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Manuale informativo 2004

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L’ATTIVITA’ DEL GOVERNO

Giornata del ricordo

Il provvedimento, approvato il 10 febbraio 2004, prevede l’istituzione della Giornata del ricordo, che sarà celebrata il 10 febbraio di ogni anno “al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, l’esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati”. In questa giornata saranno organizzate “iniziative per diffondere la conoscenza dei tragici eventi presso le scuole di ogni ordine e grado, oltre a convegni, incontri in modo da conservare la memoria di quelle vicende. Si riconosce il museo della civiltà istriano-fiumano-dalmata con sede a Trieste e l’Archivio museo storico di Fiume con sede a Roma e concede un finanziamento di 100mila euro all’anno all’Irci (Istituto regionale per la cultura istriana, fiumana e dalmata) e di altri 100mila euro all’anno per la Società di studi fiumani. Ai familiari delle vittime delle foibe nella Venezia-Giulia verrà consegnata un’insegna in acciaio brunito e smalto con la scritta “La Repubblica italiana ricorda”. La targa verrà consegnata non solo ai familiari degli infoibati, ma anche a quelli di tutti coloro i quali, dall’8 settembre 1943 al 19 febbraio 1947, sono scomparsi per mano delle truppe di Tito in Istria, in Dalmazia e nelle province dell’attuale confine italiano in Croazia.

 

Legge Fini-Bossi sull’immigrazione

 

Ha visto la luce nell’estate del 2002 la legge Fini-Bossi che detta le nuove regole in materia di immigrazione ed asilo. Fra le novità più rilevanti introdotte dalla nuova normativa, l’obbligo delle impronte digitali per gli immigrati e il permesso di soggiorno concesso solo a chi lavora. IMPRONTE DIGITALI Agli immigrati che chiedono il permesso di soggiorno in Italia o il rinnovo del permesso vengono rilevate le impronte digitali.

PERMESSO DI SOGGIORNO Il permesso di soggiorno viene ora concesso, con la durata di due anni, solo allo straniero che ha già un contratto di lavoro. Se l'immigrato perde il lavoro, deve tornare in patria.

CARTA DI SOGGIORNO E’ stato elevato da cinque a sei anni il periodo di soggiorno necessario perché lo straniero possa ottenere la carta di soggiorno che, a differenza del permesso di soggiorno, non ha termine di scadenza.

SPORTELLO UNICO In ogni provincia è stato istituito, presso la prefettura, uno sportello unico per l'immigrazione, responsabile dell'intero procedimento per l'assunzione di lavoratori stranieri.

DIRITTO DI ASILO Il ministero dell'Interno sostiene gli enti locali che accolgono coloro che chiedono asilo in Italia.

AMBASCIATE Per fronteggiare le esigenze straordinarie previste dalle nuove norme sull'immigrazione, le rappresentanze diplomatiche e gli uffici consolari hanno potuto assumere 80 persone.

VISTO D'INGRESSO Chi rappresenta una minaccia per l'ordine pubblico perché condannato per traffico di stupefacenti, favoreggiamento dell'immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione o dei minori, non può entrare in Italia.

ESPULSIONI Lo straniero senza permesso di soggiorno viene espulso per via amministrativa; se è privo di documenti viene portato in un centro di permanenza per 60 giorni durante i quali si cerca di identificarlo. Se non ci si riesce, al clandestino viene ''intimato'' di lasciare il territorio entro 3 giorni. Lo straniero espulso che rientra in Italia senza permesso commette un reato.

QUOTE Il decreto del presidente del Consiglio che determina il numero di extracomunitari che possono entrare ogni anno in Italia diventa facoltativo.

PENE RIDOTTE PER SCAFISTI PENTITI Sconti di pena fino alla metà per gli scafisti pentiti, se aiuteranno forze dell'ordine e magistrati a raccogliere elementi di prova, individuare e catturare organizzatori e manovali del traffico di esseri umani.

BLOCCARE IN MARE LE 'CARRETTE' Più poteri alle navi della Marina militare per bloccare le carrette che trasportano in Italia i clandestini.

CASA Il datore di lavoro dovrà fornire garanzie sulla disponibilità di un alloggio, una casa a tutti gli effetti le cui caratteristiche devono rientrare nei ''parametri minimi'' previsti per l'edilizia popolare.

FALSI MATRIMONI Permesso di soggiorno revocato se ottenuto attraverso un matrimonio finto con un cittadino italiano (o uno straniero ormai regolarizzato). Con una sola eccezione: se dal matrimonio sono nati dei figli.

RADDOPPIANO LE MULTE PER I DATORI DI LAVORO Chi fa lavorare extracomunitari privi del permesso di soggiorno rischia l'arresto da tre mesi ad un anno e multe fino a 5.000 euro per ogni lavoratore non in regola.

CONTRIBUTI PREVIDENZIALI Gli immigrati extracomunitari per i quali sono stati versati anche meno di 5 anni di contributi potranno riscattarli ma solo quando avranno raggiunto i 65 anni. RICONGIUNGIMENTI Il cittadino extracomunitario, in regola con i permessi, può chiedere di essere raggiunto dal coniuge, dal figlio minore, o dai figli maggiorenni purché a carico e a condizione che non possano provvedere al proprio sostentamento. Potranno entrare in Italia i genitori degli extracomunitari a condizione che abbiano compiuto i 65 anni e se nessun altro figlio possa provvedere al loro sostentamento.

MINORI I minori non accompagnati da parenti, ammessi per almeno tre anni ad un progetto di integrazione sociale e civile di un ente pubblico o privato, avranno il permesso di soggiorno al compimento dei 18 anni. Una volta maggiorenne, l'ente gestore del progetto dovrà garantire e provare che il ragazzo si trovava in Italia da non meno di 4 anni, aveva seguito il progetto di integrazione da non meno di 3, ha una casa e frequenta corsi di studio oppure lavora, o che e' in possesso di un contratto anche se non ha ancora iniziato l'attività.

COLF E BADANTI Ciascuna famiglia potrà regolarizzare una sola colf, ma non e' stato posto un limite per le ''badanti'', cioè chi assiste handicappati o anziani.

PREVENZIONE - Per prevenire l'immigrazione clandestina il ministero dell'Interno può inviare presso ambasciate e consolati funzionari di polizia.

 

Legge Fini contro la droga

 

Via la distinzione tra droghe leggere e pesanti. E nessuna dose minima giornaliera consentita, perché l'uso di droghe è, di per sé, punibile. Sono i punti cardine della legge Fini contro il dramma della droga. Tre i principi ispiratori del disegno di legge voluta dal vicepremier Gianfranco Fini: prevenzione, repressione e recupero. Ed eliminazione del concetto di droga “leggera” perché “la leggerezza - si legge nella relazione che accompagna il ddl - semplicemente non esiste”.

SANZIONE AMMINISTRATIVA FINO A 250 MG DI 'FUMO': Fino a 500 milligrammi di principi attivi di cocaina, 200 milligrammi di eroina, 0,05 mg per l' lsd, 200 mg di metadone, 200 mg di morfina e oppio, 250 mg di cannabis. Sono alcune delle quantità massime di sostanze stupefacenti che la legge ammette come detenzione personale, ma che vengono pur sempre punite, anche se con sanzioni amministrative. La pena prevista per chi supera la quantità fissata è la reclusione tra i sei e i venti anni.

A RISCHIO PATENTE E MOTORINO: Le sanzioni amministrative vanno dalla sospensione della patente, del porto d'armi, del passaporto, del permesso di soggiorno e fermo amministrativo del ciclomotore in uso. In presenza di altri indici di pericolosità, o di recidiva, si applicano misure più incisive: obbligo periodico di firma, divieto di condurre veicoli a motore, o divieto di allontanarsi dal comune di residenza.

IL PROGRAMMA TERAPEUTICO PUO' SOSPENDERE LA PENA: La legge prevede la possibilità di entrare in un programma terapeutico di recupero, che può portare alla sospensione della pena eventualmente comminata fino a un massimo di sei anni, presso strutture non solo pubbliche ma anche private, comprese negli albi regionali, che saranno formati nei prossimi mesi. Nel caso in cui, per un fatto di lieve entità, il soggetto non intende seguire un programma terapeutico, e ha già usufruito della sospensione della pena, invece di andare in carcere potrà svolgere un lavoro di pubblica utilità.

IL RAPPORTO TRA COMUNITA' E SERT: La legge prevede anche nuovi rapporti tra enti pubblici e strutture private che gestiscono attività di recupero, e a cui ci si potrà rivolgere una volta formati gli albi regionali di tali strutture, che dovranno avere alcune caratteristiche.

NON PUNIBILITA' PER CHI AIUTA LA POLIZIA: La legge prevede che chi, anche acquistando quantitativi di sostanze stupefacenti, aiuta le indagini di polizia, non sarà punito per aver commesso il reato.

 

Legge Gasparri

 

La legge, che porta il nome del ministro delle Comunicazioni Gasparri, modifica le normative precedenti, la Mammì del 1990 e la legge Maccanico del 1997 (rese incomplete dalla mancata approvazione del Ddl 1138 nella scorsa legislatura).

La legge prevede innanzitutto un cumulo delle risorse che si chiamerà Sistema integrato delle comunicazioni (Sic) e ogni fornitore di contenuti non potrà avere una copertura di più del 20% del totale dei programmi e dei ricavi complessivi del Sic, compresa la raccolta pubblicitaria. Un limite antitrust ulteriore è dato dal divieto, per chi ha più di una tv, di acquisire partecipazioni in quotidiani prima del primo gennaio 2009.

VERSO IL DIGITALE

La legge, che serve ad adeguare l'assetto dei media alle innovazioni tecnologiche, prevede il graduale passaggio al sistema digitale terrestre entro il 2006, data ultima per la conversione dell'attuale sistema analogico, il che permetterebbe la moltiplicazione dei canali e quindi dell'offerta mediatica.
Rai e Mediaset, dovrebbero in futuro cedere il 40% dei programmi digitali a terzi per allargare la platea dei soggetti dell'informazione

L'articolo 25 riguarda l'accelerazione e l'agevolazione della conversione alla trasmissione in tecnica digitale: entro il primo gennaio 2004 la Rai deve coprire il 50% del territorio nazionale con due blocchi di diffusione; entro il primo gennaio 2005 il 70% della popolazione. Questo per avvicinarsi alla scadenza della legge 66 del 2001 che prevede il passaggio definitivo alla nuova tecnica di trasmissione entro il 2006. A precise condizioni, viene consentita la proroga delle concessioni analogiche fino al 2006. Sono previsti, inoltre incentivi per l'acquisto dei decoder necessari e l'Autorità per le Comunicazioni vigila sulle varie fasi di passaggio al digitale.
L'articolo 24, modificato a Montecitorio, riguarda l'avvio delle trasmissioni radio in digitale.

TETTI ANTITRUST E PUBBLICITÀ - L'articolo 15 stabilisce che, fermo restando il divieto di posizioni dominanti nei singoli mercati, nessuno può conseguire ricavi superiori al 20% delle risorse del Sic (Sistema integrato delle comunicazioni). Il paniere del Sic contiene i ricavi da canone, da pubblicità nazionale e locale, da sponsorizzazioni, da televendite e telepromozioni, dagli investimenti di enti e imprese in altre attività finalizzate alla promozione di propri prodotti e servizi, da provvidenze pubbliche, da convenzioni con soggetti pubblici, da offerte televisive a pagamento, da vendite di beni, servizi e abbonamenti relativi ai precedenti settori.
Confermato il limite asimmetrico del 10% per Telecom Italia (unico operatore ad avere più del 40% dei ricavi nelle telecomunicazioni).

Chi possiede più di una rete televisiva non potrà acquisire partecipazioni in quotidiani o costituire nuove imprese fino al 31 dicembre 2008. Quanto agli affollamenti pubblicitari, solo gli spot sono soggetti ai limiti orari (18% per le tv commerciali), mentre le altre forme di pubblicità, comprese le telepromozioni, sono soggette solo ai limiti quotidiani (15% per gli spot, elevabile al 20% in caso di telepromozioni e televendite, massimo per un'ora e 12 minuti al giorno).
L'articolo 14 stabilisce che l'Authority, nel caso in cui accerti che un'impresa supera il 20% del Sic, adotti un atto di pubblico richiamo. In caso di accertata violazione, procede in base alla legge Maccanico (anche con misure deconcentrative).

RAI - L'articolo 20 ridefinisce i criteri di nomina dei vertici Rai. La tv pubblica avrà un consiglio di amministrazione di nove membri, in carica per tre anni e rieleggibili una sola volta. Fino alla prima

fase della privatizzazione, cioè fino all'alienazione del 10% del capitale, sarà la Commissione di Vigilanza a nominare sette membri del Cda (con voto limitato ad uno, cioè 4 alla maggioranza e 3 all'opposizione), mentre gli altri due, tra cui il presidente, saranno invece scelti dal Ministero dell'Economia. La nomina del presidente diventa però efficace con il parere favorevole, a due terzi, della Vigilanza.

A regime, i nove membri saranno nominati dall'assemblea dei soci. Il presidente è nominato dal Cda e la sua nomina diventa efficace dopo l'acquisizione del parere favorevole, a maggioranza di due terzi, della Vigilanza. L'elezione degli amministratori avviene mediante voto di lista. Il rappresentante del ministero dell'Economia, fino alla completa privatizzazione, presenta un'autonoma lista di candidati formulata sulla base delle delibere della Vigilanza con voto limitato ad uno.

L'articolo 20 entra in vigore il 28 febbraio 2004: entro tale data, quindi, è fissato il rinnovo degli attuali vertici Rai.

Quanto alla privatizzazione della tv pubblica, dopo il completamento della fusione tra Rai Spa e Rai Holding entro il 31 dicembre 2002, viene avviata entro il 31 gennaio 2004 attraverso Offerta pubblica di vendita (con tempi, modalità e condizioni stabiliti dal Cipe), con un limite del possesso azionario dell'1%. Il 25% dei proventi del collocamento delle azioni è destinato agli incentivi per l'acquisto e il noleggio dei decoder digitali. Fino al 31 dicembre 2005 sono vietate cessioni di rami.

TV LOCALI - Ogni operatore può avere fino a tre concessioni o autorizzazioni in ogni bacino regionale, e fino a sei per regioni anche non limitrofe. Il limite quotidiano di affollamento pubblicitario sale dal 35% al 40% comprese le televendite. Aumento anche per i blocchi di spot durante i film.

TUTELA MINORI - L'articolo 10 - emendato alla Camera con la norma anti-minori di 14 anni negli spot e nei messaggi pubblicitari - dà forza di legge al codice di autoregolamentazione tv-minori e prevede un’adeguata pubblicità per le sanzioni inflitte in caso di violazione sia dall'Autorità sia dal comitato di applicazione del codice.

 

Legge in favore delle vittime del terrorismo

 

Con la legge in favore delle vittime di atti terroristici queste ultime sono state equiparate alle vittime di guerra, e verrà riconosciuto loro il danno biologico. Lo Stato si farà quindi carico dell'assistenza psicologica e legale per i loro familiari, come le vedove e gli orfani.

NORME UGUALI PER TUTTI. Il Ddl stabilisce norme identiche da applicare a tutte le vittime del terrorismoe delle stragi: dipendenti pubblici o privati, lavoratori autonomi o liberi professionisti. Le vittime del terrorismo vengono equiparate a tutti gli effetti agli invalidi di guerra.

INVALIDITA' E PENSIONI. Agli invalidi per atti di terrorismo viene riconosciuto un aumento figurativo di dieci anni di versamenti contributivi, a valere sull'anzianità e sulla misura pensionistica. I criteri e le misure validi per il computo della pensione privilegiata ordinaria liquidata ai militari inabili a causa di servizio saranno applicati anche alle vittime del terrorismo: sia per la pensione indiretta o di reversibilità a favore dei loro superstiti (in caso di morte), sia per la pensione di invalidità permanente in grado uguale o superiore all'80%.

FIGLI DELLE VITTIME. Ai figli delle vittime del terrorismo verrà riservata una quota di posti di lavoro nel settore della pubblica amministrazione.

AGEVOLAZIONI FISCALI. Sono previste agevolazioni fiscali sulle pensioni di invalidità che possono arrivare fino all'esenzione totale dall'Irpef.

RIVALUTAZIONE INVALIDITA’. Le invalidità di qualsiasi grado riportate a causa di un atto terroristico dovranno essere rivalutate tenendo conto dell'eventuale aggravamento delle condizioni fisiche o psichiche dell'interessato e del danno biologico e morale.

SPESE SANITARIE. L'attuale esenzione dai ticket sanitari sarà estesa a ogni altra spesa farmaceutica e a qualsiasi prestazione, diretta o indiretta, del servizio sanitario nazionale.

PATROCINIO DELLO STATO. Per le procedure di natura penale, civile, amministrativa e contabile è garantito il patrocinio a totale carico dello Stato.

 

Il voto per gli Italiani all’estero

 

Il governo di centrodestra ha varato la legge per il voto per gli italiani all’estero, storica battaglia di Alleanza nazionale e del ministro Mirko Tremaglia, che attua la riforma costituzionale con la quale era nata la circoscrizione estero ed era stato fissato il numero dei parlamentari da eleggere oltreconfine: 12 alla Camera e 6 al Senato. I nostri emigrati votano per posta, con il sistema elettorale proporzionale.

DOVE VOTARE In ogni elezione il cittadino italiano che risiede in un Paese straniero sceglierà se votare nell’apposita circoscrizione “estero” oppure se esercitare il suo diritto in Italia, nella circoscrizione in cui è iscritto. Ogni volta la decisione viene comunicata al consolato o alla rappresentanza diplomatica del Paese in cui il cittadino risiede.

LA CIRCOSCRIZIONE “ESTERO” La circoscrizione “estero” è divisa in quattro aree (Europa - America meridionale - America settentrionale e centrale - Africa, Asia, Oceania e Antartide), ognuna delle quali esprime un deputato e un senatore. I rimanenti parlamentari vengono ripartiti in proporzione al numero di cittadini italiani che vi risiedono.

GLI ELENCHI Le liste elettorali vengono predisposte sulla base di appositi elenchi dei cittadini italiani residenti all’estero elaborati dal governo.

I CANDIDATI Nella circoscrizione “estero” è possibile solo la candidatura dei cittadini che siano “residenti ed elettori” in una delle quattro ripartizioni.

CAUSE DI INELEGGIBILITA’ Le cause di ineleggibilità già previste dalle leggi elettorali vigenti sono state estese anche alla circoscrizione “estero”. E’ impossibile per i deputati, i senatori e i membri del governo far parte nello stesso tempo anche di parlamenti o governi di Stati esteri.

LE MODALITA’ DI VOTO Ogni consolato invia agli elettori un plico con le istruzioni per votare, le liste dei candidati, il testo della legge elettorale per il voto degli italiani all’estero, il certificato elettorale, la scheda, e due buste: una senza alcuna indicazione nella quale inserire la scheda, e un'altra busta affrancata con sopra stampato l'indirizzo del consolato con cui rispedire la busta bianca e il certificato elettorale.

L’INVIO DELLE SCHEDE Espletata la pratica di voto, i consolati inviano in Italia - in valigia diplomatica e tramite un aereo – le buste che ricevono entro le 16 del giovedì che precede la domenica delle elezioni. Le schede pervenute in ritardo vengono bruciate.

I SEGGI E LO SPOGLIO Presso la Corte d’Appello di Roma è istituito un ufficio centrale per la circoscrizione estero, in cui si trovano i seggi elettorali, uno ogni cinquemila elettori. Lo spoglio è contestuale a quello presso i seggi nazionali.

PROPAGANDA E DIRITTO DI VOTO Spetta allo Stato addivenire ad accordi con gli altri Stati per garantire lo svolgimento della campagna elettorale, la quale verrà poi promossa da ambasciate e consolati, i quali devono anche concludere intese con i governi per il rispetto delle prerogative di eguaglianza, libertà e segretezza del voto. I cittadini italiani che risiedono in Paesi dittatoriali possono tornare in Italia per votare, contando su un parziale rimborso del costo del viaggio.

 

 

 

 

 

Riforma Moratti

 

Il decreto legge delega (ddl) di riforma della scuola del ministro Letizia Moratti prevede lo studio di una lingua straniera e l’utilizzo del computer già dalla prima elementare; diritto-dovere di istruzione e formazione sino a 18 anni e “doppio canale” per le superiori. Queste sono le principali novità della nuova scuola delineata nel ddl del ministro Moratti e i punti chiave della legge delega.

SCUOLA DELL'INFANZIA - Di durata triennale, concorre all'educazione e allo sviluppo affettivo, psicomotorio e sociale dei bambini. Alla scuola dell'infanzia possono iscriversi anche i bambini e le bambine che compiono i tre anni entro il 30 aprile dell'anno scolastico di riferimento.

PRIMO CICLO - E' costituito dalla scuola primaria, della durata di cinque anni e dalla secondaria di primo grado della durata di tre anni.

Scuola primaria - Dura cinque anni come le attuali elementari. Si potranno iscrivere facoltativamente alla prima classe anche i bambini di cinque anni e mezzo, ovvero quelli che compiono i sei anni entro il 28 febbraio dell'anno scolastico di riferimento. (Si calcola che siano 86 mila i bambini che potrebbero avvantaggiarsi dell'iscrizione anticipata). A sei anni l'iscrizione è obbligatoria. Già dalla prima classe sarà introdotto lo studio di una lingua straniera tra quelle europee e l'uso del computer. Viene abolito l'esame di quinta elementare.

Scuola secondaria - Come le attuali medie, dura tre anni. Verrà introdotto lo studio di una seconda lingua europea e sarà approfondito l'uso di tecnologie informatiche. E' poi previsto, nell'ultimo anno, un orientamento guidato per la scelta del percorso successivo. Il ciclo si chiude con un nuovo esame di stato.

SECONDO CICLO - E' costituito dal sistema dei licei e della formazione professionale. Dal quindicesimo anno di età i diplomi e le qualifiche si possono conseguire in alternanza scuola-lavoro e attraverso l'apprendistato.

Licei - Durano cinque anni. I ragazzi potranno scegliere tra otto indirizzi: artistico, classico, delle scienze umane, economico, linguistico, musicale, scientifico e tecnologico. Il percorso scolastico sarà articolato in due bienni più un quinto anno di approfondimento disciplinare e di orientamento agli studi superiori. Si chiude con un esame di stato il cui superamento rappresenta titolo necessario per l'accesso all’università e all’alta formazione artistica, musicale e coreutica, e permette l’accesso all’istruzione e formazione tecnica superiore.

Istruzione-formazione professionale - La durata è variabile, minimo tre anni. Dopo tre anni si può ottenere una prima qualifica spendibile nel mondo del lavoro, riconosciuta a livello nazionale ed europeo. Ulteriori qualifiche saranno spendibili nel mondo del lavoro e per l'accesso alla formazione professionale superiore. Con una qualifica almeno quadriennale i ragazzi possono frequentare un ulteriore corso annuale che consente di sostenere l'esame di Stato per l'accesso all'università e alla cosiddetta “alta formazione”.

FORMAZIONE DEGLI INSEGNANTI - La formazione iniziale prevede per tutti gli insegnanti lauree specialistiche di uguale durata. L'accesso alle facoltà è programmato sulla base dei posti effettivamente disponibili in ogni regione nei ruoli organici delle istituzioni scolastiche. La laurea è titolo abilitante. Ai fini dell'accesso ai ruoli, si prevedono periodi di tirocinio con contratti di formazione lavoro.

VALUTAZIONE - La valutazione degli alunni, periodica e annuale, è affidata ai docenti così come quella dei periodi didattici, i bienni. Si è promossi o respinti ogni due anni. La qualità dell'offerta formativa e dei livelli di apprendimento sarà monitorata periodicamente e sistematicamente.

Legge Biagi

Il 5 febbraio 2003 il Parlamento ha approvato la legge delega 30/2003 in materia di occupazione e di mercato del lavoro (cosiddetta ‘legge Biagi’, l’economista ucciso a Bologna dalle Brigate Rosse il 19 marzo 2002). Il 24 ottobre 2003 è entrato in vigore il Decreto legislativo 276/2003, primo passo verso la piena attuazione della legge delega. L’obiettivo della riforma Biagi è quello di voler aumentare in tempi brevi il numero delle persone che lavorano regolarmente.
Lo sviluppo economico si deve infatti accompagnare a una più elevata capacità di produrre posti di lavoro aggiuntivi. Le regole attuali hanno in parte la responsabilità di avere fatto dell'Italia il paese con il più basso tasso di occupazione regolare e il più alto numero di lavoratori "in nero" in tutta Europa. Con questa riforma, pertanto, il governo punta soprattutto all’incremento dell’occupazione giovanile nel Mezzogiorno, e più donne e più anziani nell'intero paese.
Questo obiettivo si realizza con un mercato del lavoro trasparente nel quale viene tempestivamente considerata la condizione di ogni persona in età di lavoro, e con un sistema di servizi pubblici e privati e che, in rete tra loro, accompagnano e facilitano l'incontro tra coloro che cercano lavoro e coloro che cercano lavoratori. La riforma Biagi ha dunque lo scopo di promuovere un lavoro regolare e non precario e di fornire tutele effettive. Regole più moderne e più europee vogliono favorire il reciproco adattamento fra le esigenze dei lavoratori e quelle delle imprese, con particolare riguardo all'orario di lavoro. Le regole tradizionali hanno nei fatti prodotto tanti lavori "in nero" o insicuri, e il fenomeno abnorme delle collaborazioni coordinate e continuative.

Legge Obiettivo

 

La legge 21 dicembre 2001 n. 443 in materia di infrastrutture ed insediamenti produttivi strategici ed altri interventi per il rilancio delle attività produttive, meglio nota come ‘legge Obiettivo’, definisce una procedura di valutazione e di approvazione dei progetti di infrastrutture e di insediamenti produttivi ritenuti strategici e di preminente interesse nazionale, in deroga a quanto previsto attualmente dalla disciplina generale in materia. L'individuazione di tali opere avviene attraverso unprogramma predisposto dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti (d'intesa con i Ministri competenti e le Regioni o Province autonome interessate) che viene inserito - previo parere del CIPE e previa intesa della Conferenza unificata - nel Documento di programmazione economico-finanziaria, con l'indicazione dei relativi stanziamenti.

Nel "Primo Programma delle infrastrutture strategiche" - approvato con Deliberazione del CIPE n.121 del 21 dicembre 2001 - gli interventi sono articolati per Regioni e per macrotipologie. In attuazione della Legge 443/2001 è stato emanato il D.Lgs. 198/2002, e il D.Lgs. 190/2002 che ha riformato, nel rispetto della vigente normativa comunitaria in materia, le procedure per la “Valutazione di Impatto Ambientale (VIA)”, l'autorizzazione integrata ambientale delle infrastrutture e degli insediamenti individuati nel Programma, ed ha introdotto un regime speciale anche in parziale deroga alla legge quadro sui lavori pubblici.

Principali opere che il governo ha inteso realizzare con la “legge obiettivo”:

Ponte sullo Stretto di Messina

MOSE (barriere mobili in grado di isolare la laguna veneziana  durante le maree eccezionalmente alte.)

Autostrada Grosseto – Civitavecchia

Autostrada Bre.Be.Mi (Direttissima Milano Brescia)

Asse stradale pedemontano (piemontese, lombardo, veneto)

Nuova Romea E45 – E 55, tratta Ravenna – Venezia

Passante di Mestre, Tunnel e bretella

Autostrada Alemagna

Autostrada Valtrompia

Autostrada Ti.Bre

Autostrada Modena – Lucca

Nodo autostradale di Genova

Autostrada Variante di Valico

Autostrada Asti – Cuneo e traforo del Mercantour

Raddoppio stradale del Tunnel del Monte Bianco

Terzo traforo stradale del Gran Sasso

Torino – Lione, alta velocità ferroviaria

Milano – Genova, alta velocità ferroviaria

Milano – Verona – Padova, alta velocità ferroviaria.

 

Ponte sullo stretto di Messina, il più lungo del mondo

 

Il ponte sullo Stretto di Messina per l’attraversamento fra Calabria e Sicilia ha avuto il via libera del Parlamento europeo ed è stato inserito nella lista delle grandi opere strategiche europee. Con una campata centrale lunga 3.300 metri, sarà il più lungo del mondo. Misurerà 3.666 metri di lunghezza complessiva, comprese le campate laterali. La coppia di cavi per la sospensione, composto ciascuno

da 44.352 fili d'acciaio, sarà lunga 5.300 metri, il diametro sarà di un metro e 24 cm. Permetterà di creare 40.000 posti di lavoro durante i sei anni di durata del cantiere e consentirà un risparmio di 12.750.000 tonnellate di legna in meno sul quantitativo energetico equivalente consumato dal traghettamento in 30 anni di esercizio rispetto al "sistema ponte". Ecco qualche numero.

IL PROGETTO 3.300 metri campata centrale, 3.666 metri lunghezza complessiva con le campate laterali, 60,4 metri larghezza dell'impalcato, 6 corsie stradali (3 per ciascun senso di marcia: veloce, normale, emergenza), 2 corsie stradali di servizio, 2 binari, 6.000 veicoli/ora capacità, 200 treni/giorno capacità, 382,60 metri di altezza delle torri, 2 coppie di cavi per il sistema di sospensione, 5.300 metri di lunghezza complessiva dei cavi, 1,24 metri di diametro dei cavi di sospensione, 44.352 di fili di acciaio per cavo, 65 metri di altezza per 600 di larghezza di canale navigabile centrale, 50 metri di altezza per 1.000 di larghezza per ciascuno dei canali navigabili laterali.

 I COLLEGAMENTI 20,3 km raccordi stradali complessivi, 19,8 km raccordi ferroviari complessivi, 10,5 km di raccordi stradali lato Sicilia, 15,2 km di raccordi ferroviari lato Sicilia, 9,8 km di raccordi stradali lato Calabria, 4,6 km di raccordi ferroviari lato Calabria.

I TEMPI 6 anni e 6 mesi è il tempo di costruzione, il 2012 è l’anno di apertura al traffico, 200 anni la vita utile.

LE TARIFFE PER L'ATTRAVERSAMENTO 5 euro per i motoveicoli, da 9,50 a 16 euro per le autovetture (ritorno entro/dopo 3 giorni), da 50 a 63 euro per i camion (ritorno entro/dopo 6 giorni), 80 euro per gli autobus.

LA SICUREZZA 7,1 magnitudo della scala Richter la resistenza al sisma, 216 km/orari la resistenza al vento, aperto 365 giorni l'anno 24 ore al giorno

RISPARMIO TEMPO DI PERCORRENZA CON IL PONTE 2 ore per i treni, 1 ora per il traffico su gomma.

Legge Tremonti

La legge 18 ottobre 2001 n. 383 in materia di primi interventi per il rilancio dell’economia, meglio conosciuta come Legge "Tremonti - bis", è uno strumento di agevolazione che punta a favorire gli investimenti, in beni strumentali o in risorse umane, permettendo un risparmio fiscale.
Si tratta di un incentivo temporaneo, infatti la sua operatività prevista per gli anni 2001 e 2002, funziona in modo automatico ed è cumulabile con diverse altre leggi di agevolazione. La legge “Tremonti” è stata ideata per consentire il rilancio dell'economia e per raggiungere quest'obiettivo concede agevolazioni fiscali agli imprenditori che investono nella propria impresa gli utili da questa prodotti. La cosiddetta "detassazione degli utili reinvestiti" è rivolta a tutti i soggetti titolari di reddito d'impresa, comprese banche, assicurazioni e lavoro autonomo. La normativa non prevede limiti né alla natura giuridica né alla localizzazione sul territorio nazionale, infatti non esistono differenze tra gli imprenditori che effettuano investimenti nelle aree depresse del paese e gli imprenditori che effettuano investimenti nelle restanti aree del paese. La Legge "Tremonti" concede uno sconto fiscale subordinato alla condizione che l'imprenditore effettui investimenti per la realizzazione di nuovi impianti produttivi, il completamento di opere sospese, l’ampliamento di impianti esistenti, l’ammodernamento di impianti esistenti, l’acquisto di beni strumentali nuovi, materiali e immateriali, investimenti in capitale umano o spese per formazione ed aggiornamento del personale o spese per servizi di assistenza negli asili nido per bambini di età inferiore ai tre anni. Tali servizi devono essere utilizzabili dal personale. Le operazioni da fare per godere delle agevolazioni sono semplici ed immediate: quantificare la media degli investimenti nei cinque esercizi precedenti, quantificare gli investimenti netti dell’esercizio da agevolare, calcolare la variazione in diminuzione, applicare in diminuzione al reddito dell’esercizio.

Poliziotto di quartiere

 

I poliziotti di quartiere operano, ormai già da quasi due anni, in tutti e 103 i capoluoghi di provincia italiani, vigilando sulle grandi città e sulla sicurezza dei quartieri e della gente. Un’iniziativa del Ministero dell’Interno cominciata il 18 dicembre del 2002 in 28 province e poi estesa a tutto il territorio nazionale, verso la quale i cittadini hanno dimostrato grande apprezzamento. Sono oltre 530 i quartieri pattugliati e più di 2000 i poliziotti a piedi impiegati in questo servizio.

Una figura familiare e rassicurante che va ad affiancarsi alle volanti, alle pattuglie a cavallo, a quelle in moto ed alle squadre investigative, istituita per garantire sicurezza e tranquillità alla cittadinanza. Una figura che, oltre alle funzioni di controllo e sorveglianza, è stata istituita per capire al meglio le problematiche del quartiere, ascoltare i consigli dei residenti e preposta a dirimere le controversie che si presentano quotidianamente sul territorio.

 

Nuovo codice dei beni culturali e paesaggistici

 

Il Consiglio dei Ministri del 16 gennaio 2004 ha varato il nuovo codice per i Beni Culturali e Paesaggistici, sulla base della delega prevista dall'art. 10 della legge n. 137 del 6 luglio 2002.  Di fronte alla crescente complessità nello sviluppo del territorio italiano e al cambiamento del quadro istituzionale con la modifica del Titolo V della Costituzione è stato necessario aggiornare le norme riguardanti la tutela del patrimonio culturale e paesaggistico nazionale, risalenti al 1939.Con una decisa semplificazione legislativa, il codice fornisce uno strumento unico per difendere e promuovere il tesoro degli italiani, coinvolgendo gli Enti Locali e definendo in maniera irrevocabile i limiti dell'alienazione del demanio pubblico, che escluderà i beni di particolare pregio artistico, storico, archeologico e architettonico. Il cardine attorno al quale ruota il Codice è l'art.9 della Costituzione, in forza del quale la Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. All'interno del "patrimonio culturale nazionale", si inscrivono due tipologie di beni culturali: i beni culturali in senso stretto, coincidenti con le cose d'interesse storico, artistico, archeologico etc., di cui alla legge 1089 del 1939, e quell'altra specie di bene culturale, in senso più ampio, che è costituita dai paesaggi italiani (già retti dalla legge 1497 del 1939 e dalla legge "Galasso" del 1985), frutto della millenaria antropizzazione e stratificazione storica del nostro territorio, un unicum nell'esperienza europea e mondiale tale da meritare tutto il rilievo e la protezione dovuti.

Patente a punti

Il decreto legge del 27 giugno 2003 n. 151, convertito in legge il 13 agosto, concernente modifiche ed integrazioni al codice della strada, prevede l’introduzione della cosiddetta ‘patente a punti’. In particolare, vengono revisionate ed inasprite alcune sanzioni in materia di circolazione contromano, attraversamento di incrocio con semaforo rosso (con sospensione della patente in caso di recidiva), sorpassi vietati (con sospensione della patente per i casi più gravi), utilizzo del telefono cellulare durante la guida, mancata precedenza ai pedoni, mancato utilizzo della cintura di sicurezza, con sospensione della patente per 15 giorni in caso di recidiva, ed è prevista altresì una sanzione specifica per il conducente che lascia il motore acceso durante la sosta. I 20 punti della dotazione iniziale vengono scalati a seconda della gravità delle infrazioni commesse, e a quota 0 ci sarà il ritiro della patente. I più indisciplinati potranno recuperare i punti frequentando appositi corsi di rieducazione presso le autoscuole. Insieme con la patente a punti diventano definitivi anche i provvedimenti di sospensione e revoca della patente per difetto di requisiti psicofisici. Il bilancio della circolazione è certo positivo e confortante: meno morti, meno incidenti, crollo verticale delle infrazioni per il mancato uso delle cinture (-42%) e del casco (-44,2%), anche se in altri settori è andata diversamente: le multe per eccesso di velocità sono salite e il numero di persone colte a guidare sotto l’effetto di droghe è più o meno invariato rispetto alle cifre antecedenti all’entrata in vigore della nuova normativa.

Riforma della leva

 

Con l’approvazione di questa legge è stato abolito il servizio di leva obbligatorio ed introdotto il servizio militare professionale.  L'obbligo di leva può però essere "recuperato" in caso di guerra o di crisi di particolare rilevanza. Gli ultimi a prestare il servizio di leva obbligatorio, che verrà sostituito con personale volontario in servizio permanente, sono i ragazzi nati nel 1985. La cancellazione della leva è stata inizialmente prevista entro il 2006, un disegno di legge del governo, attualmente in discussione in Parlamento, ha successivamente anticipato al 1 gennaio 2005 la sospensione della ferma. Per incentivare l'ingresso dei volontari, che potranno scegliere tra la ferma di uno e cinque anni, sono previsti interventi economici e anche sulla professionalità. Inoltre, coloro che al termine della ferma vorranno tornare nel mondo civile potranno far conto su una corsia agevolata per l'assunzione. L'esercito italiano, che adesso conta 270mila unità, verrà ridotto nell'arco di un settennato a 190mila effettivi: tutti volontari, professionisti e pagati.

In particolare, è previsto che, in via transitoria e fino a quando non saranno raggiunte le consistenze organiche necessarie, l’accesso alle carriere iniziali delle Forze di Polizia, ad ordinamento civile e militare, del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco e del Corpo Militare della Croce Rossa, è riservato al personale che abbia prestato almeno un anno di servizio volontario nelle Forze Armate.

Il provvedimento prevede inoltre l’istituzione di due nuove categorie di volontari - in ferma prefissata di un anno e quadriennale - con possibilità di rafferme. A tali categorie, terminata la ferma contratta nelle Forze Armate, sono riservati i concorsi per l’accesso alle carriere iniziali nei citati Corpi civili o militari.

 

Vendita delle case degli enti

Sulla cartolarizzazione o dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, Alleanza nazionale ha assunto una posizione più che mai ferma: la tutela degli inquilini.

Un'operazione partita nel 1996 con il decreto Salvi che sancì l'avvio della dismissione immobiliare che ha coinvolto maggiormente gli inquilini degli enti previdenziali Inps, Inpdap, Inail su tutto il territorio nazionale con circa l'80 per cento del patrimonio ubicato a Roma.

Com’è noto, Roma è una città dove, per colpa di scelte dissennate del centrosinistra che governa il Campidoglio, l'emergenza alloggiativa è più che mai reale tanto da dover perdere le caratteristiche di tale condizione.

Dal 1996 ad oggi si sono avvicendati una serie di decreti: tra quelli da ricordare il 351/2001 ad opera del centro destra che ha eliminato l'obbligatorietà di fare ricorso ad una cooperativa per l'acquisto in forma collettiva: una torta apparecchiata per le solite coop di un certo sindacalismo lobbistico, che non facevano certo gli interessi degli inquilini acquirenti.
Recentemente, e per colpa dei pesanti ritardi accumulati dalla gestione precedente sia di tipo governativo che relativo alla lentezza degli enti nelle dismissioni, grazie all'opera incessante e continua svolta in parlamento dall'on. Teodoro Buontempo di An, si è ristabilito il diritto per gli inquilini che, entro il 31 ottobre 2001, avevano comunicato la disponibilità all'acquisto, di poter procedere all’acquisto con i prezzi del 2001 (e non con i prezzi, di molto superiori, dell’anno corrente). Alleanza Nazionale a Roma ha organizzato una serie di incontri per far conoscere gli esatti termini della questioni e delle ultime battaglia vinte in parlamento, sempre con un solo interesse da difendere: gli Italiani.

 

Pensioni Minime

 

Dal 2002 sono state ritoccate le pensioni minime corrisposte agli anziani economicamente disagiati. Sono, infatti, salite a un milione al mese delle vecchie lire. I soggetti beneficiari dell’aumento sono stati individuati nell'art. 31 della Finanziaria. Si tiene conto dell'età, della presenza di altri redditi, della composizione del nucleo familiare, della quota di contributi versati.

Con la “Finanziaria 2002”, il Governo ha precisato i pensionati destinatari dell’aumento fino all’importo di un milione di lire (pari a 516,46 euro) al mese dal 1° gennaio 2002. Non si tratta dell’aumento dell’importo delle pensioni ma dell’incremento della maggiorazione sociale fino a raggiungere l’importo di 516,46 euro al mese.

Destinatari dell’aumento sono i pensionati di età pari o superiore 70 anni. L’età è ridotta di un anno ogni cinque anni di anzianità contributiva fino al massimo di cinque anni;

- gli invalidi civili totali, i ciechi totali, i sordomuti e i titolari di pensione di inabilità, di età pari o superiore a 60 anni.

Il provvedimento, così come formulato, garantisce lo stesso trattamento economico (516,46 euro al mese) sia ai lavoratori che hanno acquisito una pensione previdenziale (d’importo inferiore a 516,46 euro), a seguito della contribuzione dovuta in relazione all’attività lavorativa, sia ai cittadini titolari di prestazioni assistenziali perché minorati.

 

Condono fiscale

 

Con la Legge finanziaria per il 2003 (legge 27 dicembre 2002, n.289) all’articolo 12 sono state introdotte una serie di disposizioni che consentono ai contribuenti di usufruire della definizione agevolata dei rapporti pendenti in materia fiscale, relativamente alle imposte dirette ed alle imposte indirette (cosiddetto “condono tributario”). Il provvedimento in esame offre al contribuente una ampia scelta, in relazione alle diverse situazioni di fatto, per chiudere le pendenze con il Fisco, che vanno dalla integrazione semplice dei redditi già in precedenza dichiarati, alla definizione completa di ogni pendenza con l’Amministrazione finanziaria (cosiddetto“condono tombale”) fino alla chiusura delle liti fiscali pendenti ed al versamento in misura ridotta dei carichi iscritti a ruolo entro il 31 dicembre 2000. Va, inoltre, osservato che le disposizioni originariamente contenute nella legge finanziaria 2003 sulle sanatorie fiscali, sono state oggetto di numerose modifiche ed aggiustamenti sia per correggere alcune imprecisioni tecniche contenute nella legge , sia per rendere le misure stesse maggiormente appetibili per i contribuenti.

Questa serie di disposizioni della Legge finanziaria consentono ai contribuenti di usufruire della definizione agevolata dei rapporti pendenti in materia fiscale, in merito alle imposte dirette e alle imposte indirette. Questo condono permette di risparmiare il 75% del debito che il contribuente ha con lo Stato attraverso il pagamento del solo 25% del totale delle somme dovute senza ulteriore pagamento degli interessi.

E’ un provvedimento che riguarda tutti i contribuenti che hanno ricevuto lettere da parte del concessionario, unitamente ai bollettini di pagamento, per i ruoli consegnati ai concessionari tra il 1 gennaio 1997 e il 31 dicembre 2000 e dal 1 gennaio 2001 al 10 luglio 2001.

 

 

 

 

Commissione d’inchiesta sul dossier Mitrokhin

 

Il 16 luglio 2002 inizia l’attività della Commissione bicamerale d’inchiesta sul Dossier Mitrokhin e sull’attività d’intelligence italiana. L’istituzione dell’organismo parlamentare si è resa necessaria dopo la divulgazione del dossier Mitrokhin, una raccolta di 261 schede con i nomi di presunte spie italiane al servizio del Kgb consegnate a partire dal 1995 al Sismi dai Servizi segreti britannici, che a loro volta le avevano acquisite dal colonnello Vasilj Mitrokhin, ex archivista defezionista del Servizio sovietico. I primi due anni di inchiesta hanno consentito alla Commissione parlamentare di accertare che il Sismi, che gestì il dossier Mitrokhin al tempo di tre governi dell’Ulivo (Dini, Prodi e D’Alema), ha omesso di effettuare attività di controspionaggio, ha trattato il materiale in maniera del tutto irrituale impedendo alle strutture operative del Servizio segreto militare di procedere alle verifiche sul campo. Il Sismi (sotto la direzione del generale Sergio Siracusa e dell’ammiraglio Gianfranco Battelli) non informò gli altri organismi dell’apparato della sicurezza dello Stato, e, in accordo con il beneplacito dell’autorità di governo, non trasmise gli atti alla polizia giudiziaria e alla magistratura. Tutto ciò sebbene diversi personaggi menzionati nel dossier Mitrokhin (fra i quali Armando Cossutta, esponente della maggioranza che sosteneva il governo Prodi) ricorressero già in precedenti operazioni di controspionaggio. I vertici degli 007 militari, inoltre, lasciarono cadere per  ben tre volte l’offerta degli inglesi per un colloquio con la fonte. "Congelarono" la pratica, trattarono in maniera del tutto particolare le schede "sensibili" riguardanti i politici, e si decisero ad avviare l’attività di controspionaggio solo nel 1998, a tre anni dall’arrivo del primo materiale, quando la pubblicazione di un libro con le rivelazioni del colonnello Mitrokhin era ormai imminente. E poiché nel resto del mondo il dossier aveva scatenato arresti, processi e condanne – e solo nel nostro Paese si era scelto di non fare nulla - il confronto avrebbe esposto i Servizi italiani al rischio di una figuraccia planetaria.

 

Commissione d’inchiesta su Telekom Serbia

La Commissione parlamentare d’inchiesta sull’affare Telekom-Serbia è stata istituita con la legge 21 maggio 2002 n. 99, con il compito di indagare sulle vicende relative all’acquisto da parte della Telecom Italia di una quota dell’azienda telefonica serba "Telekom-Serbia" e sugli atti presupposti connessi e conseguenti a tale transazione. La Commissione, composta da 20 senatori e da 20 deputati nominati rispettivamente dal Presidente del Senato e dal Presidente della Camera in proporzione al numero dei componenti i gruppi parlamentari, è presieduta dal deputato di Alleanza nazionale Enzo Trantino. Nel 1997 la Telecom Italia acquista il 49 per cento della società di telecomunicazioni Telekom Serbia, cedendone poi il 20 per cento alla Grecia, un’operazione che comporta un esborso di 878 miliardi delle vecchie lire. L’operazione è stata condotta attraverso contatti diretti con l’ex presidente-dittatore Milosevic e i suoi più stretti collaboratori, e nell’inchiesta sono stati coinvolti rappresentanti del Governo italiano di allora, in primo luogo il presidente del Consiglio Romano Prodi, il Ministro degli Esteri Lamberto Dini, e l’allora sottosegretario agli Esteri e ora segretario dei Ds Piero Fassino: di questi contatti vi sono le testimonianze nei documenti agli atti del Ministero degli Esteri. Di recente è stato stabilito dalla commissione che questa operazione finanziaria ha provocato un danno all’erario pari a circa 250 milioni di euro.

Ratifica del protocollo di Kyoto

Adottato nel dicembre 1997 e ratificato dall’Italia con la legge n. 120 del 1 giugno 2002, questo protocollo alla Convenzione quadro delle Nazioni Unite evidenzia il nuovo atteggiamento della comunità internazionale rispetto al cambiamento climatico. In virtù di questo protocollo i paesi industrializzati si sono impegnati a ridurre di almeno il 5% le loro emissioni di sei gas ad effetto serra (anidride carbonica, metano, protossido di azoto, idrofluorocarburo, perfluoro-carburo e esafluoro di zolfo) nel periodo 2008-2012 e rispetto ai livelli del 1990.

In questo contesto i paesi membri dell'Unione europea si sono da parte loro impegnati a ridurre dell'8% le loro emissioni nel corso dello stesso periodo.

Nel 2000 le emissioni globali dei sei gas ad effetto serra provenienti dai paesi dell'Unione erano del 3,5% al di sotto dei livelli del 1990. Il 31 maggio 2001 l'Unione Europea e gli Stati membri hanno ratificato il protocollo di Kyoto. Tuttavia, il protocollo non è ancora entrato in vigore: l'obiettivo fissato prevede per il periodo 2008- 2012 una riduzione media del 5,2 per cento dei livelli di emissione del 1990. Per alcuni Paesi è prevista una riduzione maggiore: 8% per l'Unione europea; 7% per gli Stati Uniti; 6% per il Giappone. Per altri Paesi, considerati in via di sviluppo, sono stati fissati obiettivi minori. Per la Russia e l'Ucraina, ad esempio, l'obiettivo da raggiungere è la stabilizzazione sui livelli del 1990.

L'uscita dal Protocollo degli USA, che rappresentano da soli il 36% delle emissioni dei Paesi industrializzati, ha aumentato le difficoltà di entrata in vigore del Protocollo, in quanto essendo necessaria la ratifica dei Paesi che rappresentano almeno il 55% delle emissioni di CO2, essa ha reso necessaria la ratifica di tutti gli altri Paesi

industrializzati.
Il Protocollo di Kyoto diventerà dunque legge internazionale solo se verrà ratificato dalla Russia.
Ad oggi, hanno ratificato il Protocollo di Kyoto 108 Paesi. Con la Decisione del Consiglio dell’Unione Europea del 25 Aprile 2002 (n.2000/358/CE), l'Europa ha approvato il Protocollo e l'adempimento congiunto degli impegni da parte degli Stati Membri.

In concreto i negoziati verteranno sul ruolo dei meccanismi flessibili e sulla possibilità ed i limiti al loro utilizzo, e sulle sanzioni in cui gli Stati che hanno ratificato ma che si dimostreranno inadempienti, incorreranno. In ogni caso, nessun paese sarà sanzionato se non ridurrà il proprio livello di inquinamento fino al 2012.

 

LA PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE DI AN SUL VOTO AGLI IMMIGRATI

Consta di un solo articolo la proposta di legge costituzionale di Alleanza nazionale sul voto amministrativo agli immigrati presentata il 16 ottobre 2003. L’articolo, da inserire dopo l’art.48 della Costituzione, recita: “Agli stranieri non comunitari che hanno raggiunto la maggiore età, che soggiornano stabilmente e regolarmente in Italia da almeno sei anni, che sono titolari di un permesso di soggiorno per un motivo che consente un numero indeterminato di rinnovi, che dimostrano di avere un reddito sufficiente per il sostentamento proprio e dei familiari e che non sono stati rinviati a giudizio per reati per i quali è obbligatorio o facoltativo l’arresto, è riconosciuto il diritto di voto attivo e passivo nelle elezioni amministrative in conformità alla disciplina prevista per i cittadini comunitari. L’esercizio del diritto di cui al comma 1 - conclude l’articolo - è riconosciuto a coloro che ne fanno richiesta e che si impegnano contestualmente a rispettare i principi fondamentali della Costituzione italiana”. Nella relazione di accompagnamento alla proposta di legge, che non porta tra le firme dei presentatori quella di Gianfranco Fini, vice presidente del Consiglio, proprio per non coinvolgere il governo nella questione, si legge che “il motivo che ci ha indotto a presentare un progetto di legge costituzionale è proprio quello del rispetto della Costituzione: incidere sul diritto di voto, che è un diritto politico fondamentale nelle democrazie liberali, attraverso la legislazione ordinaria vuol dire, infatti, vulnerare la Costituzione stessa, nella quale trovano la loro affermazione ed il loro riconoscimento i diritti fondamentali”. A questo proposito An ricorda, nella relazione, che “questa battaglia ci ha visto protagonisti e determinanti nella tredicesima legislatura, allorquando la maggioranza di centrosinistra presentò una proposta di legge ordinaria per il voto agli stranieri; in quell’occasione fummo proprio noi a opporci affermando la natura costituzionale della materia relativa al diritto di voto, non suscettibile, in quanto tale, di essere regolata con legge ordinaria. Né Gianfranco Fini né i ministri di An hanno firmato la pdl per il voto degli immigrati alle amministrative, che è un disegno di legge parlamentare; se lo avessero firmato i ministri di An, sarebbe diventato un provvedimento del governo, che doveva essere approvato dal Consiglio dei Ministri”. Da ricordare anche che la proposta di legge presentata in materia dalla sinistra prevede come unica condizione per ottenere il diritto di voto la residenza semplice, a differenza del ddl di An che invece pone una serie di condizioni.

 

L’ATTIVITA’ DELLA REGIONE LAZIO

 

Legge sulla famiglia – n. 32 del 7 dicembre 2001

 

Si tratta di una legge ad ampio respiro tesa a garantire il diritto di ciascuno a formare un nuovo nucleo familiare, rimuovendo ostacoli di ordine abitativo, lavorativo ed economico, riconoscendo il valore della maternità e della paternità, incoraggiando la procreazione libera e consapevole anche mediante interventi volti a superare eventuali limitazioni di carattere economico e sociale e salvaguardardando la gravidanza e il nascituro dal momento del concepimento al parto, attivando i servizi atti a soddisfare le esigenze, anche di ordine psicologico, dei genitori ed a prevenire le cause che possono indurre la madre ad interrompere la gravidanza.

Al fine di facilitare la formazione di nuove famiglie, la legge prevede:

a) prestiti senza interessi o a tasso agevolato per le esigenze familiari conseguenti al matrimonio, ivi compreso l'acquisto della prima casa, sulla base di convenzioni con istituti bancari, finanziari ed enti previdenziali ed assicurativi;

b) una riserva pari al 20 per cento sui programmi d'edilizia residenziale pubblica destinata all'assistenza abitativa per la locazione di alloggi alle giovani coppie che intendono contrarre matrimonio, secondo appositi bandi speciali indetti dai comuni ai sensi dell'articolo 17, comma 1, lettera b), della legge regionale 6 agosto 1999, n.12 e dell'articolo 1 del relativo regolamento regionale d'attuazione 20 settembre 2000, n.2;

c) il rimborso delle spese relative alla prima attivazione dei servizi di fornitura di acqua, energia elettrica e gas nell'abitazione principale;

d) il rimborso, per i primi due anni di matrimonio, di una somma pari al 50 per cento delle spese riguardanti l'imposta comunale sugli immobili (ICI) e la tassa sui rifiuti relative all'abitazione principale.

 

Città di fondazione – legge n. 20 del 20 novembre 2001

 

Questa legge prevede interventi per la conoscenza, il recupero e la valorizzazione dei centri urbani realizzati con un progetto unitario negli anni Trenta. Nel territorio del Lazio si individuano, quali città di fondazione, i comuni di Latina, Sabaudia, Pomezia, Aprilia e Pontinia, situati nell’Agro Pontino, di Guidonia, situato nell’Agro Romano, e di Colleferro.

Le finalità di questa normativa sono quelle di salvaguardare e riqualificare il patrimonio architettonico e storico-artistico du queste città, lo studio dei fenomeni storici e culturali connessi all’antropizzazione ed all’immigrazione nel territorio oggetto di bonifica e di fondazione dei nuovi centri.

La tipologia degli interventi ammessi a contributo riguarda essenzialmente studi e ricerche a carattere architettonico, storico-artistico, storico ed antropologico, attività di censimento e di catalogazione dei beni culturali, l’ istituzione di laboratori, centri di documentazione o altri servizi culturali che favoriscano il carattere permanente delle ricerche e infine progetti mirati al potenziamento, al collegamento ed alla valorizzazione delle strutture/servizi culturali e museali già presenti sul territorio.

 

Legge sugli oratori – n. 13 del 13 giugno 2001

 

Con questa legge la Regione Lazio riconosce la funzione educativa, formativa, aggregativa e sociale svolta dall'ente parrocchia, dagli istituti cattolici e dagli altri enti di culto riconosciuti dallo Stato attraverso le attività di oratorio o attività similari, finalizzate alla promozione, all’accompagnamento ed al supporto della crescita armonica dei minori, adolescenti e giovani, che vi accedono spontaneamente, anche al fine di prevenire il disagio sociale minorile e adolescenziale condividendo l’istanza educativa della famiglia e supplendo alla stessa in casi di condizioni minorili disagiate.

 

Legge contro l’usura – n. 23 del 24 agosto 2001

 

Questo testo unico va a complemento di quella nazionale, e prevede ulteriori strumenti di prevenzione e lotta a questa drammatica piaga sociale. Fra questi, assistenza legale agli usurati, concessione di fondi alle associazioni e fondazioni riconosciute dallo Stato che si occupano del fenomeno, aiuti a chi ha difficoltà di accesso al credito. La legge ha previsto la costituzione di un fondo regionale antiusura gestito dalla Unionfidi, e il suo aspetto fondamentale è che essa si rivolge non solo alle imprese, ma anche ai singoli cittadini che versano in difficoltà e quindi soggetti al pericolo dell’usura.

 

Legge sul litorale – n. 1 del 5 gennaio 2001

 

Questa legge prevede l'erogazione di finanziamenti regionali per valorizzare e salvaguardare le risorse strutturali e ambientali delle coste laziali. I 23 articoli del provvedimento, divisi in cinque capi e strutturati come un testo unico, perseguono l'obiettivo di rafforzare le attività economiche e sociali del litorale laziale, riconoscendo a questo vasto territorio una ricchezza storico-culturale e un'unicità paesaggistica.

L'idea di fondo consiste nel riconoscimento del litorale come di un distretto turistico di interesse storico-culturale. In questa visione vengono finanziate tutte quelle iniziative finalizzate alla tutela delle risorse artistiche e monumentali delle aree marine e terrestri. Il provvedimento presta inoltre attenzione alla promozione di manifestazioni culturali, spettacolari e congressuali, all'incremento delle attività produttive artigianali, all'organizzazione di studi e indagini per proteggere le coste e alla realizzazione di servizi telematici. Le modalità d’azione implicano l'identificazione di una strategia integrata di ciascun singolo intervento e al coinvolgimento di una pluralità di investitori, grazie alla concorrenza di soggetti pubblici e privati.

Complessivamente la normativa ha previsto uno stanziamento di 72 miloni di euro per finanziare interventi sui 22 comuni costieri, compresi le isole di Ponza e Ventotene, delle province di Roma, Latina e Viterbo, per un totale di almeno 838 mila residenti negli oltre 400 chilometri di costa. I beneficiari sono le Province, i Comuni, gli enti pubblici e le società a partecipazione pubblica, le associazioni, le imprese e le cooperative sociali private.

 

Legge locali storici – n. 31 del 6 dicembre 2001

 

Una legge ‘ad hoc’ per la salvaguardia delle botteghe storiche, che prevede forme di sostegno economico e l’individuazione di quelle di particolare pregio, la cui attività costituisce testimonianza storica, culturale, tradizionale, anche con riferimento agli antichi mestieri, come fonderie, oreficerie, panetterie, oltre che librerie. La normativa istituisce l’elenco regionale dei locali storici con un’apposita deliberazione della Giunta regionale, e prevede come forme di sostegno contributi in conto capitale per le spese di restauro, manutenzione ordinaria e straordinaria, dei relativi arredi e strumenti di lavoro, nonché contributi per le spese connesse all'aumento del canone di locazione entro i limiti di una ragionevole compatibilità con i valori di mercato.

 

Legge per la riqualificazione del centro storico di Roma – n. 22 del 20 agosto 2001

 

Con questa legge la Regione Lazio, ai fini della riqualificazione del territorio del centro storico di Roma, con particolare riguardo alle zone più profondamente segnate da fenomeni di degrado sociale e ambientale, come ad esempio il rione Esquilino, promuove iniziative tese a valorizzare e sviluppare le tradizionali attività commerciali e artigianali, che rappresentano più di altri un’evidente spia della desertificazione. Si tratta di un provvedimento strutturale, un progetto pilota che non esclude la possibilità di estendere questa legge a più zone di Roma e perché no, dell’Italia, che necessitano di interventi di tutela e di sviluppo economico – sociale e che si rivolge sia alle attività esistenti sia a coloro che intendono intraprenderne di nuove.

 

Legge sulla sicurezza – n. 15 del 5 luglio 2001

 

Si tratta di una legge che pone in atto una pluralità di interventi rispettosi delle problematiche locali e delle specifiche competenze, che prevede finanziamenti diretti a Comuni singoli o associati per consentire di affrontare in modo permanente e con professionalità il problema della sicurezza. La normativa individua tre tipologie d’intervento: strutturale, preventiva e operativa, ognuna delle quali prevede la collaborazione di soggetti diversi interagibili fra di loro sia per ciò che riguarda la prevenzione, che per il contributo ad un più funzionale utilizzo delle figure operative sul territorio. Gli interventi a livello territoriale sono soprattutto diretti in tutti quei luoghi a rischio, come scuole periferiche, strade prive d’illuminazione ed in generale dove più presente è la proliferazione della microcriminalità. Sulla prevenzione, invece, la legge interviene a tutela dei minori con disposizioni contro la pedofilia e soprattutto col recupero dei minori dediti al crimine e sottoposti a restrizioni di legge.

 

Legge sul garante per l’infanzia  e dell’adolescenza – n. 38 del 28 ottobre 2002

 

Questa legge istituisce, presso il Consiglio regionale, la figura del garante al fine di assicurare la piena attuazione dei diritti riconosciuti alle persone minori di età. Funzioni del garante sono quelle di vigilare sull'applicazione nel territorio regionale della Convenzione sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 e delle altre convenzioni internazionali di tutela dei soggetti in età evolutiva,
sull'assistenza prestata ai minori ricoverati in istituti educativo- assistenziali al fine di segnalare ai servizi sociali ed all'autorità giudiziaria situazioni che richiedono interventi immediati d'ordine assistenziale o giudiziario, diffondere la conoscenza dei diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, promuovere la formazione di persone idonee a svolgere attività di tutela ai minori, esprimere, su richiesta degli organi regionali, pareri sulle proposte di atti normativi e di indirizzo riguardanti i minori e formula proposte in ordine a provvedimenti normativi o amministrativi da adottarsi.

 

Legge per le ludoteche – n. 18 dell’11 luglio 2002

 

Questa legge nasce al fine di tutelare l’inalienabile diritto al gioco del bambino e per promuovere l’istituzione e la realizzazione delle ludoteche quale sevizio culturale, ricreativo e sociale destinato a bambini e ragazzi. La ludoteca è uno spazio polifunzionale protetto, destinato ai minori di età compresa fra i tre ed i diciassette anni, dove vengono svolte attività ludico-ricreative, educative e culturali, individuali e di gruppo, ed ha lo scopo di favorire la socializzazione, la capacità creativa ed espressiva, l’educazione all’autonomia ed alla libertà di scelta dei minori.

 

Legge riforma dello Iacp (Istituto autonomo case popolari) – n. 30 del 3 settembre 2002

 

La legge trasforma l’Istituto autonomo case popolari (Iacp) nell’Azienda per l’edilizia residenziale pubblica (Ater). In sostanza si tratta della trasformazione dello Iacp in ente pubblico economico, ossia in un organismo che, anche in assenza di sovvenzioni pubbliche, persegue l’obiettivo di una più efficace politica dell’edilizia residenziale pubblica, mettendo a reddito il proprio patrimonio immobiliare interagendo anche con altri enti o gestendo altri patrimoni che non siano il proprio.

Elemento innovativo e rivoluzionario di questa legge è quello che prevede la possibilità di applicare i parametri delle case a riscatto, ovvero di considerare gli oneri d’affitto pagati dall’inquilino come anticipo sull’acquisto dell’alloggio per diventarne proprietario. Inoltre la normativa prevede la possibilità di realizzare quartieri a bassa densità abitativa anche attraverso l’uso di tecniche sperimentali, di architettura tradizionale e l’applicazione del metodo della sostituzione edilizia, ossia la demolizione e ricostruzione con l’obiettivo di una riqualificazione integrale sia sociale che ambientale. 

 

Legge sullo sport – n. 15 del 20 giugno 2002

 

Il testo unico in materia di sport è un provvedimento destinato ad incidere profondamente sulla diffusione e sulla pratica sportiva. Questa legge regionale costituisce infatti un intervento di semplificazione normativa (va infatti ad abrogare ben 15 leggi precedenti) e amministrativa, attraverso una concreta innovazione organizzativa, una sorta di manuale omnicomprensivo attraverso il quale conoscere tutte le opportunità messe a disposizione dalla Regione Lazio su questa materia.

Questa normativa ha come punti qualificanti la nascita di un museo multimediale dello Sport, un'agenzia regionale sportiva, contributi allo sport di vertice, interventi per l’inserimento professionale degli atleti di vertice al termine della carriera agonistica, stanziamenti per la costruzione di palestre nelle scuole del Lazio e fondi per le attività sportive svolte dai portatori di handicap.     

Per quanto riguarda l’Agensport, essa è un organismo sorto per superare l'eccessiva lentezza della macchina burocratica e per creare un interlocutore certo per tutte le realtà sportive del Lazio, ma anche per quelle aziende private con le quali si deve avviare una stagione di collaborazione con il pubblico, rendendo possibile l’organizzazione di eventi altrimenti ingestibili.

Oltre a ciò, viene riconosciuto il ruolo degli Enti di promozione sportiva, fino ad oggi poco considerati e spesso disincentivati a proseguire l’attività.

L’investimento sullo sport, ovvero il suo inquadramento nella prospettiva organica di sviluppo, rappresenta il necessario impegno per migliorare la salute e la qualità della vita dei cittadini, per decenni lo sport è stato percepito come la ‘Cenerentola’ delle pubbliche amministrazioni, mentre con questa legge si registra la volontà di restituirgli dignità e centralità sociale. Si tratta di un provvedimento che tende ad avvicinare la Regione ai luoghi dello sport, ma, soprattutto, i luoghi dello sport alla gente, con l’obiettivo fondamentale di contrastare concretamente i fenomeni di devianza giovanile.

 

Legge asili nido – n. 42 del 24 dicembre 2003

 

Con questa legge la Regione agevola l’accesso alla scuola dell’infanzia, di cui riconosce il ruolo di servizio educativo e sociale di interesse pubblico, che concorre con la famiglia alla crescita ed alla formazione dei minori, nel rispetto dell’identità individuale, culturale e religiosa, anche al fine di rimuovere gli ostacoli alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro e contribuire a creare le condizioni per conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari. In particolare, la Regione riconosce e promuove il pluralismo delle offerte educative ed il diritto di scelta del genitore, con particolare riguardo ai minori le cui famiglie versino in condizioni di disagio economico o di svantaggio socio-culturale. In pratica, l’obiettivo di questa legge è quello di aiutare concretamente le famiglie bisognose residenti nel Lazio e, in particolare, le madri lavoratrici, ovvero le madri disoccupate di lunga durata, coloro, cioè, che dopo aver perso un posto di lavoro o cessata un'attività di lavoro autonomo, sono alla ricerca di nuova occupazione da più di dodici mesi, le inoccupate di lunga durata, vale a dire le donne che senza aver svolto in passato un’attività lavorativa, in cerca di un’occupazione da oltre un anno, e di favorire il reinserimento lavorativo a quelle che, dopo due anni di inattività, intendono rientrare nel mercato del lavoro.

 

Legge per i bacini lacuali – n. 11 del 18 aprile 2003

 

Con questa legge La regione favorisce interventi di promozione e valorizzazione dei bacini lacuali e l’attuazione di progetti di valorizzazione turistico-ambientale di iniziativa comunale, concernenti interventi di restauro e recupero di luoghi e beni ambientali e culturali, finalizzati alla qualificazione ed allo sviluppo dell’offerta turistica nel territorio. La normativa stabilisce inoltre che gli interventi prevedano maggiore fruibilità degli spazi urbani, rendendoli esclusivamente pedonali, e la realizzazione di zone da adibire a spettacoli e rappresentazioni varie.

Legge istitutiva della consulta dell’handicap – n. 36 del 3 novembre 2003

 

La Consulta esprime il proprio parere sui programmi regionali d’intervento in favore delle persone disabili e sugli atti regionali riguardanti l’inserimento e l’integrazione lavorativa delle stesse persone o che comunque abbiano ripercussioni sul mondo della disabilità e dell’handicap, formula proposte per la realizzazione di interventi a favore delle persone disabili, finalizzati, in particolare, a favorirne l’integrazione sociale. Promuove l’approfondimento, l’aggiornamento e la diffusione delle informazioni in materia di disabilità e di handicap e l’attivazione di iniziative per favorire la prevenzione e la comprensione civile, infine formula proposte di attività di studio e ricerca in ordine ai problemi che ostacolano la piena integrazione sociale delle persone disabili.

 

Legge istitutiva dell’agenzia per i trapianti – n. 37 del 3 novembre 2003

 

L’Agenzia nasce per far fronte all’aumentato numero di richieste di trapianti con lo scopo di eliminare tutte le difficoltà che ostano a questo tipo di interventi e per essere uno strumento d’equilibrio e razionalizzazione con l’obiettivo di portare avanti un progetto concreto sui trapianti per tutta la collettività laziale.

L’Agenzia promuove la collaborazione e la reciproca integrazione tra unità operative di enti diversi, favorisce lo sviluppo della ricerca scientifica e tecnologica a supporto dell'attività di trapianto, delle patologie collegate e delle biotecnologie associate, anche grazie a collaborazioni con enti di ricerca nazionali e internazionali, finanziatori istituzionali della ricerca nazionali e internazionali e aziende farmaceutiche, biotecnologiche e produttrici di tecnologie elettromedicali, promuove infine, di concerto con il centro regionale per i trapianti, la realizzazione di campagne informative al fine sia di sviluppare nell'opinione pubblica una maggiore propensione alla donazione di organi a scopo di trapianto, sia di diffondere la conoscenza delle attività svolte e dei risultati raggiunti dalle strutture che operano sul territorio regionale.

 

Legge per l’accreditamento delle strutture sanitarie – n. 4 del 3 marzo 2003

 

Una legge per migliorare i servizi offerti dalle strutture sanitarie. E’ questo il senso della norme in materia di realizzazione di strutture sanitarie e del loro accreditamento a livello istituzionale. La legge detta precise disposizioni al fine del rilascio delle autorizzazioni sia per la realizzazione di nuove strutture, sia per l’esercizio di attività sanitarie e socio sanitarie da parte di soggetti pubblici quanto privati. Oltre a ciò, la normativa disciplina le procedure per il rilascio dell’accreditamento istituzionale delle strutture organizzate, le cosiddette convenzioni, stabilendo, attraverso accordi con i soggetti accreditati pubblici ed equiparati, la tipologia, la quantità e le caratteristiche delle prestazioni erogabili agli utenti del servizio sanitario regionale. Una normativa finalizzata soprattutto al controllo sull’appropriatezza e la qualità dell’assistenza prestata e delle prestazioni rese.

 

Legge per l’accreditamento delle strutture socio assistenziali – n. 41 del 12 dicembre 2003

 

Si tratta di una normativa che esemplifica e fa chiarezza sull’identificazione, anche in termini numerici, di queste strutture, distinguendole da quelle di natura strettamente socio sanitaria. Fra esse vanno annoverate in primo luogo le case famiglie e le case di accoglienza, cioè quelle strutture in grado di ospitare un numero non superiore di dieci persone, che si distinguono da un servizio di natura strettamente sanitaria, e che devono andare a porre le basi per un adeguato sostegno in tutto il territorio regionale a soggetti bisognosi di aiuto quali, ad esempio, gli ex detenuti, gli ex alcolisti ed ex tossicodipendenti, oltre che stabilire l’accreditamento per strutture di soggetti privati.

 

 

 

Legge in favore dei laziali all’estero – n. 23 del 31 luglio 2003

 

Questa normativa tende a dare un maggiore impulso all’attività regionale relativa ai rapporti con i laziali stabilitisi all’estero per ragioni di lavoro e con i loro familiari, prevedendo, fra l’altro, la possibilità di organizzare attività promozionali dirette alla diffusione della conoscenza del patrimonio storico, culturale, artistico, economico, ambientale e sociale della Regione, nonché attività dirette allo sviluppo di rapporti economici, valorizzando la presenza della collettività laziale all’estero. Inoltre la legge, oltre a determinare uno snellimento delle procedure amministrative connesse con l’attivazione degli interventi, cerca di creare i presupposti per un maggior coinvolgimento della componente giovanile all’interno delle associazioni di laziali emigrati e per un maggior coordinamento delle loro attività, attraverso la promozione della costituzione di federazioni e confederazioni.

 

Legge istitutiva della giornata dei valori nazionali – n. 13 del 15 maggio 2003

 

Al fine di promuovere tra le giovani generazioni la diffusione del sentimento di appartenenza alla Patria, la Regione dedica annualmente, il 10 febbraio (data della firma del trattato di Parigi del 1947 con cui all‘Italia venivano definitivamente tolte Istria, Dalmazia e la città di Fiume) una giornata di celebrazione dei valori nazionali che uniscono gli italiani. Nella Giornata di celebrazioni dei valori nazionali la Regione promuove la realizzazione di una serie di iniziative quali l’organizzazione di convegni, mostre e manifestazioni espositive e di spettacolo su argomenti di particolare significato per la storia e la cultura italiana, l’assegnazione di premi e borse di studio a giovani per attività e tesi di laurea aventi rilevante interesse culturale in ambito scientifico, filosofico, artistico e letterario, la concessione di contributi a sostegno di pubblicazioni che abbiano per obiettivo la divulgazione della conoscenza del patrimonio storico e culturale e infine la consegna agli alunni della scuola primaria di documentazione e di altro materiale relativo alla storia ed ai simboli della Patria, quali la Costituzione della Repubblica italiana, la bandiera e l’inno nazionale.

Legge di riforma del diritto agli studi universitari – n. 25 del 25 agosto 2003

Questo provvedimento è stato il frutto di una grande lavoro di mediazione e affronta la sfida decisiva per trasformare le università in strutture in grado di offrire servizi e garantire il diritto di studio ai più bisognosi, ma soprattutto consente alle università di formare i giovani, di prepararli alla professione con un’adeguata cultura, e di creare la futura classe dirigente del Paese. La legge disciplina un sistema organico di interventi la cui filosofia è quella di trovare un giusto equilibrio tra l’esigenza di tutelare un prezioso e fondamentale diritto e la creazione di un valore economico che garantisca un certo livello qualitativo e quantitativo nella gestione dei servizi e dei benefici connessi. C’è ancora da sottolineare la novità più importante che segna un’ulteriore nota di discontinuità con la vecchia legge, data dalla gestione diretta di alcuni servizi da parte degli studenti riuniti in associazioni o cooperative all’interno degli atenei, una presenza rafforzata anche dall’aumentato numero dei loro rappresentanti all’interno della nuova azienda centrale Laziodisu, in cui il numero dei consiglieri degli studenti cresce da due a sei, mentre all’interno dei comitati direttivi delle Laziodisu-territoriali va da uno a due.

Legge sui cani pericolosi – n. 33 del 6 ottobre 2003

La legge prevede la creazione di un registro speciale in ogni azienda unità sanitaria locale al quale devono essere iscritti i cani appartenenti alle seguenti razze: pitbull, staffordshire terrier, staffordshire bull terrier, bullmastiff, dogo argentino, dogue de Bordeaux, fila brasileiro, cane corso e loro incroci e comunque tutti i cani che abbiano già morso o aggredito persone. Sono esclusi dall’obbligo dell’iscrizione al registro i cani che hanno commesso aggressioni per esservi stati costretti dalla necessità di difendere la proprietà privata, ovvero dalla necessità di difendere il proprietario o il detentore contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta, nonché quelli costretti in quanto vittime di una delle fattispecie previste dall’articolo 727 del c.p.. Sono esclusi altresì dall’obbligo i cani in dotazione alle forze dell’ordine.

Legge istitutiva del garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale – n. 31 del 6 ottobre 2003

Questa figura è istituita presso il Consiglio regionale presso il Consiglio regionale al fine di contribuire a garantire i diritti di tali persone, fra cui rientrano i soggetti presenti negli istituti penitenziari, negli istituti penali per minori, nonché nei centri di prima accoglienza, nei centri di assistenza temporanea per stranieri e nelle strutture sanitarie in quanto sottoposti al trattamento sanitario obbligatorio. L’ufficio del garante, che opera in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione, assume ogni iniziativa volta ad assicurare che alle persone in oggetto siano erogate le prestazioni inerenti al diritto alla salute, al miglioramento della qualità della vita, all’istruzione e alla formazione professionale e ogni altra prestazione finalizzata al recupero, alla reintegrazione sociale e all’inserimento nel mondo del lavoro.

Interventi per gli allevatori danneggiati dall’epidemia della febbre catarrale dei capi ovini (blu tongue) – n. 30 del 29 settembre 2003

La presente legge dispone interventi a favore delle aziende agricole con allevamento zootecnico ovino, caprino, bovino e bufalino, ai fini di incentivare la collaborazione con le autorità sanitarie preposte all’attuazione del piano di sorveglianza sierologica per la febbre catarrale degli ovini, meglio conosciuta come ‘lingua blu’. Gli interventi previsti prevedono un contributo diretto a compensare costi e disagi sopportati dagli allevatori con la messa a disposizione dell’autorità sanitaria competente dei propri capi per i prelievi periodici di sangue, finalizzati alla realizzazione dei piani di sorveglianza e un indennizzo a parziale ristoro del danno subito dagli allevatori ove si verifichino aborti conseguenti la vaccinazione di fattrici gravide, nonché un indennizzo per i capi morti in conseguenza dell’intervento vaccinale, ivi compresa la natimortalità e la mortalità neonatale e perinatale.

Bonus pensionati e invalidi (legge finanziaria n. 2 del 27 febbraio 2004)

Questo provvedimento stabilisce l’erogazione di una carta dei servizi per tutti e 108mila pensionati e invalidi sociali del Lazio per viaggiare gratuitamente sulla rete di trasporto pubblico locale(comprese metropolitane e ferrovie connesse) e anche di usufruire di uno sconto, che va dal 5 al 10 per cento, sulla spesa di tutti i giorni, tramite apposite convenzioni con una serie di catene distributive. Queste misure vanno ad aggiungersi all’assegno di 900 euro annui per gli ultrasessantacinquenni per l’acquisto di servizi alla persona i cui beneficiari, a partire dal 2005, sono circa 10mila fra essi. In questo modo il potere di acquisto delle pensioni dei meno abbienti si rivaluta di un minimo del 6 fino ad un massimo del 21 per cento.

Statuto (approvato il 12 maggio 2004)

Dopo 34 anni la Regione Lazio ha un nuovo Statuto. La ‘carta costituzionale’ prevede, fra le principali novità, l’elezione diretta del presidente, un'assemblea di 70 consiglieri (10 in più di quanti sono oggi) con la rappresentanza garantita delle 5 province e dei due sessi, la possibilità di avere almeno 5 donne fra i 16 assessori della Giunta, l’introduzione del referendum propositivo, caso unico in Italia, e la valorizzazione del ruolo e delle funzioni di Roma Capitale. Il nuovo Statuto si compone di 80 di articoli divisi in nove titoli. Dall'ottobre 2001 la bozza del documento (approvata dal Consiglio regionale il 12 maggio 2004), elaborata da 3 saggi, è stata valutata e modificata dalla Commissione Statuto con 23 sedute, 12 audizioni e diversi incontri che hanno prodotto 571 emendamenti. Dopo l'approvazione e' iniziata la fase delle consultazioni con istituzioni, parti sociali e associazioni. Sono stati invitati 127 soggetti, 63 quelli che hanno risposto inviando 197 emendamenti.  Il primo titolo del nuovo Statuto enuncia i principi fondamentali. In questa sezione sono inseriti gli articoli 3 bis - che statuisce il concorso degli enti locali alla determinazione delle scelte politiche della Regione, ed il 5, con i diritti fondamentali. L'articolo 4 definisce Roma ''capitale della Repubblica, simbolo dell'unita' d'Italia, centro del Cattolicesimo e del dialogo fra i cristiani, luogo di incontro fra culture diverse e patrimonio storico e culturale universale''. Il titolo II riguarda i rapporti della Regione Lazio con l’Unione europea, lo Stato e le altre Regioni, mentre il III e' riservato all'autonomia. I poteri degli organi regionali sono previsti dal titolo IV, diviso in tre capi dedicati al Consiglio, al presidente della Regione e alla Giunta. L'articolo 18 fissa funzioni e attribuzioni del nuovo Consiglio, che concorre a determinare l'indirizzo politico ed esercita funzioni di controllo sull'operato della Giunta. Fra gli altri compiti la redazione di atti di programmazione (documento di programmazione economica e finanziaria), la legge finanziaria e i piani territoriali e sanitari. L'articolo 39 prevede che il presidente della Regione sia eletto a suffragio universale e diretto. Fra i suoi poteri la nomina e la revoca gli assessori. L'articolo 41 sancisce l'assenza di incompatibilità tra la carica di consigliere regionale e quella di assessore. Fra le altre novita' l'istituzione, con l'articolo 61, del Consiglio delle Autonomie, definito ''organo rappresentativo degli enti locali e di consultazione, ai fini della concertazione fra gli stessi e la Regione''.

L’EUROPA

L'Unione europea (UE)

 

L’Unione europea è nata il 1/11/1993 con l’entrata in vigore del trattato di Maastricht del 1992, a coronamento di un percorso di più di 40 anni.

Precursori della UE sono stati la CECA (Comunità europea del carbone e dell’acciaio) istituita tra i sei paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) col trattato di Parigi del 18 aprile del 1951, la CEE (comunità economica europea) e l’EURATOM (comunità europea energia atomica), nate col trattato di Roma del 25 marzo 1957, sempre fra le sei nazioni fondatrici della CECA.

L’Unione europea rappresenta una famiglia di paesi europei democratici che si sono impegnati a lavorare insieme per la pace e la prosperità. Non è uno Stato che si propone di sostituire gli Stati esistenti, ma è qualcosa di più rispetto alle altre organizzazioni internazionali. L'UE è infatti qualcosa di unico. I suoi Stati membri hanno creato una serie di istituzioni comuni a cui delegano una parte della loro sovranità in modo che le decisioni su questioni specifiche di interesse comune possano essere prese democraticamente a livello europeo. Tale unione delle sovranità viene chiamata anche "integrazione europea".

Storicamente, le radici dell'Unione europea risalgono alla seconda guerra mondiale. L'idea dell'integrazione europea è nata per far sì che non si verificassero mai più massacri e distruzioni. Il primo a proporlo nel discorso del 9 maggio 1950 è stato il ministro degli Affari esteri francesi Robert Schuman. Tale data, che può essere considerata il "compleanno" dell'attuale UE, viene festeggiata ogni anno come la Festa dell'Europa.

Le istituzioni della UE sono cinque e ognuna di esse svolge un ruolo specifico:

Il Parlamento europeo (eletto dai cittadini degli Stati membri);

Il Consiglio dell'Unione europea (che rappresenta i governi degli Stati membri);

La Commissione europea (motore ed organo esecutivo);

La Corte di giustizia (che garantisce la conformità con il diritto);

La Corte dei conti (che verifica che la gestione del bilancio dell'Unione europea sia sana e corretta).

A tali istituzioni si affiancano altri cinque organi importanti:

Il Comitato economico e sociale europeo (che è il portavoce delle opinioni della società civile organizzata su questioni economiche e sociali);

Il Comitato delle regioni (che è il portavoce delle opinioni degli enti regionali e locali);

La Banca centrale europea (che è responsabile della politica monetaria e della gestione dell'euro);

Il Mediatore europeo (che tratta le denunce presentate dai cittadini contro i casi di cattiva amministrazione nell'azione di un'istituzione o di un organo dell'Unione europea);

La Banca europea per gli investimenti (che contribuisce al conseguimento degli obiettivi dell'Unione europea tramite il finanziamento di progetti di investimenti).

Completano il sistema il Consiglio europeo, costituito dai Capi di Stato o di governo degli Stati membri dell'Unione, e una serie di agenzie e altri organi.

Lo Stato di diritto è un concetto fondamentale per l'Unione europea. Tutte le decisioni e le procedure dell'UE si basano sui trattati che sono approvati da tutti i paesi dell'UE.

Inizialmente, come sopra ricordato, l'UE consisteva in soltanto sei paesi: la Danimarca, l'Irlanda e il Regno Unito hanno aderito nel 1973, la Grecia nel 1981, la Spagna e il Portogallo nel 1986, l'Austria, la Finlandia e la Svezia nel 1995.

Nel 1999 nasce l’Unione economica e monetaria europea (UEM), dei 15 membri non aderiscono Svezia, Danimarca e Regno Unito, e sempre nello stesso anno prende il via il Programma di politica estera e di sicurezza comune europea (PESC), proseguendo l’attività  dell’Iniziativa di sicurezza europea (ISE), per consentire all’Unione di compiere interventi militari regionali in ambito Nato e non solo.

Nel Consiglio europeo di Copenaghen (12 e 13 dicembre 2002), la Commissione ha concluso i negoziati con dieci altri paesi per il loro ingresso nella UE: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria, fissando al 1° maggio 2004 la data della loro adesione all'Unione. Quanto alla Bulgaria e alla Romania, l'obiettivo è di concludere i negoziati in tempo perché questi paesi possano aderire nel 2007 mentre si prevede di valutare la possibilità di avviare negoziati con la Turchia nel dicembre 2004.

In passato, anche la Svizzera, il Liechtenstein e la Norvegia avevano presentato domanda di adesione all'Unione europea. Tuttavia, la Norvegia ha rifiutato l'adesione per due volte, nel 1972 e nel 1994, a seguito di un referendum. Le candidature della Svizzera e del Liechtenstein sono state sospese a seguito del referendum del 1992 con cui la Svizzera ha deciso di non aderire allo Spazio economico europeo.

Il 1° maggio del 2004 è la data in cui è avvenuto il più grande allargamento mai realizzato con l'adesione dei dieci nuovi paesi prima citati.

Nei primi anni, la maggior parte della cooperazione tra i paesi dell'UE ha riguardato il commercio e l'economia, ma ora l'UE si occupa di molte altre questioni di primaria importanza per la nostra vita quotidiana come la cittadinanza europea, la piena unione economica e monetaria, l’ampliamento della collaborazione nel campo della politica estera e della sicurezza comune, lo sviluppo regionale, la tutela dell’ambiente. L'Unione europea ha inoltre contribuito a costruire un mercato unico europeo con l’introduzione di una moneta unica europea, l'euro (1 febbraio del 2002).

Unità nella diversità: l'Europa è un continente con molte diverse tradizioni e lingue, ma condivide anche un patrimonio di valori comuni da salvaguardare. Essa dà impulso alla cooperazione tra i popoli d'Europa, promuovendo l'unità nel rispetto della diversità e garantendo che le decisioni vengano prese il più possibile a contatto con i cittadini.

 

Le istituzioni della UE.

 

Parlamento europeo

 

Il Parlamento europeo riunisce i rappresentanti dei cittadini dell'Unione europea ed ha sede a Strasburgo. Dal 1979 i parlamentari sono eletti a suffragio universale diretto. I seggi, a seguito dell’ingresso delle nuove dieci nazioni, sono diventati 732, ripartiti tra gli Stati membri in funzione della consistenza delle rispettive popolazioni.

Le principali funzioni del Parlamento europeo sono le seguenti:

esamina le proposte della Commissione ed è associato al Consiglio nel processo legislativo, anche in qualità di colegislatore, secondo modalità differenti (procedura di codecisione, di cooperazione, parere conforme, parere semplice...);

esercita un potere di controllo sulle attività dell'Unione attraverso l'investitura della Commissione europea (e la facoltà di censurarla), nonché attraverso interrogazioni scritte od orali che può rivolgere alla Commissione e al Consiglio;

condivide con il Consiglio il potere di bilancio: il Parlamento vota il bilancio annuale, lo rende esecutivo attraverso la firma del Presidente del Parlamento e ne controlla l'esecuzione.

Il Parlamento europeo nomina inoltre il mediatore europeo, che ha il compito di ricevere i reclami dei cittadini dell'Unione riguardanti casi di cattiva amministrazione nell'operato delle istituzioni o degli organi comunitari. Può infine creare commissioni temporanee d'inchiesta, la cui competenza non si limita all'attività delle istituzioni comunitarie, ma può essere estesa anche all'operato degli Stati membri nell'attuazione delle politiche comunitarie.

Il trattato di Amsterdam ha semplificato le procedure legislative, arrivando quasi a sopprimere la procedura di cooperazione (che continua ad applicarsi solo a pochi casi inerenti all'Unione economica e monetaria) e prevedendo una considerevole estensione del campo di applicazione della procedura di codecisione.

Anche il trattato di Nizza, entrato in vigore il 1° febbraio 2003, ha rafforzato il ruolo di colegislatore del Parlamento, grazie all'estensione della procedura di codecisione. Il trattato ha inoltre accordato al Parlamento il diritto di presentare ricorso alla Corte di giustizia delle Comunità europee alle stesse condizioni previste per le altre istituzioni.

In vista dell'allargamento, il trattato di Nizza ha anche fissato il numero massimo dei deputati a 732 a partire dalle prossime elezioni che si svolgeranno nel giugno 2004 (il trattato di Amsterdam aveva fissato il numero dei deputati a 700). È anche prevista una nuova ripartizione dei seggi tra gli Stati membri (che perdono 91 seggi) e i paesi candidati, a partire dalla data della loro adesione: la nuova ripartizione è frutto di un compromesso tra realtà demografica e uguaglianza degli Stati membri raggiunto grazie al rispetto del principio della "rappresentanza adeguata dei popoli".

Consiglio dell'Unione europea

Il Consiglio dell'Unione (Consiglio dei ministri o Consiglio) è la principale istituzione dell'Unione avente poteri decisionali. È costituito dai ministri dei 15 Stati membri, responsabili della materia iscritta all'ordine del giorno: affari esteri, agricoltura, industria, trasporti, ecc. Tuttavia, merita ricordare che l'esistenza di formazioni ministeriali diverse in funzione delle questioni trattate non mette in discussione il principio dell'unicità della rappresentanza di questa istituzione. La presidenza del Consiglio è esercitata a turno da ciascuno Stato membro dell'Unione europea per una durata di sei mesi. Le decisioni del Consiglio sono preparate dal Comitato dei rappresentanti permanenti degli Stati membri (Coreper), coadiuvato da gruppi di lavoro composti di funzionari delle amministrazioni nazionali. Il Consiglio è assistito da un Segretariato generale. Nell'ambito del primo pilastro le decisioni del Consiglio sono adottate su proposta della Commissione.     Dall'entrata in vigore del trattato di Amsterdam (maggio 1999), il segretario generale ha il ruolo di Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune. A tal fine è assistito da un segretario generale aggiunto, nominato all'unanimità dal Consiglio, il quale è responsabile della gestione del Segretariato generale.

Commissione europea

La Commissione europea ha poteri di iniziativa, di esecuzione, di gestione e di controllo. Essa è custode dei trattati e incarna l'interesse comunitario. È costituita da un collegio di 20 membri indipendenti (due membri per la Germania, la Spagna, la Francia, l'Italia e il Regno Unito, e un membro per ciascuno degli altri paesi), tra cui il presidente e due vicepresidenti. È nominata per cinque anni dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata, in accordo con gli Stati membri, ed è soggetta al voto di investitura del Parlamento europeo, dinanzi al quale è responsabile. Il collegio dei commissari è assistito da un'amministrazione composta da direzioni generali e da servizi specializzati, il cui personale è ripartito principalmente tra Bruxelles e Lussemburgo.

La nuova Commissione, entrata in carica il 23 gennaio 2000 per un mandato di cinque anni, ha avviato alcune importanti riforme dell'organizzazione amministrativa intese a modernizzare i metodi di lavoro e le procedure e a garantire il carattere realmente collegiale del processo decisionale, pur prevedendo un più ampio ricorso alla procedura di abilitazione in settori specifici quali ad esempio i settori della politica regionale, della politica agricola comune e del mercato interno. L'importanza che la Commissione attribuisce alla riforma della sua organizzazione interna trova espressione nel libro bianco da essa adottato il 1° marzo 2000. Il libro bianco prevede che la riforma si articoli lungo tre grandi assi:

la riforma delle modalità di fissazione delle priorità politiche e di ripartizione delle risorse;

la revisione globale della politica in materia di personale dirigenziale e di gestione delle risorse umane; il miglioramento della gestione, dell'efficacia e della responsabilità finanziarie.

La Commissione è attualmente composta da almeno un cittadino per ogni Stato membro (due per gli Stati più grandi: Germania, Spagna, Francia, Italia e Regno Unito).

La questione della composizione della Commissione in un'Europa allargata è al centro di tutti i dibattiti.
Si tratta in effetti di una questione di grande importanza in quanto occorre stabilire la dimensione ottimale del Collegio dei commissari che garantisca la legittimità, la collegialità e l'efficacia di una istituzione la cui funzione è di rappresentare, in piena indipendenza, l'interesse generale. L'esigenza di collegialità è un punto cruciale. Essa costituisce un aspetto peculiare della struttura della Commissione: è grazie alla collegialità che le posizioni espresse dalla Commissione riflettono il punto di vista dell'intero Collegio e non invece il punto di vista dei singoli membri. Il trattato di Nizza, frutto della conferenza intergovernativa tenutasi nel 2000, ha disciplinato in via provvisoria la composizione della Commissione. Esso prevede infatti:

una limitazione della composizione della Commissione ad un commissario per Stato membro a partire dall'entrata in carica della prossima Commissione il 1° novembre 2004.

Il Consiglio dovrà allora decidere, deliberando all'unanimità, il numero esatto dei commissari (comunque inferiore a 25). La nazionalità dei commissari dipenderà allora da un sistema di rotazione che garantirà la completa parità tra gli Stati membri.

Pertanto, gli Stati membri che finora hanno designato due commissari, perderanno a partire dal 2005 la possibilità di proporne un secondo. Questi Stati membri hanno però ottenuto come contropartita una riponderazione a loro più favorevole dei voti in seno al Consiglio.

In occasione del Consiglio europeo di Copenaghen (12-13 dicembre 2002) è stato deciso che i commissari designati dai nuovi Stati membri entrino a far parte dell'attuale Commissione a partire dal giorno dell'adesione dei nuovi Stati membri all'Unione, prevista per il 1° maggio 2004.

Corte di giustizia delle Comunità europee (CGCE)

La Corte di giustizia delle Comunità europee è composta da un numero di giudici pari al numero degli Stati membri. Attualmente, essa si compone di quindici giudici, assistiti da otto avvocati generali, nominati per sei anni dagli Stati membri di comune accordo. La Corte può riunirsi in sezioni o in seduta plenaria per gli affari particolarmente importanti o complessi e su richiesta di uno Stato membro. Essa assolve due funzioni principali: verificare la compatibilità con i trattati degli atti delle istituzioni europee e dei governi; pronunciarsi, su richiesta di un giudice nazionale, sull'interpretazione o la validità delle disposizioni del diritto comunitario. La Corte è assistita dal Tribunale di primo grado delle Comunità europee (TPGCE), istituito nel 1989. Il Trattato di Nizza ha introdotto una riforma importante del sistema giurisdizionale dell'Unione. Per quanto riguarda la Corte di giustizia delle Comunità europee, gli aspetti fondamentali sono i seguenti: una maggiore flessibilità nella modifica dello statuto della Corte, che d'ora in avanti potrà essere modificato con decisione adottata all'unanimità dal Consiglio, su richiesta della Corte o della Commissione; la maggioranza qualificata in seno al Consiglio per l'adozione del regolamento di procedura della Corte; un nuovo articolo 229 A del trattato CE, il quale consente, con decisione adottata all'unanimità dal Consiglio, e sottoposta alle ratifiche nazionali, di attribuire alla Corte la competenza a pronunciarsi su controversie connesse con l'applicazione degli atti adottati in base al trattato che creano titoli di proprietà intellettuale; una migliore ripartizione delle competenze tra Tribunale di primo grado e Corte di giustizia, al fine di alleggerire il carico di lavoro di quest'ultima.

Corte dei conti europea

La Corte dei conti europea, che ha sede a Lussemburgo, è composta di quindici membri, nominati per sei anni con decisione del Consiglio dell'Unione europea adottata all'unanimità, previa consultazione del Parlamento europeo. La Corte dei conti controlla la legalità e la regolarità delle entrate e delle spese dell'Unione europea e ne accerta la sana gestione finanziaria. Il trattato sull'Unione europea del 1992 ha elevato la Corte, istituita nel 1977, al rango di istituzione di pieno diritto. A partire dal trattato di Amsterdam (adottato nel giugno 1997), la Corte dei conti è chiamata a riferire al Parlamento europeo e al Consiglio anche in merito ad ogni caso di irregolarità. Inoltre il suo potere di controllo è stato esteso anche ai fondi comunitari gestiti dagli organismi esterni e dalla Banca europea per gli investimenti. Il trattato di Nizza (adottato nel dicembre 2000) prevede esplicitamente che la Corte dei conti sia composta da un cittadino di ciascuno Stato membro. Essa può istituire nel suo ambito sezioni per l'adozione di talune categorie di relazioni o di pareri.

ALTRI ORGANISMI

Consiglio europeo

 

Il Consiglio europeo è costituito dai Capi di Stato o di governo degli Stati membri dell'Unione, che tengono riunioni regolari. Istituito col comunicato finale del vertice di Parigi del dicembre 1974, esso si è riunito per la prima volta nel 1975 (10/11.03.1975, Dublino). Esso si è sostituito alla prassi delle conferenze europee al vertice, che hanno caratterizzato il periodo 1961-1974. L'esistenza del Consiglio è stata giuridicamente consacrata dall'Atto unico europeo ed è ufficializzata dal Trattato sull'Unione europea. È convocato almeno due volte all'anno e conta tra i suoi membri il presidente della Commissione europea, in quanto membro di diritto. Il suo compito è di stabilire gli orientamenti politici generali e d'imprimere all'Unione europea l'impulso necessario al suo ulteriore sviluppo.

 

Banca centrale europea (BCE)

La Banca centrale europea (BCE) è stata inaugurata il 30 giugno 1998. Dal 1° gennaio 1999 essa ha il compito di dare attuazione alla politica monetaria europea definita dal Sistema europeo di banche centrali (SEBC). In concreto, sono gli organi decisionali della BCE (consiglio direttivo e comitato esecutivo) che dirigono il Sistema europeo di banche centrali, il cui compito è di gestire la massa monetaria, di effettuare operazioni di cambio, di detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta degli Stati membri e di assicurare il corretto funzionamento dei sistemi di pagamento. La BCE è succeduta all'Istituto monetario europeo (IME). Il trattato di Nizza, adottato nel dicembre 2000, non ha modificato la composizione del consiglio direttivo della BCE (composto dai membri del comitato esecutivo e dai governatori delle banche centrali nazionali); esso ha però introdotto la possibilità di modificarne le modalità di voto (le decisioni sono di norma adottate alla maggioranza semplice dei membri, i quali dispongono ciascuno di un voto). La modifica richiede una decisione adottata all'unanimità dal Consiglio europeo e ratificata dagli Stati membri.

Banca europea per gli investimenti (BEI)

Creata dal trattato di Roma, la Banca europea per gli investimenti è l'istituzione finanziaria dell'Unione europea. Essa ha il compito di contribuire allo sviluppo equilibrato dell'Unione attraverso l'integrazione economica e la coesione sociale. Gli azionisti della BEI sono gli Stati membri dell'Unione europea. La Banca è guidata da un consiglio dei governatori, composto dai quindici ministri delle finanze. Dotata di personalità giuridica e di autonomia finanziaria, la Banca concede finanziamenti a lungo termine per la realizzazione di progetti concreti di cui sia garantita l'attuabilità sotto il profilo economico, tecnico, finanziario e della tutela ambientale. La BEI concede prestiti attingendo essenzialmente a risorse raccolte sui mercati dei capitali, alle quale si aggiungono i capitali forniti dagli azionisti. Tra il 1994 e il 1999 i principali campi di intervento della BEI sono stati: i trasporti, le comunicazioni, l'energia, le risorse idriche, l'istruzione e la formazione.
Il Consiglio europeo di Lisbona del marzo 2000 ha richiesto, nelle sue conclusioni, un incremento del sostegno accordato alle piccole e medie imprese (PMI). Al fine di accrescere la competitività europea, è stato quindi costituito il "gruppo BEI", composto dalla BEI e dal Fondo europeo per gli investimenti (FEI). Per mezzo dell'iniziativa Innovazione 2000, il gruppo intende stimolare l'imprenditorialità, l'innovazione e la valorizzazione del capitale umano, concedendo prestiti a medio termine e garanzie bancarie, e finanziando attività di capitali di rischio. Al di fuori dell'Unione, la BEI sostiene le strategie di preadesione dei paesi dell'Europa centrale e orientale e attua il capitolo finanziario degli accordi conclusi nel quadro delle politiche di aiuto e di cooperazione allo sviluppo dell'Unione europea.

Comitato delle regioni

Istituito nel 1992 dal trattato di Maastricht, il Comitato delle Regioni è composto di 222 rappresentanti delle collettività regionali e locali, nominati per quattro anni dal Consiglio, che delibera all'unanimità, su proposta degli Stati membri. Il Comitato è consultato dal Consiglio, dal Parlamento europeo e dalla Commissione in settori che rivestono interesse a livello regionale e locale, in particolare l'istruzione, la gioventù, la cultura, la salute pubblica, la coesione economica e sociale.
Esso può anche emettere pareri di propria iniziativa. A partire dall'entrata in vigore del trattato di Amsterdam (maggio 1999), il Comitato delle Regioni deve essere consultato in un numero più ampio di settori: la tutela dell'ambiente, il fondo sociale, la formazione professionale, la cooperazione transfrontaliera e i trasporti.  Il trattato di Nizza, adottato nel dicembre 2000, non ha modificato né il numero dei membri del CdR né la ripartizione dei seggi per Stato membro al suo interno. In vista dell'allargamento, il trattato stabilisce che il numero dei membri del Comitato non può essere superiore a 350. Il trattato di Nizza prevede esplicitamente che i membri del CdR devono essere titolari di un mandato elettorale nell'ambito di una collettività regionale o locale oppure essere politicamente responsabili dinanzi a un'assemblea eletta.

Comitato economico e sociale europeo (CESE)

Il Comitato economico e sociale europeo è stato creato dal trattato del 1957 che ha istituito la Comunità economica europea, con il compito di rappresentare gli interessi delle diverse categorie economiche e sociali. Esso è composto da 222 membri, ripartiti in tre categorie: datori di lavoro, lavoratori e rappresentanti di attività specifiche (agricoltori, artigiani, PMI e industrie, professioni liberali, rappresentanti dei consumatori, rappresentanti della comunità scientifica e pedagogica, dell'economia sociale, delle famiglie, dei movimenti ecologici). I membri del Comitato sono nominati per un mandato rinnovabile di quattro anni dal Consiglio, che delibera all'unanimità. Il CESE è consultato preliminarmente all'adozione di un numero rilevante di atti relativi al mercato interno, all'educazione, alla tutela dei consumatori, alla protezione dell'ambiente, allo sviluppo regionale e al settore sociale. Esso può anche formulare pareri di propria iniziativa. Dall'entrata in vigore del trattato di Amsterdam (maggio 1999), il CESE deve essere consultato obbligatoriamente in merito ad un numero più vasto di temi (la nuova politica in materia di occupazione, le nuove disposizioni in materia sociale, la salute pubblica e le pari opportunità) e può essere consultato dal Parlamento europeo. Il trattato di Nizza, adottato nel dicembre 2000, non ha modificato il numero dei membri e la ripartizione dei seggi per Stato membro in seno al Comitato. Esso ha però precisato la qualifica dei membri: il CESE è costituito da «rappresentanti delle varie componenti di carattere economico e sociale della società civile organizzata» (articolo 257 del trattato CE).

Unione economica e monetaria (UEM)

L'Unione economica e monetaria (UEM) designa il processo volto ad armonizzare le politiche economiche e monetarie degli Stati membri dell'Unione europea con l'obiettivo ultimo della creazione di una moneta unica, l'euro. Di essa si è occupata una delle due conferenze intergovernative conclusesi a Maastricht nel dicembre del 1991. Per la realizzazione dell'UEM il trattato prevede tre fasi:

  • fase n. 1 (dal 1° luglio 1990 al 31 dicembre 1993): libera circolazione dei capitali tra gli Stati membri; rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche ed intensificazione della cooperazione tra banche centrali;
  • fase n. 2 (dal 1° gennaio 1994 al 30 dicembre 1998): convergenza delle politiche economiche e monetarie degli Stati membri (al fine di garantire la stabilità dei prezzi e finanze pubbliche sane); creazione dell'Istituto monetario europeo (IME) e successivamente, nel 1998, della Banca centrale europea (BCE);
  • fase n. 3 (iniziata il 1° gennaio 1999): fissazione irrevocabile dei tassi di cambio e introduzione della moneta unica sui mercati dei cambi e per i pagamenti elettronici; introduzione dell'euro fiduciario il 1° gennaio 2002.

La terza fase dell'UEM è stata lanciata in undici Stati membri, ai quali due anni più tardi si è unita la Grecia. Tre Stati membri non hanno adottato la moneta unica: il Regno Unito e la Danimarca, che beneficiano di una clausola di esenzione detta "di opt-out", e la Svezia, che non soddisfa attualmente tutti i criteri per quanto riguarda l'indipendenza della sua banca centrale.  Il 1° gennaio 2002 le banconote e le monete in euro sono state introdotte negli Stati membri dell'area dell'euro, dove hanno gradualmente sostituito le vecchie monete nazionali. Il 28 febbraio 2002 è terminata la fase transitoria di doppia circolazione delle vecchie monete e dell'euro. L'euro è ormai la moneta unica di più di 300 milioni di europei. Per assicurare il successo a lungo termine dell'UEM è necessario proseguire il risanamento del bilancio e il rafforzamento del coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri.

Politica estera e di sicurezza comune (PESC)

La PESC è istituita e disciplinata dal titolo V del trattato sull'Unione europea. Essa ha sostituito la cooperazione politica europea (CPE) e prevede che, a termine, venga definita una politica comune di difesa che, al momento opportuno, potrebbe portare effettivamente a una difesa comune.
Gli obiettivi del secondo pilastro dell'Unione sono stabiliti dall'articolo 11 del trattato UE e sono conseguiti attraverso strumenti giuridici specifici (azione comune, posizione comune), adottati all'unanimità in sede di Consiglio. Con l'entrata in vigore del trattato di Amsterdam, l'Unione europea può ormai avvalersi di un nuovo strumento: la strategia comune, strumento menzionato all'articolo 12 del trattato UE. Il trattato di Amsterdam ha previsto inoltre la possibilità di ricorrere alla votazione a maggioranza qualificata in determinati casi. Dopo la firma del trattato di Amsterdam, la PESC si evolve praticamente ad ogni Consiglio europeo. Il trattato di Nizza ha previsto la possibilità di instaurare, a determinate condizioni, una cooperazione rafforzata nel settore della PESC per attuare un'azione comune o una posizione comune. Tale cooperazione rafforzata non può riguardare questioni con implicazioni militari o relative alla difesa. Il comitato politico e di sicurezza (COPS), il comitato militare dell'UE (CMUE) e lo Stato maggiore dell'UE (EMUE) costituiscono le strutture politiche e militari permanenti per una politica di difesa autonoma e operativa dell'Unione. Inoltre, il Consiglio europeo di Helsinki ha fissato "l'obiettivo globale", in base al quale l'Unione può schierare, entro 60 giorni e per almeno un anno, fino a 60000 uomini.

FONDI STRUTTURALI E FONDO DI COESIONE

I Fondi strutturali e il Fondo di coesione sono componenti della politica strutturale della Comunità che mira a ridurre il divario tra i livelli di sviluppo esistente tra le regioni e tra gli Stati membri dell'Unione europea. Essi contribuiscono così a pieno titolo all'obiettivo della coesione economica e sociale.

Per il periodo 2000-2006, la dotazione finanziaria assegnata alla politica regionale della Comunità ammonta a 213 miliardi , di cui 195 miliardi destinati ai Fondi strutturali e 18 miliardi destinati al Fondo di coesione. Tale importo rappresenta il 35% del bilancio comunitario, ossia la seconda voce di spesa.

I Fondi strutturali sono quattro:

  • il più importante è il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR), creato nel 1975. Esso finanzia la realizzazione di infrastrutture, investimenti produttivi generatori di occupazione a favore in particolare delle imprese e progetti di sviluppo locale;
  • il Fondo sociale europeo (FSE), istituito nel 1958, promuove l'inserimento professionale dei disoccupati e delle categorie sociali svantaggiate finanziando in particolare azioni di formazione;
  • il Fondo europeo agricolo di orientamento e di garanzia (FEAOG), istituito anch'esso nel 1958 quale strumento finanziario della politica agricola comune, consta di due sezioni: la sezione Orientamento, che finanzia azioni di sviluppo rurale e aiuti agli agricoltori nelle regioni in ritardo di sviluppo, e la sezione Garanzia, che finanzia le organizzazioni comuni di mercato nonché misure di sviluppo rurale in altre zone della Comunità;

 

  • lo Strumento finanziario di orientamento della pesca (SFOP) è stato istituito nel 1993 e si prefigge l'adeguamento e l'ammodernamento delle attrezzature del settore nonché la diversificazione economica nelle zone dipendenti dall'attività di pesca.

Per conferire maggiore efficacia agli interventi comunitari nel periodo 2000-2006, la comunicazione "Agenda 2000" della Commissione ha proposto un'importante riforma della politica strutturale, di cui il Consiglio di Berlino del 1999 ha fissato le implicazioni finanziarie. La riforma ha consentito di concentrare gli aiuti e di semplificare la relativa procedura di assegnazione e di gestione riducendo gli obiettivi prioritari d'intervento, che sono diventati tre:

  • l'obiettivo 1 contribuisce allo sviluppo e all'adeguamento strutturale delle regioni in ritardo di sviluppo con prodotto interno lordo (PIL) medio pro capite inferiore al 75% della media comunitaria;
  • l'obiettivo 2 sostiene la riconversione economica e sociale delle zone con difficoltà strutturali quali le zone in cui sono in atto mutamenti economici, le zone rurali in declino o dipendenti dall'attività di pesca, i quartieri urbani in crisi, le zone geografiche con gravi handicap naturali o demografici;
  • l'obiettivo 3 sostiene l'adeguamento e l'ammodernamento delle politiche e dei sistemi di istruzione, formazione e occupazione nelle regioni non comprese nell'obiettivo 1.

Inoltre, nello stesso periodo, quattro iniziative comunitarie si prefiggono di sperimentare nuove vie di sviluppo per rispondere a problematiche specifiche. A tali iniziative è assegnato il 5,35% degli stanziamenti dei Fondi strutturali:

  • Interreg III si prefigge di incentivare la cooperazione transfrontaliera, transnazionale e interregionale;
  • Leader + punta a promuovere lo sviluppo socioeconomico delle zone rurali;
  • Equal mira allo sviluppo di nuove prassi per la lotta contro le discriminazioni e le disuguaglianze di qualsiasi tipo nell'accesso al mercato del lavoro;
  • Urban II favorisce il rilancio economico e sociale delle città e delle periferie in crisi.

Per rafforzare ulteriormente la politica strutturale, nel 1994 è stato istituito il Fondo di coesione, destinato ai paesi con PIL medio pro capite inferiore al 90% della media comunitaria ( Grecia, Spagna, Irlanda e Portogallo ). Il Fondo concede finanziamenti per progetti di infrastrutture nei settori dell'ambiente e dei trasporti.

Obiettivi 1, 2 e 3

La riforma dei Fondi strutturali attuata con Agenda 2000 ha focalizzato l'intervento della politica regionale comunitaria sui problemi cruciali dello sviluppo. L'attuale regolamentazione prevede pertanto tre obiettivi prioritari in sostituzione dei sei obiettivi precedenti.
L'obiettivo 1 mira a promuovere la ripresa economica delle regioni in ritardo di sviluppo. Viene detto "regionalizzato" perché si applica a territori circoscritti in base a criteri statistici. Sono ammissibili all'aiuto solo le regioni il cui prodotto interno lordo pro capite è inferiore al 75% della media comunitaria. Rientrano in questo obiettivo anche le sette regioni "ultraperiferiche", le regioni svedesi e finlandesi a bassissima densità di popolazione, nonché l'Irlanda del Nord. Nel complesso

 

 

l'obiettivo 1 concerne all'incirca 60 regioni di 13 Stati membri. È altresì previsto un sostegno transitorio di sette anni per le regioni che erano ammissibili all'obiettivo 1 tra il 1994 e il 1999, nonché una riserva di efficacia ed efficienza per le regioni più virtuose. L'obiettivo 1 riceve il 70% degli stanziamenti dei fondi strutturali (ossia 137 miliardi di euro per sette anni). Tutti i fondi strutturali (FESR, FSE, FEAOG-Orientamento, SFOP) contribuiscono al finanziamento. I settori di intervento prioritari sono: le infrastrutture di base, la valorizzazione delle risorse umane, gli investimenti nella ricerca, l'innovazione e la società dell’informazione. L'obiettivo 2 mira a sostenere la riconversione economica e sociale delle regioni con difficoltà strutturali. Si tratta anche in questo caso di un obiettivo regionalizzato: le zone ammissibili all'aiuto sono delimitate sia tenendo conto di percentuali massime della popolazione nazionale e europea (18% della popolazione dell'Unione) che di specifici criteri socioeconomici. Quattro sono le categorie di zone ammissibili: le zone in fase di mutamento socioeconomico nei settori dell'industria e dei servizi, le zone rurali in declino, le zone urbane in difficoltà e le zone dipendenti dalla pesca che si trovano in una situazione di crisi. Dato che l'intero territorio di Grecia, Irlanda e Portogallo è ammissibile all'obiettivo 1, questi tre Stati membri non beneficiano dell'obiettivo 2. Un sostegno transitorio è previsto per le regioni che erano ammissibili all'obiettivo 2 e 5b nel periodo 1994-1999. Per l'obiettivo 2 è previsto uno stanziamento di 22,5 miliardi di euro per sette anni (11,5% del totale degli stanziamenti) a carico del FESR e del FSE. L'obiettivo 3 mira a sostenere l'adeguamento e la modernizzazione delle politiche e dei sistemi di istruzione, di formazione e di occupazione. Questo obiettivo costituisce il quadro di riferimento dell'insieme delle misure adottate ai sensi del nuovo titolo sull'occupazione introdotto dal trattato di Amsterdam e della strategia europea elaborata su tale base. L'obiettivo 3 non è regionalizzato: tutte le regioni che non rientrano nell'obiettivo 1 sono ammissibili all'aiuto. È previsto uno stanziamento di 24,05 miliardi di euro per sette anni (12,3% del totale) a carico esclusivamente dell’FSE. L'evoluzione degli obiettivi 1, 2 e 3 dipenderà dalle valutazioni future del loro impatto sulla coesione economica e sociale, nonché dalle conclusioni del dibattito sull'avvenire della politica regionale, con l’entrata dei dieci nuovi paesi membri.

CONVENZIONE EUROPEA

 

In occasione del Consiglio europeo di Nizza, nel dicembre 2000, è stata adottata una dichiarazione sull'avvenire dell'Unione, la "Dichiarazione di Nizza" che propone di continuare la riforma istituzionale al di là dei risultati ottenuti nel corso della Conferenze intergovernativa del 2000 (CIG 2000). Questa Dichiarazione prevedeva tre tappe per la riforma: l'avvio di un dibattito sull'avvenire dell'Unione europea, una Convenzione sulla riforma istituzionale la cui realizzazione è stata decisa in occasione del Consiglio europeo di Laeken nel dicembre 2001 e infine la convocazione di una CIG nel 2004.

Conformemente al testo della "Dichiarazione di Laeken" che ne è stata la fondatrice, questa Convezione deve esaminare quattro questioni chiave concernenti l'avvenire dell'Unione: la ripartizione delle competenze, la semplificazione dei Trattati, il ruolo dei Parlamenti nazionali e lo statuto della Carta dei diritti fondamentali.

La riunione inaugurale della Convenzione si è tenuta il 28 febbraio 2002 con il mandato di avanzare una proposta di “Costituzione per i cittadini europei” (tecnicamente definiti “progetti di trattato costituzionale” e presentati dai paesi membri), alla Convenzione è stato affidato il compito di preparare i lavori della Conferenza intergovernativa cui spetterà la modifica dei trattati.
Il calendario dei lavori prevede tre fasi: una fase di ascolto, una fase di analisi e una fase di redazione. Al termine di quest'ultima verrà stabilito un testo unico avente qualità costituzionale.

Esso potrà comprendere diverse opzioni, precisando il sostegno che esse hanno ricevuto, ovvero raccomandazioni in caso di consenso. Tale documento servirà da punto di partenza per i negoziati

 

 

della CIG condotti dai capi di Stato o di Governo cui competono, in ultima analisi, tutte le decisioni in merito al rimaneggiamento dei Trattati.

L'attuazione di questa Convenzione costituisce un'innovazione nella misura in cui le CIG precedenti non sono mai state precedute da una fase di dibattito aperto a tutte le parti interessate. Infatti, al di là dei membri della Convenzione, anche le organizzazioni della società civile hanno la possibilità di recare il loro contributo al dibattito grazie a una tribuna interattiva, il Forum sull'avvenire dell'Unione.

 

 

L’inserimento nel preambolo della Costituzione europea del richiamo alle radici cristiane

 

 

Che significato rivestono le radici cristiane dell’Europa e perché tanto dibattito sul loro inserimento, per ora resosi vano, nel preambolo di quella che diverrà la Carta costituzionale del vecchio continente? Prima di tutto va chiarito che la Costituzione europea, da un punto di vista strutturale, è un trattato internazionale che recita dei principi generali, ma di fatto non è una vera e propria Costituzione, né lo diventerà quando sarà approvato dai venticinque governi che fanno parte della Convenzione (quindici dell’Unione più dieci Stati in procinto di entrare). L’Europa politica, dunque, è una realtà in divenire, attualmente ci sono solo le fondamenta di questa grande casa comune che caratterizzerà il futuro del mondo e quello dei cittadini europei.

In questo contesto, l’inserimento delle radici cristiane nel preambolo, voluto da una stretta minoranza di Stati (Italia, Spagna, Polonia e Irlanda), avrebbe un significato meramente simbolico, mentre una sua valenza effettiva sorgerebbe solo al momento del varo della Costituzione vera e

propria, il documento che dovrebbe segnare l’atto di nascita di quell’Europa indipendente che in molti sogniamo. E’ comunque un segno positivo che nei popoli europei si stia facendo strada una certa inquietudine dovuta al fatto che non possono bastare gli impulsi economici e commerciali a cementare una nuova unità europea, ma che occorrano basi ideali per fondare un disegno così arduo che deve accogliere la sfida di coniugare le ragioni dell’unione con i particolarismi nazionalistici e relazionarsi a quei popoli che si accalcano ai confini europei alla ricerca di una solidarietà troppo spesso negata. Un’Europa ‘a due polmoni’ che, secondo la felice espressione di Giovanni Paolo II, possa restituire al nostro continente una convivenza pacificata nel rispetto della sua complessa identità.

Il dibattito sulle radici cristiane si è già sviluppato in modo consistente e molto forti sono state le obiezioni mosse dai laicisti secondo i quali l’inserimento di questo richiamo nel testo della nuova Costituzione porterebbe ad una sorta di teocrazia europea, ma si tratta di un argomento da retroguardia che ci riporta alla vecchia polemica con i sostenitori del confessionalismo, ormai abbondantemente superata dall’evoluzione storica.

Perché, dunque, inserire questo richiamo nella Costituzione, visto che attualmente l’Europa non è altro che uno spazio giuridico privo di sovranità che non sappiamo cosa potrà divenire? Sarà una confederazione di Stati o una Federazione, o ancora qualcosa di nuovo? Lo ripeto, ancora non lo sappiamo, di conseguenza anche il problema della multiculturalità, del multiconfessionalismo e della multireligiosità va affrontato in maniera completamente nuova. Vi è una sola certezza alla quale ci dobbiamo ancorare, e cioè che lo spazio vuoto di carattere geopolitico che si è aperto nel mondo va al più presto colmato, ma per determinare un’identità comune sul destino stesso del vecchio continente occorre partire da una cultura di base che ci viene data dal mondo cristiano, che costituisce il punto di partenza per qualsiasi discussione: io so chi sono e mi confronto con chi è diverso da me, stabilendo su questo principio le intese. Viceversa il multiculturalismo astratto, cosmopolita ed illuminista di chi non ha identità non può produrre l’integrazione, al contrario produce il razzismo, perché se io non ho coscienza di me stesso, la mia identità me la vado a creare in modo esasperato.

Ma vi è anche un’altra ragione per cui sorge la necessità di rifarsi alla storia cristiana e ai valori e principi di cui essa è stata ed è portatrice. Eliminare l’idea della genesi dell’Europa e del suo destino antico consentirebbe l’individuazione dei valori fondanti solo nel XVIII secolo, cioè nell’Illuminismo e in particolare nella filosofia di Kant, una filosofia che ancora oggi ispira quell’intellighenzia che non vuole il richiamo alle radici religiose e che traspone a due secoli di distanza i dettami del ‘Trattato sulla pace perpetua’, teorizzando la nascita di una repubblica universale in cui il potere è dato solo dalla giurisdizione e in cui la sovranità politica è vista come la radice di ogni male.

L’Unione europea non serve soltanto per regolare meglio i traffici e per stabilire la lunghezza delle zucchine da mettere in commercio, serve sicuramente a qualcos’altro, soprattutto a riscoprire un destino storico e geopolitico, e il richiamo alle radici cristiane è necessario se vogliamo rivalutare la nostra dimensione storica, politica, culturale e comunitaria.