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Un lungo viaggio

Spunti per un dibattito sereno e per una crescita consapevole

Roma, 23 dicembre 2003

LA STORIA E' LUNGA MILLENNI

La storia dell'uomo è lunga millenni. Quando pensiamo al nostro passato più recente commettiamo subito l'errore di valutarlo come fosse lungo al massimo un paio di secoli, come fossimo persone nate in qualsivoglia epoca. Sarebbe stato interessante poter dissertare delle Repubbliche marinare, della grandezza di Venezia, delle guerre d'Indipendenza, dell'Unità d'Italia dal punto di vista di una generazione scaturita subito dopo quegli avvenimenti. Invece ognuno ha la sua memoria più recente che concorre a formare la memoria storica globale e le generazioni nate nel corso della seconda guerra mondiale, o subito dopo, hanno il compito tragico di fare i conti con i regimi dittatoriali e totalitari del '900, cioè di relazionarsi con la pagina più drammatica dell'umanità, il più grande genocidio, il più ignobile atto di cui l'uomo si sia macchiato da che ha messo piede sulla terra. Quando si parla dei milioni di ebrei deportati, internati, gasati, non si ha di fronte un film, né un'astrazione, non si può agire con il piglio del contraddittore, citare le 'eccezioni': Perlasca, Farinacci, Buffarini Guidi, i gerarchi che si sono dichiarati contro le leggi razziali del 1938 (allegato 3), o quelli che - come Evola - cercavano la 'via italiana al razzismo' invocando la discriminante spirituale invece che quella biologica, quelli che hanno nascosto gli ebrei nelle loro case... Inezie. La tragedia immane che ha attraversato l'Europa in quegli anni pretende una lettura responsabile e consapevole, dura e realistica, e non ammette eccezioni, né intellettualismi, che rischiano di suonare come squallidi orpelli giustificazionisti. Occorre osservare le immagini di quei corpi straziati, di anziani, di donne, di bambini, accatastati a migliaia e migliaia, come fossero di cartapesta, e domandarsi: perché? Cosa può mai giustificare una così indegna carneficina? Fossero stati i cadaveri di cupi stragisti, di osceni pedofili, di involuti cannibali probabilmente ci saremmo incupiti lo stesso, ma si trattava di persone innocenti che professavano una religione diversa dalla nostra. Ebrei. Sterminati dai nazisti, perseguitati dai fascisti, maltrattati dai Papi, ghettizzati dal popolino, trucidati dai comunisti. Qualcuno pensa di essere furbo, svicola e si disimpegna dal tema dicendo che "se tutti gli sono andati contro una ragione ci sarà…", un atteggiamento pericoloso. "Una ragione ci sarà"… e ci hanno ammazzato qualche decina di ragazzi negli anni '70, nel silenzio generale. Dobbiamo mostrarci all'altezza di quell'orrore, il più grande della storia dell'umanità, che il destino ha fatto cadere addosso a chi, come noi, si ispira a una concezione del mondo tradizionale e spirituale, ma ripudia la dittatura. Purtroppo agli italiani del terzo millennio, la storia potrebbe non riservare il grande slancio di passione di stagioni passate, la costruzione di un evento epocale da lasciare in eredità a chi verrà dopo; né un impero vasto come mezzo mondo, né l'era affascinante del misticismo cristiano, né quella esaltante dell'indipendenza dall'invasore. Ma la nostalgia è un nobile sentimento che non ha nulla a che fare con la storia e la politica.
Certamente siamo coloro che devono portare il fardello del '900, come Adamo anche noi ereditiamo questa sorta di "peccato originale" e non possiamo dire: "è colpa di Eva", sarebbe puerile, né possiamo svignarcela con iniziative individuali o dichiarando che "non eravamo nati": sarebbe una fuga dalla storia, che è fluire dei cicli e non episodio personale. Dobbiamo prenderci addosso questo peso, se ce ne vogliamo liberare attraverso una catarsi purificatrice.

ISTINTO DI LIBERTA'

Sappiamo bene che nessuno di noi cova sentimenti razzisti, sappiamo che di razzisti e antisemiti ce ne erano in numero assai esiguo già nel Msi di Almirante (che ripudiò le leggi razziali qualche decennio fa). Ma nessuno è riuscito a comprendere fino in fondo, interiorizzandolo come un dato cromosomico, che noi siamo anche figli dell'olocausto. Noi più di tanti fascisti eccellenti come Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini, Amintore Fanfani ed Eugenio Scalfari, che scrivevano nel ventennio articoli deliranti sulla superiorità della razza e che poi sono diventati dei totem dell'antifascismo. Loro hanno rotto il cordone ombelicale, si sono 'pentiti', cambiando schieramento, rinnegando la concezione del mondo cui s'ispirò il regime, noi no. Noi riconosciamo le assurdità del ventennio, tra cui quelle scritte dai futuri antifascisti, ma non cambiamo schieramento, né ripudiamo il nostro sistema di valori.
Deve essere chiaro, inequivocabile, che tutto quanto di positivo possano aver realizzato i regimi totalitari si vanifica di fronte alla soppressione delle libertà elementari dell'uomo e alla violenza cieca e sterminatrice. Solo un chiaro e netto giudizio di condanna verso gli orrori del Novecento può consentire il recupero delle sue pagine positive. L'uomo è nato con l'istinto di libertà e i suoi bisogni primari sono la possibilità di nutrirsi e quella di vivere senza coercizioni; il resto, tutto il resto, viene dopo. Un sistema che impedisce il libero esercizio della parola scritta e parlata, della manifestazione del proprio credo politico e religioso è contro la natura dell'uomo e va combattuto. Si potranno finalmente apprezzare le conquiste del ventennio, da parte di tutti gli italiani e non solo da parte di coloro che si sono dichiarati per decenni eredi del fascismo, (pensiamo alla riforma agraria che ha strappato i contadini allo sfruttamento dei latifondisti, alla previdenza sociale, all'Opera maternità e infanzia e al ruolo prioritario della donna nella società, alle città fondate e alla bonifica pontina, alla città dello sport, alla città del cinema, agli sventramenti e ai grandi restauri, alle leggi di tutela dell'ambiente e del paesaggio, allo sradicamento della mafia e della massoneria) se la storicizzazione del fascismo sarà completa e nessuno avrà l'idea stravagante di volerlo 'restaurare' politicamente.

LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

Per noi il passato ha un ruolo centrale. La nostra cultura si fonda sulla memoria storica, l'identità e la tradizione ne sono il prodotto. La nostra proiezione nel futuro dipende dal rapporto corretto con il nostro passato. Se saremo capaci di rappresentarlo in un legame limpido e senza ambiguità, la proiezione nel futuro sarà cristallina.
Noi viviamo la Rsi come un'epopea romantica, e così è stata per molti giovani volontari che andarono a Salò per lavare l'onta del tradimento e salvare l'onore d'Italia, vergognandosi dell'improvviso cambiamento di alleanza effettuato dal Re. Sapevano che la guerra era perduta, che ormai il rovescio era iniziato, ma scelsero la 'bella morte' e se ne fregarono del resto. Una scelta morale ed esistenziale di fronte alla quale s'inchinano perfino Luciano Violante e Giampaolo Pansa, ora che taluni argomenti hanno perso il significato politico strumentale per essere consegnati alla storia. Ma la Rsi era anche l'anarchia della guerra civile, il caos dei soldati il giorno dell'armistizio immortalata nell'immagine contraddittoria di Alberto Sordi in un noto film che grida "tutti a casa"; alcuni combatterono con i tedeschi, altri con gli anglo-americani, molti s'imboscarono. Fascisti che andavano a Sud per rispettare gli ordini di ciò che restava dello Stato italiano e semplici italiani che andavano a Nord per non dover sentire - fino a decenni e decenni oltre quella guerra - che il nostro è popolo di codardi e voltagabbana. E ancora, la resa dei conti all'interno del fascismo repubblicano tra le sue varie anime. C'era chi sparava addosso ai nazisti per difendere l'Italia dal potenziale colonizzatore tedesco, chi sparava addosso ai partigiani che volevano abbattere il fascismo e aprire la strada agli occupanti anglo-americani, chi resisteva stretto tra due fuochi comunisti (slavo e nostrano) nel tentativo di impedire la conquista titina di Trieste e Venezia, chi aiutava i nazisti a caricare i treni per portare gli ebrei nei campi di sterminio e chi nascondeva gli ebrei per non farli portare nei campi di sterminio. Ma nessuno può dimenticare, ecco il tormento che torna, che la pregiudiziale antisemita era nel documento fondante della Rsi (allegato 3). Non si scappa. Un conto è il pensiero gravido di pathos, il giudizio morale che abbiamo rivolto ai repubblichini che s'arruolavano per morire da patrioti, e a coloro che, nel nome di un'idea, hanno scelto la coerenza nel suo declino, altro è il verdetto di condanna, inequivocabile, che si deve emettere nei confronti della pagina antisemita di quell'esperienza politica e statuale. Anche in questo caso, se saremo chiari nel giudizio, potremo recuperare alla memoria collettiva la bontà di alcuni dei 18 punti di Verona, tra cui la socializzazione delle imprese e le case a riscatto.

LA DESTRA MODERNA CHE SI APRE SENZA PERDERSI

Perfino Giorgio Almirante, l'uomo che condusse la destra nei marosi del partito neofascista, che avrebbe potuto restare fermo alla testimonianza perché sufficiente per raccogliere i voti che bastavano a esistere, fece la scelta atlantista e sionista, condannò l'Olp e prese le distanze dal mondo arabo, vietò il saluto romano e la croce celtica, ripudiò le leggi razziali, realizzò prima la Destra nazionale e poi la CdL (Costituente di Destra per le Libertà) facendovi entrare, tra gli altri, il deputato democristiano Agostino Greggi, il filosofo marxista Armando Plebe, l'Ammiraglio - di estrazione liberale - Birindelli, Vito Miceli, in forza ai servizi segreti e i monarchici di Coviello. Tutti antifascisti. Cercò disperatamente l'apertura, la modernizzazione, il futuro. Nonostante fosse condannato a vivere di passato remoto. Gianfranco Fini ha il dovere di completare il percorso che fu di Giorgio Almirante e di garantire alla destra non solo la possibilità di stare al governo, ma anche quella di guidarlo in prima persona. L'Italia guidata dalla destra, dai suoi valori, è un altro scenario immaginifico che dobbiamo rendere concreto e reale.
Gianfranco Fini risponde alle domande a Gerusalemme (allegato 1), mentre trova davanti a sé quelle immagini strazianti e vede scorrere in un solo attimo il passato neofascista. Ricorda, forse, di quei 'furbastri' che parlavano - ce ne erano diversi nel Msi - della 'fandonia di Auschwitz' e di quella pubblicistica negazionista che si ostinava a produrre fantomatiche prove sull'invenzione della shoah. O, più semplicemente, ricorda di quando, per battere il repubblichino Rauti nei congressi del dopo-Almirante e fino a pochi giorni prima della svolta del '93 (quando si candidò a Sindaco di Roma), nella quale doveva obbligatoriamente intercettare tutti i voti dei moderati, si lasciò andare a dichiarazioni stile "Fascismo del 2000" o "Mussolini più grande statista del secolo". Proclami comprensibili solo nel clima e nella logica di quei congressi, dove una comunità politica chiusa ed emarginata dalla vita del resto della nazione si confrontava in un passaggio di consegne storico. Sostituire al vertice del partito un personaggio carismatico come Giorgio Almirante non era compito facile, ed entrambi gli sfidanti combatterono una battaglia durissima, all'ultimo voto, nella quale il peso della razionale esposizione di un programma politico era nettamente inferiore a quello rappresentato dalla capacità di evocare sentimenti e passioni profonde. E le corde dei sentimenti nel Msi non potevano essere che quelle; anche se la candidatura del giovane Fini era stata voluta e sostenuta proprio per proiettare la destra nel futuro, con un Segretario nazionale che per ragioni anche solo anagrafiche non poteva essere coinvolto personalmente dalle colpe del fascismo. Chi ha vissuto quei congressi sa che il livello di reducismo, nostalgismo e apologia raggiunti era superiore a quelli degli anni '50 e '60 (dove quasi tutti i delegati erano reduci per davvero). E' del tutto ovvio che con il peso di certi giudizi e di certe valutazioni la "lista degli esami" per Fini - e quindi per tutta la destra - non poteva che essere lunga, dolorosa, a tratti persino umiliante. Se la destra avesse fatto autonomamente, quando non era sotto esame, quando non glielo imponeva nessuna circostanza, le sue serene valutazioni e la sua doverosa autocritica, si sarebbe potuta presentare pronta all'appuntamento.
Pochi avevano affrontato e risolto questo problema con netto anticipo, spesso pagandone il prezzo all'interno, accusati da alcuni di essere "antifascisti" perché condannavano il nazismo, o di perdere l'identità perché non facevano saluti romani, guardati con sorpresa perché espellevano gli antisemiti e i razzisti dalle sedi. Si giunse all'incredibile paradosso per il quale un personaggio di primo piano di An vietò per ragioni di opportunità la celebrazione di un'"assemblea antirazzista" (questo era letteralmente il titolo) nella sede di Colle Oppio, voluta a causa di una serie di aggressioni che si consumarono nella zona contro extracomunitari. L'assemblea si tenne ugualmente, parteciparono Monsignor Luigi Di Liegro della Caritas diocesana, il diccì, attuale presidente della Provincia di Roma, Enrico Gasbarra e il verde, oggi deputato della Margherita, Roberto Giachetti; ebbe un grande successo, rappresentò i primi tentativi di dialogo e lasciò un segno indelebile dentro il Movimento sociale italiano dell'epoca. Così come fece scalpore la lettera consegnata dagli studenti universitari romani al rabbino capo Toaff all'apertura dell'anno accademico '92-'93 dopo che la stella gialla di David fu apposta nottetempo sulle serrande dei negozi di cittadini ebrei.

LE COLPE DELLA SINISTRA

Una delle conseguenze del viaggio di Fini in Israele e dell'intero percorso della destra italiana da Fiuggi a oggi è rappresentato dal forte imbarazzo che - a questo punto - ristagna a sinistra. Sarebbe infatti utile e necessario che anche dai figli dell'ideologia marxista venisse attuata concretamente una condanna per i crimini compiuti dal comunismo in Italia e nel mondo. Gli esempi di certo non mancano, si tratta di decine di milioni di morti: le foibe, i gulag, il triangolo rosso, le stesse violenze inaudite perpetrate nei confronti degli ebrei (di cui, chissà perché, si parla sempre poco). Ma anche il dramma delle popolazioni assoggettate oggi ai regimi comunisti in Cina, a Cuba, nella Corea del Nord, dove non esiste il minimo barlume di democrazia, vengono calpestati i più elementari diritti umani e gode ottima salute la pratica della pena di morte.
Ma nell'altra 'metà campo' c'è reticenza a effettuare autocritica, per la ragione elementare che esistono due partiti che s'ispirano esplicitamente al comunismo, fino a portare la falce e martello nel simbolo. Se la sinistra non sarà all'altezza di promuovere questo percorso di revisione e di presa di distanza autentica, non avrà possibilità di affrancarsi mai e fino in fondo dagli orrori del comunismo e finché Bertinotti si farà fotografare con il Comandante Marcos armato di mitra e cartucciera e non ci sarà la forza di recarsi a Porzus, a Bassovizza, in Siberia, a Piazza Tienamen, a Piazza San Venceslao a Praga (dove si diede fuoco il dissidente Jan Palach), ai piedi del muro di Berlino (dove i Vopos trucidarono i tedeschi che tentavano di rifugiarsi nella Germania dell'Ovest), la sinistra avrà una spina nel fianco permanente che ne metterà in discussione la buona fede e la possibilità, al pari di tutte le forze politiche, di contribuire alla costruzione dell'Italia futura. La destra deve, al contrario, essere orgogliosa di aver fatto la sua parte per vincere gli steccati dell'ideologia, per sconfiggere la guerra civile strisciante che per troppo tempo ha impedito agli italiani di sentirsi popolo. Non dobbiamo sentirci in affanno o più fragili perché ci siamo liberati dalle tossine del Novecento: soltanto chi possiede un'identità forte può essere in grado di chiudere i conti con il passato senza smarrirsi. Questa asimmetria, semmai peserà sui nostri avversari anche in termini di credibilità politica, sarà destinata a restare per la sinistra un problema irrisolto, un buco nero, un'ipoteca.
Non si tratta, badiamo bene, di una ripicca, di una partita tra destra e sinistra che non coinvolge nessun altro, distante dagli interessi del popolo italiano. Così come i passi impressi da Fini alla politica nazionale fanno sentire oggi quella che era la memoria della destra 'storia di tutti', analoga operazione fatta da Fassino, Bertinotti e Diliberto aiuterebbe a ricucire i percorsi, fino a ieri così distanti, di filoni culturali e ideologici che si sono spesso sostituiti all'identità nazionale. Noi dobbiamo chiedere che la sinistra compia questi passaggi, non solo e non tanto per prenderci una 'rivincita', ma soprattutto perché da questo dipende la definitiva composizione di quella storia condivisa di cui l'Italia ha bisogno. Tale percorso renderebbe la nazione più forte, meno ricattabile, più autorevole sulla scena internazionale e darebbe certamente a ogni cittadino un pizzico di orgoglio e di senso d'appartenenza in più.

IL PERICOLO DELLE STRUMENTALIZZAZIONI

Telegiornali e quotidiani sparano titoloni sensazionali e frasi mai pronunciate. "Fini condanna il fascismo come male assoluto, la Rsi è una vergogna nazionale". Un pugno nello stomaco. E' uno di quei momenti in cui coloro che consapevolmente aderiscono a un partito devono dimostrare di essere all'altezza: bisogna lavorare per chiudere le ferite, rassicurare, spiegare, dare - come si suole dire - l'interpretazione autentica. Far leggere a tutti il testo completo delle dichiarazioni (allegato 2), affermare a chiare lettere che la condanna espressa da Fini si riferisce alle "pagine" che hanno contribuito alla discriminazione razziale e allo sterminio, non a "tutto il libro". Fare quadrato, non dare spazio alle versioni interessate e maliziose dei mass-media e di tutto quel mondo che non vede l'ora di seppellire la nostra esperienza politica. Fini va difeso dalla lettura distorta delle sue dichiarazioni. Non si può consentire che al nostro "popolo" arrivi l'idea che il "capo" li tradisce nei sentimenti e nei valori più profondi: perché allora dovrebbero continuare a restare, a lottare, a crederci? Cosa ne ricevono in cambio? Fini non era certo nelle condizioni di poter rettificare o argomentare più di tanto, in quel luogo e in quel contesto. Non poteva certo correre il rischio di vanificare dieci anni di percorso e di lavoro delle diplomazie internazionali per dare il "buffetto" a qualcuno. E' la classe dirigente che doveva e deve farlo. Fini, tornato a Roma, non ha mancato di tornare sulla questione e di offrire argomenti inoppugnabili, che chiariscono senza ombra di dubbio quale sia la posizione sua e di An. E se anche avesse commesso un errore il giorno prima, i suoi interventi successivi fanno giustizia di ogni discussione. Tranne per chi non può o non vuole capire. Strepita e sbatte la porta Alessandra Mussolini, urla furibonda al tradimento Donna Assunta Almirante. Mentre Francesco Storace organizza il dissenso. Il più sobrio e il più credibile nella critica è Mirko Tremaglia, che dimostra ancora una volta la sua tempra. Tremaglia la Repubblica l'ha fatta davvero. Lasciamo al loro destino la Mussolini o Donna Assunta. La prima può difficilmente essere qualificata come donna di destra, il suo posto nel partito è un fatto "onomastico", come dice Veneziani, e dal partito - grazie al suo cognome - finora ha ricevuto dieci anni di onorato seggio parlamentare senza prima essersi mai impegnata politicamente… altro che incompatibilità o discriminazione. La seconda non è mai stata un soggetto politico: le vogliamo tutti bene, come se ne vuole ad una figura materna, ma la politica è un'altra cosa. L'opposizione che sta preparando Storace, invece, è da analizzare. Il governatore sta cercando di rappresentare il risentimento e la rabbia di centinaia di militanti, si erge a difensore della storia e della memoria della Rsi e del fascismo, condanna con forza le 'decisioni verticistiche e oligarchiche' del presidente Fini, rivendica il diritto al dissenso, chiede partecipazione e discussione. Procediamo per gradi. Per ciò che attiene alla rabbia dei nostri militanti riteniamo che questo sia il modo peggiore per affrontarla perché è evidente il rischio che si avvii un meccanismo nocivo e bugiardo per la nostra comunità. Il pericolo che si corre è che la memoria storica e i valori della destra missina divengano appannaggio di una corrente minoritaria, proprio nel momento in cui Fini, dopo averli fatti condividere - attraverso la nascita di Alleanza nazionale - a tante persone provenienti da altri partiti, l'ha inseriti nel patrimonio dell'intera nazione. Oltretutto se ciò accadesse, per deduzione, daremmo ragione a giornali e tg nella versione dell'"abiura". Dunque, se qualcuno dovesse tentare la strada della strumentalizzazione dei sentimenti feriti in alcuni di noi per ragioni di rendita interna, per guadagnare qualche circolo, qualche consigliere, qualche federazione e pesare di più negli equilibri, deve trovare la reazione responsabile e rigorosa di ciascun militante.
Altra cosa è la proposta di una lista civica per le prossime elezioni regionali. Sarebbe difficile non essere d'accordo, visto che in ogni elezione amministrativa si sono affiancate ai candidati a sindaco e a presidente di provincia aggregazioni di questo tipo, ma la condizione per la nostra comunità deve essere chiara: la lista civica non deve avere connotazione politica, altrimenti sarebbe impropria e ci danneggerebbe, perché nei fatti rappresenterebbe un partito alternativo ad An; una lista civica invece serve ad aggregare quegli ambienti esterni ai partiti che si schierano mal volentieri e deve affrontare tematiche amministrative, non questioni politiche né problematiche interne ai singoli schieramenti. Certamente la sua presentazione effettuata nel corso di una manifestazione di An a forte tasso polemico con il Presidente Fini è stata impropria e discutibile.
Sul 'diritto al dissenso' nessuno può eccepire nulla. La dialettica interna è il sale della politica e la partecipazione dal basso un elemento fondante del nostro movimento. Semmai desta una certa meraviglia che a evocare censura e bavagli sia proprio chi - e non da oggi - ha fortemente e costantemente esercitato il proprio diritto di critica sia nei confronti del Presidente Fini che verso il governo nazionale fino ad arrivare all'organizzazione di incontri pubblici in aperta competizione con l'esecutivo e, perfino, ai 'girotondi' sotto i ministeri. Ci auguriamo che altrettanta disponibilità a recepire il dissenso sia dimostrata da chi oggi la richiede a livello nazionale.
Sulle decisioni verticistiche e oligarchiche va compiuta una riflessione a parte. E nessuno, men che meno a livello locale, è esente da responsabilità. Tutto è migliorabile ed è certamente giusto rivendicare maggiori dosi di democrazia interna, di partecipazione e di discussione. Su scala nazionale An è dotata di diversi organi centrali: l'Esecutivo, la Direzione, l'Assemblea; il primo, rappresentativo di tutte le componenti, si riunisce con una certa frequenza, il secondo e il terzo vengono convocati mediatamente due volte l'anno. Ma esistono anche gli organi periferici regionali e provinciali: il Coordinamento regionale e l'assemblea regionale, gli Esecutivi provinciali, ecc. Dire che a livello nazionale gli organi si riuniscono poco e a livello regionale non si riuniscono affatto è una banale verità con cui tutti dovrebbero confrontarsi prima di parlare. La capacità di condivisione dell'attività di governo regionale con la base è davvero scarsa e deludente, sia per quello che attiene le grandi tematiche, sia per ciò che riguarda le attività amministrative ordinarie. Nel corpo vivo di Alleanza nazionale non sono mai entrate le discussioni sulla riforma dello Iacp, sulla pianificazione territoriale e l'urbanistica, sul piano del commercio e i nuovi ipermercati, sullo smaltimento dei rifiuti, sui parchi, sulla valutazione d'impatto ambientale, sulla riconversione della centrale a carbone di Civitavecchia, sulla portualità, sullo Statuto, sulla legge elettorale, su Roma città-regione… La base non ne ha parlato ma neppure un vertice minimamente articolato, rappresentativo di tutte le anime del nostro movimento, quale potrebbe essere a livello nazionale l'Esecutivo. Evidentemente sarebbe più saggio preoccuparsi di garantire nel Lazio partecipazione, discussione, diritto al dissenso, democrazia interna, prima di rivendicarli a livello nazionale. Anche sul piano della democrazia interna potremmo discutere a lungo. Non può sfuggire infatti che il 100% dei ruoli amministrativi e di partito regionali sono monopolizzati da una sola componente, la qualcosa lascia più di un dubbio sull'effettiva sincerità con la quale oggi si pone il problema.
Per queste e altre ragioni i quadri intermedi della nostra comunità dovrebbero in questi giorni recitare il ruolo di intercettori dell'area dei delusi, rifiutando ogni opposizione strumentale alle dichiarazioni di Fini e ricucendo con gli elettori quello strappo che è stato certamente acuito dalla polemica interna.

PROSPETTIVE

Dopo aver dimostrato di saper stare al governo, di avere uomini adatti ad assumersi le responsabilità e ad affrontare i problemi, ci sembra oggi più giusto portare avanti quella verifica politica su cui siamo impegnati da mesi nel tentativo di aumentare il tasso di destra dell'esecutivo, piuttosto che "incartarci" nell'esame della storia passata. L'identità per una forza politica che è alla guida della nazione si dimostra con atti concreti e con una rigorosa priorità nelle scadenze dell'agenda politica.
L'Italia continua ad avere bisogno di una destra moderna, innovatrice, capace di recitare quel ruolo di sintesi tra liberismo e socialità, e di avere una posizione baricentrica nello scacchiere politico nazionale, mantenendo una connotazione di destra e riuscendo a rappresentare contemporaneamente gli elettori dell'area conservatrice e cattolica. Quello che dovrebbe essere chiaro a tutti è che, se la nostra tradizionale fisionomia fosse troppo accentuata saremmo immancabilmente condannati a recitare un ruolo marginale, a non avere uno spazio di crescita, a possedere un differenziale culturale insufficiente per aspirare a guidare l'Italia.
Il nostro compito è invece quello di costruire il futuro della nazione, lanciarla nell'avventura dell'unificazione europea, farla tornare protagonista della storia e del proprio destino. Per riuscirci servono una memoria condivisa e valori comuni. Tutto quello che non c'è stato fino a pochi anni fa. Abbiamo infatti avuto partiti e governi che si fondavano sulla guerra civile strisciante, sull'adesione a due modelli alternativi e incompatibili, comunismo contro democrazie occidentali. La nostra storiografia era ridicolmente ancorata al manicheismo del dopoguerra. Oggi prende forma docilmente la memoria condivisa, appunto, sulla quale si può ricostruire l'identità di tutti gli italiani. Senza questa missione, la destra non avrebbe nulla da dire che non possano dire altri. La buona amministrazione può appartenere a chiunque. E' importante elaborare ottimi programmi, sviluppare l'economia e l'occupazione, amministrare la giustizia, riformare scuola e università… Ma tutto questo deve essere innervato da una dimensione verticale, che imprima profondità al progetto e conferisca un obiettivo più elevato che lo trascenda.
Alleanza nazionale, attraverso le iniziative di Fini (e non solo), sta provando a fare questo. E' il movimento che in diverse occasioni si è posto il compito di cucire i tessuti lacerati della nostra nazione, proprio per darle un futuro, per presentarla nel contesto internazionale con la dignità che ha perso con l'8 settembre e la guerra civile, il pacifismo comunista e l'ignavia di molti governicchi democristiani.

Avremo tradito davvero le nostre radici se non saremo stati capaci di lasciare una traccia di noi nell'attuale stagione di governo. Ma quella della destra di programma è un'altra storia che non è opportuno scrivere qui…

LA DISCUSSIONE DI QUESTI GIORNI E' STATA FIN TROPPO DURA E, PUR ESSENDO PASSATO IL DIBATTITO ORMAI SU ALTRI CONTESTI, CI PREME RIPORTARE LE DICHIARAZIONI AUTENTICHE DEL PRESIDENTE FINI NEGLI ALLEGATI 1 E 2, UNA SINTESI DELLE LEGGI RAZZIALI PROMULGATE NEL 1938 E DEL TESTO DELLA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA DEL 1943, INSIEME AL PUNTO 7 DEL MANIFESTO DI VERONA NELL'ALLEGATO 3 E IL TESTO DELLE TESI DI FIUGGI (NASCITA DI ALLEANZA NAZIONALE) NELL'ALLEGATO 4.