attenti senza che ci sia bisogno di un comando nè di un richiamo. Nessuna parola, solo intese e uno spirito comune. Pugno chiuso sul cuore, a concentrare la forza umana sul simbolo del sentimento e della passione, l’inno di Mameli che insorge a sciogliere il groppo alla gola. Pausa. Crescendo, L’Italia chiamò. Sì.

La memoria non si può cancellare, essa riaffiora dopo anni e dopo secoli, e tutto travolge. L’offesa di chi ha voluto dimenticare il sacrificio di decine di migliaia di ragazzi è finalmente ricoperta da quella sabbia docile, mentre dalla stessa riaffiora il sorriso di quanti hanno fatto il loro dovere e s’attendevano riconoscenza, solidarietà, comprensione. Quando i reduci di El Alamein giunsero nella madre patria, spesso dopo una lunga prigionia nei campi inglesi, pensarono che la loro nazione sarebbe stata pronta ad accoglierli, a festeggiarli, dopo quel terribile calvario percorso in nome della patria. Niente di tutto ciò. Sguardi assenti, freddezza, disinteresse, spesso perfino vergogna. Scusate ragazzi di El Alamein se qualcuno, anteponendo l?ideologia alla dignità nazionale, ha infangato la vostra morte, offuscato il vostro eroismo, trafitto per la seconda volta il cuore delle vostre famiglie. Noi siamo venuti qui per non dimenticare, per ricomporre la comune memoria storica, per inchinarci di fronte al valore e all'’amore di chi ha donato il bene pi? prezioso. Da oggi non sarete più soli. Torneremo a osservare questo deserto dai colori caldi, a immaginare ogni gesto di quella battaglia, ad accompagnare qui altri giovani e altre famiglie affinchè il vostro esempio possa trasmettersi. E quando il sole tramonterà nelle nostre città e l’aria si farà magenta, quando l’umidità sembrerà sabbia anzichè foschia, ci verrà in mente quel candido sacrario spinto verso il mare, nel deserto egiziano.

Ognuno cerca uno scorcio da portarsi dietro, si riempiono le ampolle di terra, poi si saluta il maresciallo di guardia e il console. La bandiera si ripiega e, sospinti dagli accompagnatori, riguadagniamo i pullman. Ancora una sosta, dopo un chilometro, al cippo dove campeggia il monito: ‘Mancò la fortuna ma non il valore’. Foto di rito, caotica e allegra, quanto basta per riscaldare con il calore umano una lapide rimasta intirizzita per decenni. Tutti gli si fanno intorno, gli montano sopra, l’abbracciano. Poi il volo, quasi in silenzio, con la testa altrove e lo sguardo giù. Ora ci sentiamo più belli di ieri.