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Pietre Miliari

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Pietre Miliari

Esemplari, simbolici, sacrali.
Ecco le parole che persuadono, i fatti che convincono.

CULTURA: BONDI, SVILUPPO PERIFERIE ATROCEMENTE ANTIUMANO 

(AGI) - Roma, 18 set. - "Abbiamo combattuto per il Pincio una battaglia giusta, ma non basta". Il ministro per i Beni Culturali, Sandro Bondi, mira alla tutela e al miglioramento delle periferie delle grandi citta'. Lo ha detto questa mattina alla presentazione delle 'Giornate europee del patrimonio', che si terranno in tutta Italia il 27 e il 28 settembre prossimi. "Non ci dobbiamo preoccupare solo di custodire il patrimonio culturale italiano", ha detto. Per Bondi anche nella progettazione dei nuovi edifici si deve tener conto del patrimonio culturale. "Abbiamo il dovere - ha insistito - di indicare alle amministrazione locali che anche le nuove costruzioni architettoniche e civiche siano in armonia con il modello della storia del nostro passato". Il ministro ha giudicato lo sviluppo urbanistico delle grandi citta' "atrocemente antiumano. Anche coloro che vivono nelle periferie hanno il diritto di vivere in citta' belle a misura della dignita' della persona, non soltanto quelle che vivono nei centri storici delle grandi citta'", ha aggiunto. Bondi e' tornato a parlare del caso del Pincio: "Mi sono posto il problema di adottare una soluzione che fosse un punto di equilibrio fra l'esigenza di tutelare un paesaggio e un patrimonio archeologico della nazione e l'esigenza dello sviluppo economico del Paese. E mi sono preoccupato di salvaguardare, di tutelare e di custodire un patrimonio storico che non poteva essere manomesso con un'opera pubblica che non era considerata tale dal sindaco di Roma. Perche' quello non era un parcheggio pubblico ma un parcheggio privato quindi non era di interesse generale". Rispondendo infine ai giornalisti che gli chiedevano la conferma che il Governo non approvera' nuovi condoni in questa legislatura, ha risposto: "Il condono non e' certamente un provvedimento che non incentiva il civismo nel nostro Paese. Meno condoni si fanno meglio e', se non se ne fa nessuno ancora meglio". (AGI)

19 SET 08

TIBET: DALAI LAMA, GENOCIDIO CULTURALE CINESE COL PRETESTO DELLA MODERNITA' =
Berlino, 18 dic. (Adnkronos/Dpa) - "Che le autorita' cinesi lo ammettano oppure no, al momento e' in atto una sorta di genocidio culturale, anche se il Tibet e' molto di moda nella Repubblica popolare". Lo dice il Dalai Lama in una intervista al settimanale tedesco 'Cicero', denunciando la trasformazione di Lhasa, la capitale tradizionale, in una citta' cinese "con il pretesto della modernita'". Il Dalai Lama che ha abbandonato Lhasa nel 1959 per andare in esilio in India, riferisce poi quanto raccontato dai rifugiati che hanno passato il confine indiano negli ultimi tempi. "Il patrimonio culturale del Tibet e' gravemente minacciato", dice, e i contadini vengono spinti a trasferirsi in "villaggi modello" nel nome della modernita', mentre molti tibetani non sanno piu' parlare la lingua dei loro padri.
(Ses/Pe/Adnkronos)
18-DIC-07 17:09
Lettera di Rampelli a Storace sul Messaggero del 14 luglio 2007
Chi è il buon Samaritano? Come si ama il tuo prossimo come te stesso? Domande che ci richiamano al Vangelo e alla Bibbia. Ma che rappresentano un quesito anche per chi fa politica e concepisce l'impegno sociale come una Missione. Per chiarire l'orizzonte della missione (religiosa e politica) ecco le parole del Papa Benedetto XVI. Un'anticipazione sul Corriere della Sera del suo libro 'Il mio Gesù'.
I doveri dei Cristiani Laici: il documento del Papa XVI
Dal Corriere della Sera del 14 marzo 2007
Foibe: Sansa, l'Italia è feroce, è ormai troppo tardi. Con me finisce il dialetto istriano "E' davvero molto tardi. La gran parte degli esuli e delle famiglie che hanno perso i loro cari non hanno avuto giustizia. L'Italia e' stata feroce, e la durezza ideologica comunista ha giocato un ruolo importante". Lo ha affermato Adriano Sansa, presidente del Tribunale dei Minori, ex sindaco di Genova in un'intervista al quotidiano 'La Stampa'. "Purtroppo il Pci ha avallato per tanto tempo l'idea che le persone uccise nelle foibe, o annegate o deportate e torturate, fossero fascisti - ha continuato Sansa - Anche la Dc, del resto, non ha coltivato quella memoria, rimasta in ostaggio dell'estrema destra. Ne conosciamo le ragioni: la guerra perduta, i problemi di politica estera, la presenza in Italia del piu' grande partito comunista d'Occidente; pero' le ragioni non bastano a lenire il dolore". Esprimendo apprezzamento per le parole del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, Sansa ha sottolineato che "potrebbe essere il segno che la memoria delle foibe e dell'esodo sta entrando nel costume, nella societa'. Pero' e' presto per dire che l'atteggiamento generale sia davvero cambiato, a sinistra. C'e' un'estrema fiorente e litigiosa - ha detto ancora - che mi pare ben chiusa nei suoi pregiudizi ideologici. Non dimentichiamo che per decenni gli storici hanno taciuto, l'Universita' e' stata sorda, sempre a causa di un indubbio condizionamento da sinistra. Queste cose non si cancellano in un giorno". "La generazione dell'esodo, intanto, sta scomparendo - ha concluso Sansa - con la mia, poi, finira' anche il dialetto istriano, quello che mi serve per pensare, quello che continuo a parlare con i miei fratelli che vivono all'estero".

Napolitano e la Giornata del Ricordo Prima "l'odio e la furia sanguinaria della pulizia etnica"; poi "la congiura del silenzio e l'amaro e demoralizzante oblio". Sul dramma delle foibe, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano esorta a "non tacere assumendoci la responsabilita' dell'aver negato o teso ad ignorare la verita', per pregiudiziali ideologiche e cecita' politica; e dell'averla rimossa, per calcoli diplomatici e convenienze internazionali". Il capo dello Stato lo sottolinea, celebrando al Quirinale il 'Giorno del Ricordo' e consegnando le medaglie commemorative ai famigliari delle vittime. Napolitano afferma con forza la necessita' di "ricordare l'imperdonabile orrore contro l'umanita' costituito dalle foibe ma, egualmente, l'odissea dell'esodo e il dolore e la fatica che costo' a fiumani, istriani e dalmati ricostruirsi una vita nell'Italia tornata libera e indipendente, ma umiliata e mutilata nella sua regione orientale. E va ricordata -sottolinea- la congiura del silenzio, la fase meno drammatica ma ancor piu' amara e demoralizzante dell'oblio. Quello del 'Giorno del Ricordo' e' precisamente un solenne impegno di ristabilimento della verita'". Il presidente della Repubblica, sulla scia dell'iniziativa voluta dal suo predecessore al Quirinale Carlo Azeglio Ciampi, conferma "il dovere che le istituzioni repubblicane sentono come proprio, a tutti i livelli, di un riconoscimento troppo a lungo mancato" per un dramma, quello delle foibe, che si tradusse in "una miriade di tragedie e di orrori" nonche' in "una tragedia collettiva: quella dell'esodo dalle loro terre di istriani, fiumani e dalmati; quella, dunque, di un intero popolo" al quale il capo dello Stato "a nome di tutto il paese" esprime "affettuosa vicinanza e solidarieta'. Non usa mezze parole il capo dello Stato per definire quello che "fu un moto di odio e di furia sanguinaria; un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri contorni di una 'pulizia etnica'. Di certo si consumo' nel modo piu' evidente, con la disumana ferocia delle foibe, una delle barbarie del secolo scorso". Barbarie sulla quale "le ricerche e le riflessioni degli storici si sono intensificate da un certo numero di anni a questa parte: si deve certamente farne tesoro -esorta Napolitano- per diffondere una memoria che ha gia' rischiato di essere cancellata e per trasmetterla alle generazioni piu' giovani, nello spirito della stessa legge del 2004". Oggi che "in Italia abbiamo posto fine ad un non giustificabile silenzio e che siamo impegnati in Europa a riconoscere nella Slovenia un amichevole partner e nella Croazia un nuovo candidato all'ingresso nella Ue, dobbiamo tuttavia ripetere con forza che dovunque, in seno al popolo italiano come nei rapporti tra i popoli, parte della riconciliazione che fermamente vogliamo e' la verita'", conclude il presidente della Repubblica. "E' stato molto bello quello che ha detto oggi il capo dello Stato, richiamando anche le parole del suo predecessore. E' possibile una memoria condivisa". Lo ha detto Gianfranco Fini, leader di Alleanza nazionale, a margine di una manifestazione tenutasi oggi a Milano in occasione "della giornata del ricordo delle foibe e dell'esodo", promossa da An. "E' doveroso per tutti -ha proseguito Fini- ricordare le vittime delle foibe, soprattutto ora che finalmente gli italiani conoscono una pagina di storia che per tanti anni e' stata negata e strappata". Secondo il numero uno di An ora "e' possibile, rispetto a qualche anno fa, avere una memoria che e' condivisa da tutti, tranne da qualche sacca di stalinisti fuori dal tempo o dai nostalgici"

 

Chiesa, matrimonio e coppie di fatto: quando la legge non fa il diritto...

Il relativismo e il positivismo giuridico sono due ''fattori disgreganti'' del matrimonio perche' considerano l'unione tra un uomo e una donna alla stregua di una ''mera formalizzazione sociale dei legami affettivi''. In un commento al discorso di papa Benedetto XVI alla Rota romana del 27 gennaio, l'Osservatore romano difende l'origine ''naturale'' del matrimonio e critica la ''riduzione del diritto alla legge''. Con il positivismo giuridico, spiega il quotidiano della Santa sede, ''l'ordine giuridico perde irrimediabilmente il suo ancoraggio a un quadro di valori condivisi che da se' solo e' in grado di garantirne e fondarne l'effettivo vigore''.

E in un simile ordine giuridico, avverte il quotidiano del Vaticano, ''tutto diventa possibile'' e ''tutto dipende soltanto dalla volonta' di un legislatore incondizionatamente sovrano''. ''Dove invece si riconosce che il diritto nasce non dall'arbitrario volere d'un legislatore sovrano ma all'esito d'un lungo e complesso iter storico profondamente radicato nelle ragioni fondanti dell'istituzione ordinata -spiega l'Osservatore romano- le soluzioni resteranno pur sempre ancorate, naturalmente, verrebbe fatto di dire, a un oggettivo quadro di valori alla cui osservanza lo stesso legislatore non potrebbe non sentirsi vincolato''.

''Nel tessuto d'una siffatta esperienza giuridica il compito del giudice appare chiaramente segnato. Come al legislatore compete di trapiantare nell'ordine giuridico i valori che fondano l'istituzione, cosi' a chi esercita la giurisdizione -osserva il quotidiano- spetta di tradurre le norme legislative in ordini destinati a governare le concrete situazioni oggetto di giudizio senza in nulla contraddire le ragioni che fondano il sistema normativo e i suoi principi''. 

''Proprio in questo contesto il Papa ha collocato la riflessione proposta alla Rota Romana, affermando chiaramente -ricorda l'Osservatore romano- che 'l'intero operato della Chiesa e dei fedeli in campo familiare deve fondarsi su questa verita' circa il matrimonio e la sua intrinseca dimensione giuridica'. Giacche' solo muovendo da questa premessa si potra' evitare il rischio che 'la mentalita' relativistica, in forme piu' o meno aperte o subdole' possa 'insinuarsi anche nella comunita' ecclesiale'''.

''Questo comporta e impone che la funzione giudiziaria all'interno dell'ordinamento giuridico della Chiesa venga esercitata tenendo costantemente presente la 'dimensione intrinsecamente giuridica del matrimonio' cosi' come la Chiesa da sempre la ha intesa e la intende. E non esclude affatto per il giudice il dovere d'esser quotidianamente attento a quanto nella societa' accade. Quel che conta -sottolinea il quotidiano del Vaticano- e' che il giudice renda giustizia 'applicando costantemente l'ermeneutica del rinnovamento nella continuita' e non lasciandosi sedurre da vie interpretative che implicano una rottura con la tradizione della Chiesa'''.

''Forte di questa fedelta' (ferma, ma non bigotta) alla sua antica tradizione -sottolinea l'Osseratore romano- l'ordine giuridico della Chiesa sara' in grado di rendere un servizio non piccolo alla societa' civile, spesso tentata di confondere l'immancabile attenzione alla storia con la previa rinunzia ad esercitare la propria funzione normativa in coerenza con un irrinunciabile quadro di valori oggettivi''.

Tokyo: Istitituto italiano di Cultura, quel 'rosso' che offende i morti

L'archistar Aulenti poco rispettosa della cultura locale...

Non c'e' occasione pubblica in questa visita giapponese di Massimo D'Alema in cui non si riproponga, oggi in chiave quasi kafkiana, la questione che sembra stare piu' a cuore agli abitanti di Tokyo: il colore rosso scelto da Gae Aulenti per la facciata dell'Istituto di Cultura Italiana nella capitale nipponica. Ospite del Japan Press Club, D'Alema aveva appena pronunciato un discorso di una ventina di minuti illustrando le linee principali dell'azione diplomatica italiana nella scena internazionale e nel continente asiatico quando - durante lo spazio dedicato alle domande dei giornalisti giapponesi - ha preso la parola un distinto signore sull'ottantina. Monopolizzando il microfono per abbondanti 15 minuti e mettendo a dura prova la platea, l'uomo - Tsuneo Watanabe, presidente onorario del quotidiano ultraconservatore Yomiuri e dirimpettaio dell'Istituto realizzato dall'Aulenti - ha esposto al ministro ''il grave problema'' che affligge gli abitanti del quartiere di Chiyoda dove sorge il palazzo incriminato. A poca distanza dal santuario di Yasukuni dove riposano gli spiriti di 3 milioni e mezzo di soldati morti in guerra. Alcuni abitanti del quartiere ritengono che la scelta cromatica fatta dall' architetto italiano rechi offesa alla sacralita' del luogo. ''Il rosso della facciata dell'istituto e' grottesco. Rovina le relazioni amichevoli tra Italia e Giappone. Crea un danno fisico riflettendosi attraverso i vetri nelle case del palazzo di fronte arrivando perfino a tingere di rosso i fogli di carta'', ha incalzato Watanabe tentando di convincere il ministro che non e' la riforma del Consiglio di sicurezza dell'Onu l'unica bestia nera delle relazioni diplomatiche con Tokyo. ''Distinguo il mio parere personale da una questione che certamente e' esaminata da noi con attenzione'', ha esordito D'Alema precisando subito che, per il suo gusto personale, ''il palazzo e' molto bello''. ''Sono un ammiratore della Aulenti che e' uno degli architetti piu' prestigiosi, autore di numerose opere nel mondo e questa sembra essere una delle sue piu' significative''. Di fronte all'espressione insoddisfatta di Watanabe, D'Alema ha aggiunto: ''Nessuno ha avuto l'intenzione, meno che mai l'autrice, di recare offesa a un sito che ha un cosi' grande significato per i giapponesi. Il progetto e' stato sviluppato nel pieno rispetto delle leggi e dei regolamenti. Non e' certo una costruzione sorta in modo improvvisato''. ''Noi comunque - ha rassicurato D'Alema - al di la' del rispetto delle normative e dei permessi esaminiamo con molta serieta' il rilievo mosso da alcuni abitanti del quartiere ma, da noi, il governo non puo' decidere queste cose perche' esistono norme in materia di diritto d'autore. L'opera di un grande architetto e' come un quadro, si deve trovare una soluzione concordata con l'autrice nel rispetto del diritto d'autore. E' un principio - ha concluso D'Alema - che non puo' essere violato dall'autorita' politica''. La scelta cromatica dell'architetto Aulenti per la facciata dell'Istituto Italiano di Cultura a Tokyo, inaugurato nel 2005, ha scatenato una ''battaglia di quartiere'' che va avanti da tempo ed e' sostenuta da una minoranza della popolazione residente. Il terreno su cui sorge l'edificio era stato regalato all'Italia da un barone giapponese, circa 200 anni fa, in uso perpetuo. L'Italia ha fatto fare i lavori ad una societa' giapponese, la Kajima, che adesso ha la proprieta' dell'immobile nel quale l'Istituto occupa il sotterraneo ed il primo piano.

 

La Regina Elisabetta buongustaia: premiato chef italiano

La regina Elisabetta ha premiato il piu' famoso chef italiano di Gran Bretagna: Antonio Carluccio, commendatore in patria, puo' adesso vantarsi di appartenere all'Ordine dell'Impero Britannico. L'onorificenza 'OBE' gli e' stata assegnata ''per i servizi resi all'industria britannica dell'ospitalita'''. Gliel'ha consegnata ieri sera Tessa Jowell, ministro della cultura, durante una fastosa cerimonia nei saloni dell'ambasciata d'Italia a Londra. Per molti versi Carluccio - nato a Salerno nel 1937 - e' diventato il simbolo piu' popolare della cucina tricolore nel Regno Unito dove e' sbarcato nel 1975 dopo aver lavorato parecchi anni ad Amburgo come mercante di vini. La sua ascesa nel mondo culinario londinese e' incominciata irresistibile nel 1989 quando ha presto in gestione un ristorante di Neal Street, nella zona di Covent Garden. Una serie di trasmissioni in tv sulla cucina 'made in Italy' lo ha reso celebre presso i telespettatori di Sua Maesta' e la notorieta' - rafforzata dalla pubblicazione di molteplici libri di ricette - gli e' stata utile per il lancio alla grande di una catena di bar-ristoranti - I ''Carluccio's Caffe' - a Londra e nel resto della Gran Bretagna. All'inizio della cerimonia per il conferimento dell'onorificenza l'ambasciatore d'Italia Giancarlo Aragona ha lodato Carluccio per il suo ruolo di ''ponte'' tra Italia e Gran Bretagna. Da parte sua lo chef ha ringraziato l'ambasciatore per aver inserito la cucina della Penisola tra le realta' da promuovere nel Regno Unito. |''Sono immensamente orgoglioso - ha sottolineato lo chef - che gli sforzi per la diffusione dell'autentico stile di vita italiano abbiano portato a questa meravigliosa onorificenza''. Dopo il conferimento dell'Ordine dell'Impero Britannico la ministro Tessa Jowell e gli ospiti si sono trasferiti dai saloni del secondo piano della residenza a quelli del primo piano dove hanno terminato la serata con una sontuosa cena-buffet all'altezza dello chef festeggiato.

La California parla Italiano

La California spalanca le porte all'insegnamento della lingua italiana, firmando un protocollo d'intesa con l'Italia che viene ritenuto l'accordo di piu' vasta portata fino a oggi sottoscritto con uno stato americano. Con una cerimonia a Sacramento, la capitale dello stato guidato da Arnold Schwarzenegger, il console generale d'Italia a San Francisco, Roberto Falaschi, ha firmato il documento insieme al sovrintendente Jack O'Connell, che guida il California Department of Education, l'amministrazione statale che si occupa di educazione. In uno stato con 43 milioni di abitanti e dove la lingua italiana riscuote gia' un grande interesse - 108 corsi nelle scuole pubbliche vengono frequentati oggi da 3.200 studenti -, il futuro dell'insegnamento viene ritenuto roseo. ''E' un accordo straordinariamente importante - ha detto il console Falaschi - che apre grandi possibilita' di cooperazione tra due grandi stati, la California e l'Italia. Siamo sicuri che questo e' solo l'inizio e che permettera' di supplire all' attuale difficolta' di trovare insegnanti qualificati della nostra lingua in questo grande stato. Mai l'Italia e la California sono state cosi' vicine sul piano educativo''. Il protocollo d'intesa prevede la collaborazione per l'assunzione di docenti madrelingua formati in Italia e programmi di formazione estiva in universita' italiane per gli insegnanti di italiano in servizio in California. Inoltre, e' prevista la partecipazione di docenti californiani a corsi d'italiano online e la realizzasione di un concorso per gli studenti californiani, intitolato 'Scrivo in italiano'. Un Centro di documentazione per l'insegnamento dell'italiano sara' poi realizzato alla University of California a Los Angeles

(Ucla).

 

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Ciao Paolo

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Caro Poldo,

il tempo potrebbe ricucire questa ferita, la disperazione della tua scomparsa, ma intanto mi assalgono pensieri che ti imbarazzeranno oltre ogni misura. Posso scriverli? Posso parlare di te ai nostri ragazzi? Storcerai il naso, girerai la testa dall'altra parte, fugacemente e un po' stizzito - per niente convinto - annuirai controvoglia, giusto per non doverne discutere. E il tuo silenzio sarà emblematico. Decido di darti un dispiacere perchè sarebbe un non-senso avere per stella polare l'etica dell'esempio e poi nasconderti al mondo, finendo magari per aggrapparsi a lontani miti cavallereschi, a epici novecenteschi combattenti nazional rivoluzionari, a nomi e storie troppo distanti per essere commestibili oggi e qui. Ignorarti: non se ne parla, anche se lo preferiresti, ma sarebbe uno spreco, un'occasione mancata. E poi dove starebbe la differenza tra il non parlare per discrezione da quel silenzio colpevole di tanti "amici" che hanno conosciuto l'agognata stagione della destra di governo anche grazie a quelli che, come te, l'hanno costruita pezzo per pezzo, salvo poi dimenticarti per questioni di piccola bottega? Ti prometto che quando ci rincontreremo sarò semplicemente tuo amico, ti farò regali di compleanno fino a seppellirti, prenderemo il mare con il 470 di tuo fratello e affronteremo il vento fino a stancarlo. Ma adesso devo raccontare di te ai Paolo Colli di domani..

 

Caro Poldo,

 

quando inventammo Fare Verde di ecologia parlavano in pochi. Per il Fronte della Gioventù di Roma la sua nascita era un'occasione per estendere la propria azione politica, per noi era qualcosa di più, un modo di essere, una missione, una passione autonoma e dirompente. La natura come l'altra faccia del sacro, la sua conservazione vista non con il calcolo opportunistico del materialista ma con il romanticismo della sensibilità e del sentimento.

 

Non ci volle molto a convincerti che era giunta l'età della maturità, che era giusto guidare un'organizzazione e non limitarsi a essere un bravo attivista.

 

Così il "vecchio covo" di Colle Oppio ti spedì in missione per potenziare il progetto di una destra diversa, meno esibizionista e muscolare, più trasgressiva, disobbediente, sperimentatrice, comunitaria. La metapolitica fu il vero fattore accelerante, l'unica concreta novità, con cui il Movimento sociale si trovò a fare i conti preparando la strada ad Alleanza nazionale.

 

Non fosse stato per quelli della tua specie staremmo ancora con un piede alla Farnesina e uno nella Santiago di Pinochet. Le rivoluzioni son fatte così... non stanno in piedi per chi le conduce, ma grazie a chi le costruisce nell'ombra.

 

Iniziò dunque il tuo periglioso viaggio tra energia nucleare e ciclo dei rifiuti, inquinamento atmosferico e risparmio idrico, tutela dei monumenti e salvaguardia del paesaggio, Ogm e prodotti tipici, pulizia degli arenili d'inverno e interventi di protezione civile tra gli alluvionati, i terremotati, i profughi di guerra, i popoli affamati dell'Africa nera.

 

A proposito di nero, non ti ho mai visto con una camicia bruna, mai impettito in un saluto romano, nè irrigidito in un gesto esteriore: camicie a quadretti, magliettacce da lavoro, jeans preistorici, sottomarche della superga ai piedi, borse di juta, agende in carta riciclata, sacchetti di compost a portata di mano. Finchè il lavoro te lo ha consentito sei stato un appassionato fruitore di bici, compagno di pedalate dei circoli Fiamma, poi hai ceduto - di tanto in tanto - alla giacca e alla cravatta, e ti sei ingentilito su uno scooter. Nessuna metamorfosi, intendiamoci, il patto era "non cambiare" e tu l'hai onorato fino in fondo.

 

 

Si potrebbe pensare a te come a un conferenziere, un intellettuale politicamente corretto con una carica associativa primaria da mettere in mostra: il presidente di Fare Verde. Quanti nostri militanti crescendo hanno finito per perdere la loro energia vitale e si sono ritrovati, sì, in giacca e cravatta, ma a fare i burocrati? Nessuna differenza tra il quindicenne Paolo Colli fiduciario del Fronte nel rosso Liceo classico "Socrate" e il quarantenne vicedirettore dell'Arpa Lazio e fondatore di Fare Verde. Per i politicanti non è un complimento, per loro la legge è un'altra: cambiare, fino a rinnegare se stessi, per fare carriera. Sono poche le persone speciali che credono in ciò che fanno e non sono disponibili a tradire per arrivismo.

Ti sei arrampicato anche tu, vero, fin sopra le vette ferite dai piromani per spegnere i fuochi della speculazione e delle mafie locali.

Hai dato un senso ai maniaci della mimetica, ridicoli in città, giusti in mezzo ai boschi e tra i sentieri.

Hai vinto la pluriennale lotta contro i nettaorecchie in plastica che mandavano in tilt i depuratori, guidato la battaglia per l'energia pulita con presidi, picchetti, comizi, sbugiardato il finto neutralismo del primo movimento ambientalista spaccando assemblee popolate da gruppettari ed estremisti e rischando che qualcuno ti spaccasse la testa.

 

 

Sei sempre stato coraggioso, a volte incosciente, certamente temerario: dalla tua posizione si vedeva sempre in faccia l'avversario, mai le spalle di qualche amico.

Non conoscevi la "seconda fila" e quando bisognava portare a casa la pelle mancavi sempre all'appello.

Generoso oltre ogni limite, cattolico per indole oltre che per fede. Chissà se l'uranio impoverito si è frapposto tra te e i bimbi cui hai portato conforto, gli attuali attivisti di Fare Verde Kossovo. Non c'è stato tempo per indagare, per curarsi, per rimettere la vita nel verso giusto, il padiglione dell'ospedale in Nigeria aspettava le tue attenzioni. Ora porta il tuo nome.

Sapessi quanto si sente la tua mancanza laggiù, sul fronte sinistro del campo di battaglia dove i tuoi ragazzi menano fendenti per non lasciar passare il nemico che ti ha visto cadere dalla sella, e vorrebbe approfittarne.

 

 

Non ce la farà, non sa che la tua caduta è stata solo un'illusione ottica, che tu sei noi, Poldo, e quel buco nello schieramento si è subito rimarginato. L'esempio che hai dato in vita irrompe e fa proseliti.

Uno di questi ha occhi vispi e capelli chiari, nuota come un pesce e suona il flauto, adora il suo papà e ruba esperienze di vita dai cassetti disordinati di un uomo che non si è mai voluto celebrare. E' insolente come te, "cialtrona" come te, cocciuta come te. Sembra tua figlia.

 

Caro Poldo, nel 1980 eravamo in due, le inchieste su Bologna avevano fatto il vuoto a Roma. Dio quanto siamo cresciuti!

 

Quanti siamo, come siamo tenaci nel tentativo di non trasformarci in burocrati inanimati al pari di tanti grigi burattini di partito. Però ti confesso una cosa: stavolta mi hai fatto davvero incazzare.

 

Salutami il Macedone, Nicola Pasetto, Almerigo Grilz, Marzio Tremaglia, Marzio Tricoli, Giovanni Blini, Paolo, Toni e tutti gli altri. Nel tempo libero fateci ombra con un'ala e riparateci... almeno dai colpi alle spalle.

Che il rumore della tua batteria possa evocare il rullio dei nostri tamburi e il cielo di ogni nostra battaglia possa avere il colore dei tuoi occhi... Fino alla vittoria.

 


 

 

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El Alamein

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El Alamein: breve diario di bordo

di Fabio Rampelli

Alla fine partiamo. Mi raccontano delle preoccupazioni di alcune mamme per i figli, che avevano deciso di volare in Egitto, a causa della crisi internazionale. Le voci di un attacco ormai imminente da parte di Stati Uniti e Gran Bretagna all'Iraq e il conseguente trambusto nel mondo islamico procurano ansie comprensibili. Gli organizzatori sono solerti, i contatti con il console italiano ad Alessandria costanti, tesi proprio a capire se esista una soglia di rischio nell’avventura verso El Alamein. Poi la conferma della partenza, il veloce affastellarsi dei bagagli, il controllo dei documenti e le pratiche d’imbarco, gli sguardi complici tra persone che ? per buona parte ? neppure si conoscono tra loro, i saluti di rito e il volo.

Nella passeggiata sopra le nuvole viene narrata una storia triste, ma necessaria. Quella di decine di migliaia di ragazzi in divisa che i governi italiani del dopoguerra hanno voluto occultare, come fossero elemento di vergogna per il nostro popolo e il nostro esercito. Il racconto della disparità di armamenti tra le forze in campo, le altalenanti vicende belliche, le compagnie italiane schierate, il rapporto con gli alleati tedeschi e quello con i nemici, le condizioni logistiche proibitive, l’avanzata, la ritirata, l’epilogo.

Quattro torpedoni per un equipaggio complessivamente composto da centocinquanta persone, più le guide e la sorveglianza, sfilano dall’aeroporto diplomatico ad Alessandria d’Egitto e poi, l’indomani, dall’albergo a El Alamein.

C’è giusto il tempo di annusare l’aria e di osservare il movimento caotico di una città passata dalle antiche glorie a uno sviluppo urbanistico moderno, ossessivo e abnorme, proiettata su un lungomare suggestivo e interminabile, ma poi aggrovigliata in una serpentina di vie e vicoli delineati da palazzoni uniti gli uni agli altri senza rimedio. Il traffico, intenso e confuso, offusca ogni fantasia esotica legata al nord Africa e, anche il clima, ci riconduce più a una città europea che al delta del Nilo. La stanza d?albergo sembra la lanterna di un faro, per la sua altezza sul mare e la sensazione di ‘dominio del golfo’ che trasmette. Soprattutto all'alba, quando di ottima lena ricomponiamo i bagagli per dirigerci al sacrario dei caduti italiani, 120 km verso la Libia, lungo la costa. Il tempo volge al peggio, il cielo appare burrascoso e segnato dal vento.

D’improvviso tutto cambia: il paesaggio, i sapori, i colori, l’atmosfera. A 5 km circa dal sito le guide egiziane vengono sostituite da narratori italiani: scelta giusta quella di non far raccontare agli stranieri quello che accadde 60 anni fa nel nord Africa. E’ storia d’Italia.

Infine scendiamo, ci incolonniamo dietro una bandiera tricolore immensa e gioiosa e, in compagnia del silenzio, ci dirigiamo prima alla moschea dove sono sepolti gli ascari libici che perirono per l’Italia, poi a quota 33, infine al sacrario, bianco e suggestivo nel suo desiderio di prendere il volo e attraversare il cielo.

Le nuvole improvvisamente si mettono a correre, lasciando ampie licenze al sereno, il vento prima discreto e alto, ora prende a girarci intorno, infilandosi nelle camicie e negli zaini, entrando nelle fessure della lieve altura, ruotando tra i monumenti ed emettendo suoni come sibili umani. Il nostro silenzio fatica ad affermarsi, mentre di tanto in tanto qualche ragazzo alza la voce e legge testimonianze di atti d’eroismo noti agli storici più attenti, ignoti al nostro popolo. Qualche brivido corre nelle nostre schiene, mentre le file si serrano e ciascuno si trova sull’attenti senza che ci sia bisogno di un comando nè di un richiamo. Nessuna parola, solo intese e uno spirito comune. Pugno chiuso sul cuore, a concentrare la forza umana sul simbolo del sentimento e della passione, l’inno di Mameli che insorge a sciogliere il groppo alla gola. Pausa. Crescendo, L’Italia chiamò. Sì.

La memoria non si può cancellare, essa riaffiora dopo anni e dopo secoli, e tutto travolge. L’offesa di chi ha voluto dimenticare il sacrificio di decine di migliaia di ragazzi è finalmente ricoperta da quella sabbia docile, mentre dalla stessa riaffiora il sorriso di quanti hanno fatto il loro dovere e s’attendevano riconoscenza, solidarietà, comprensione. Quando i reduci di El Alamein giunsero nella madre patria, spesso dopo una lunga prigionia nei campi inglesi, pensarono che la loro nazione sarebbe stata pronta ad accoglierli, a festeggiarli, dopo quel terribile calvario percorso in nome della patria. Niente di tutto ciò. Sguardi assenti, freddezza, disinteresse, spesso perfino vergogna. Scusate ragazzi di El Alamein se qualcuno, anteponendo l?ideologia alla dignità nazionale, ha infangato la vostra morte, offuscato il vostro eroismo, trafitto per la seconda volta il cuore delle vostre famiglie. Noi siamo venuti qui per non dimenticare, per ricomporre la comune memoria storica, per inchinarci di fronte al valore e all'’amore di chi ha donato il bene pi? prezioso. Da oggi non sarete più soli. Torneremo a osservare questo deserto dai colori caldi, a immaginare ogni gesto di quella battaglia, ad accompagnare qui altri giovani e altre famiglie affinchè il vostro esempio possa trasmettersi. E quando il sole tramonterà nelle nostre città e l’aria si farà magenta, quando l’umidità sembrerà sabbia anzichè foschia, ci verrà in mente quel candido sacrario spinto verso il mare, nel deserto egiziano.

Ognuno cerca uno scorcio da portarsi dietro, si riempiono le ampolle di terra, poi si saluta il maresciallo di guardia e il console. La bandiera si ripiega e, sospinti dagli accompagnatori, riguadagniamo i pullman. Ancora una sosta, dopo un chilometro, al cippo dove campeggia il monito: ‘Mancò la fortuna ma non il valore’. Foto di rito, caotica e allegra, quanto basta per riscaldare con il calore umano una lapide rimasta intirizzita per decenni. Tutti gli si fanno intorno, gli montano sopra, l’abbracciano. Poi il volo, quasi in silenzio, con la testa altrove e lo sguardo giù. Ora ci sentiamo più belli di ieri.