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Ricordando El Alamein

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Ricordando El Alamein

Il 13 dicembre 2006 ci ha lasciato Telino Zagati, uno dei 'leoni' della Folgore. A comunicarcelo è stato il figlio Luigi, che con il padre, ogni anno, compiva un viaggio nel sacrario italiano per onorare i tanti combattenti caduti nella battaglia. Ricordarlo è per noi un dovere, umano e spirituale, soprattutto perchè il destino ha voluto che proprio al Cairo, dove si era recato in viaggio, fosse coinvolto in un incidente per entrare in un coma dal quale non si sarebbe più ripreso. Telino si è salvato dagli attacchi Inglesi per soccombere in tempo di pace negli stessi luoghi, una beffa ma, forse di più, un segno per dimostrarci che certi legami non possono cessare nè cesseranno mai. Resterà, anche da lassù, il leone che l'Italia ha conosciuto. Che aiuti la nostra Patria ad avere la carità, il perdono e la benevolenza di Dio.

La Comunità

 
L'Associazione culturale 'Carpe diem' ci ha gentilmente concesso il testo integrale dell'opuscolo pubblicato in occasione del viaggio a El Alamein, organizzato in collaborazione con la Provincia di Roma. Lo mettiamo in rete insieme ad alcuni altri spunti su quella memorabile pagina di eroismo scritta dai nostri soldati, unitamente alle suggestive immagini della guerra del '42 scovate in archivio e a quelle della recente visita culturale al Sacrario dei caduti italiani.

 

 

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Diario di viaggio

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DIARIO DI VIAGGIO

El Alamein

….Caldo, caldo… cerco di aprire al massimo la bocchetta dell'aria ma inutilmente, è già al massimo. Non funziona, non esce un filo d'aria. Allungo i piedi più che posso e mi stiracchio guardando se anche gli altri passeggeri hanno lo stesso problema. No! Solo il mio non funziona.
La mia solita sfortuna….Guardo fuori dal finestrino e, sotto di me solo nuvole. Una distesa bianca, abbagliante, come se fosse zucchero filato. Mi asciugo col fazzoletto il sudore che comincia a scivolarmi giù dalle tempie e nello stesso momento mi rivedo, mentre stavo sugli attenti davanti al tricolore, il volto bagnato dalle lacrime che non riuscivo a trattenere. Il "silenzio" fuori ordinanza, che mi trapassava il cuore ad ogni nota. Musica dolcissima e straziante in quel momento, ed io, fermo, immobile come quell'infinità di lapidi in marmo bianco tutte intorno a me. Su molte c'era scritto: " ignoto" , quante ce n'erano così! Quanti poveri ragazzi erano caduti su quella sabbia arroventata senza neanche la consolazione di avere almeno scritto il proprio nome sulla tomba! Mi dovrei vergognare a lamentarmi del caldo che sento sull'aereo che mi riporta a Roma, dopo aver visitato finalmente El Alamein, mentre me ne sto cullato dal ritmo sordo dei motori e dalla leggera vibrazione della carlinga. Chissà quanto hanno patito e sofferto durante la permanenza in quel deserto bianco e soffocante i miei camerati? Si camerati. Mi sento uno di loro, da sempre mi sono sentito parte di loro. Sono un parà, perché quando lo si è stato, lo si è per sempre. Ho sentito parlare della "Folgore" del "Pavia dell' "Ariete" da quando ero bambino. Ho letto tanto su di loro, e ancor oggi trovo racconti e storie che non conosco. Gli equipaggiamenti, gli armamenti, le vettovaglie, tutto era diverso, fra l'Africa Korp e i nostri soldati, in tutto erano superiori, fuorché nell'ardimento. Specialmente negli ultimi mesi, con i pochi rifornimenti che arrivavano, le sofferenze per i nostri ragazzi sono state veramente enormi. Erano come abbandonati a loro stessi, eppure quando si è reso necessario combattere, l'hanno fatto. Bottiglie incendiarie, mine trasportate e messe sotto i carri inglesi mentre i cingoli li sfioravano, sollevando nuvole di sabbia che impediva loro quasi di vedere quello che facevano. Mi sembra di sentire la puzza della nafta incombusta mista all'odore acre della polvere da sparo, lo sferragliare tremendo dei cingoli, che girano velocemente quasi a cercarti per prenderti e martoriarti le carni schiacciandoti come un insetto. Vedevo e sentivo tutto questo mentre me ne stavo sull'attenti, ascoltando le note della tromba che diffondeva, tutto intorno a me, il "Silenzio" ma, sentivo anche le urla, sentivo le grida di tutti quei soldati che, per 60 anni, sono stati in silenzio, in attesa di un riconoscimento ufficiale, non solo di chi li ha sempre onorati e considerati eroi, ma anche di coloro che hanno fatto di tutto per seppellire per sempre, sotto la sabbia, pagine e pagine di eroismo, di coraggio, di abnegazione per la nostra Patria. Io non li dimentico, e come me, tanti non dimenticheranno mai questi ragazzi. Io li onoro! Ho preso della sabbia ad El Alamein, e l'ho portata con me, sabbia che tanto li ha fatti soffrire, sabbia che hanno arrossato con il loro sangue, sangue che avrebbe potuto essere il mio La terrò come una reliquia e la mostrerò ai miei figli e ai figli dei miei figli, raccontando loro cosa hanno fatto e perché, affinché anche loro li onorino, così come meritano… Scusate signore gradite un caffè?… Una hostess sorridendomi mi porge il vassoio con un bricco pieno di caffè… Si turba un poco vedendomi il viso bagnato e gli occhi arrossati ma, non dice niente… Si grazie - rispondo - Sono tutto sudato. La bocchetta dell'aria non funziona e… se il caffè fosse freddo, con tutto il caldo che ho … Mi passo la mano sugli occhi e sul viso, asciugandomi le lacrime mentre sbuffo, per farle capire che quello che vede sul mio volto, non sono lacrime, bensì sudore.

Franco Fusillo

Grazie On. Fabio Rampelli per l'opportunità che mi hai dato. Ho vissuto 48 ore indimenticabili marcati a fuoco dentro il mio cuore

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Opuscolo del viaggio

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El Alamein, 22-23 febbraio 2003

"L'Ariete non era più una somma di carri e di cannoni,
ma un'unità spirituale fatta di quanto di eroico
vive nell'anima di ognuno, dal generale all'ultimo soldato"

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Un popolo senza passato non ha futuro. Ricordare significa seminare la pianta della libertà, riannodare il filo con chi ci ha preceduto, comprendere e amare. Ricordare significa non dividere più la storia in 'pagine memorabili' e 'appunti insignificanti', ma ripercorrere i drammi, i sentimenti, le passioni di chi ha legato il proprio destino a quello della propria terra. Per troppo tempo dalla nostra storiografia sono state scritte pagine di autentica discriminazione nei confronti di cosiddetti 'morti scomodi', stilate classifiche postume tra soldati 'buoni' e 'cattivi', nascoste stagioni di eroismo italiano o eccidi efferati solo perché non conformi con la manipolazione fatta dalla cultura postbellica. 

Così è accaduto l'inverosimile: nel tentativo di elidere le imprese eroiche di centinaia di migliaia di giovani che avevano scelto la 'parte sbagliata' o che avevano combattuto con spirito di abnegazione e senso del sacrificio la guerra in nome e per conto della patria, si è cancellato il tratto dominante, più riconoscibile e radicato, più appassionante e disposto all'emulazione, della nostra identità e della nostra memoria.

Così noi torniamo qui, a El Alamein, dove sono morti i nostri padri. Perché quei ragazzi coraggiosi che lasciavano le buche per compiere disperate scorribande militari contro i nemici dell'Italia, quei giovani infiammati dall'orgoglio nazionale che si lanciavano in assalti all'arma bianca contro i carri inglesi, oggi sarebbero stati padri e nonni. Avrebbero avuto una vita 'normale', come la nostra, avrebbero esercitato una professione, insegnato a scuola, lavorato in fabbrica, avrebbero avuto relazioni sociali, educato dei figli, conversato con i loro coetanei. Chissà se l'Italia, quella delle stragi e dell'odio fratricida, quella del Trattato di pace e della 'resa' di Osimo, l'Italia bugiarda e furbetta della guerra fredda, chissà se sarebbe stata la stessa se fossero rimasti in vita i 17.000 soldati di El Alamein, i 20.000 affondati dalla flotta alleata nel Mediterraneo, le centinaia di migliaia di volontari del fronte dell'est, delle campagne d'Albania, di Grecia, d'Africa o quei folli e temerari che scelsero di morire con la divisa della Repubblica sociale. Chissà… Si tratta di una domanda invasiva per la nostra coscienza nazionale, niente affatto nostalgica, una domanda dalla risposta ineludibile: no. E l'ideologia non c'entra, non è questo il punto. Né vogliamo preconizzare che sarebbe stata più di destra e meno filo-comunista: si tratterebbe di una penosa e inaccettabile strumentalizzazione. Alcuni tra quanti sono sopravvissuti alla guerra sono diventati partigiani. 'Migliore', semplicemente, sarebbe stata migliore. Meno avvezza al tradimento, meno accomodante e disposta all'opportunismo e alla menzogna; si sarebbe distinta per senso dell'onore, avrebbe avuto pena per i suoi figli morti e li avrebbe onorati per non disonorarsi, avrebbe stretto i denti non solo per guadagnarsi un pezzo di pane, ma anche per difendere la propria anima. Sarebbe stata 'migliore' perché quelli che muoiono in battaglia erano e restano la punta di diamante di un popolo, i 'migliori' appunto. Coloro i quali non si imboscano, affrontano la vita con i suoi pericoli, sentendo e vivificando il senso d'appartenenza che lega una persona all'altra fino a far vivere un villaggio, una comunità, una nazione, che in nome del destino comune sono pronti a sacrificare il proprio. Che errore colossale, per un'astratta ideologia, volerli sotterrare nella sabbia dorata del deserto, celarli a quei fratelli per i quali comunque erano diventati martiri. Dal 1945 a oggi l'Italia è più povera perché ha perso i suoi figli 'migliori', senza neppure saper fare tesoro del loro sacrificio. Un'Italia che ha conquistato la democrazia dopo gli anni della dittatura, che ha visto fiorire le libertà fondamentali della persona, sconfitto una cultura razzista che non si era ancora radicata nel popolo ma che aveva già assunto le sembianze delle leggi del 1938. Con il privilegio di una riflessione libera, possiamo oggi affermare che il totalitarismo degli anni trenta ha lasciato affermare una prima Repubblica democratica ma infida e sleale, che ha ucciso spiritualità e patriottismo, incapace di far sentire i suoi figli, fascisti o antifascisti che fossero, semplicemente e orgogliosamente italiani. 
Noi torniamo qui. I nostri padri ci sono stati per decenni: "pellegrinaggio a El Alamein", così si chiamava. Vento caldo, inquadramento e, talvolta, saluto romano… una scarica di emozioni deflagrava nel cuore. Fuori di loro, nella cerchia esterna al reducismo esclusivista, nessuno li capiva. Erano soli. Noi non siamo qui a fare saluti romani ma, grazie a quella testardaggine che ha lasciato vivo il ricordo per sessant'anni, possiamo permetterci molto di più: noi siamo qui a giurare che ricomporremo la nostra memoria fino a costruire una 'storia condivisa', che sapremo onorare i nostri caduti, che non consentiremo più di anteporre l'interesse di partito a quello della patria, dimenticare - per calcolo idiota e sballato - chi ha versato il sangue in tributo dei vivi, per senso del dovere o per amore. Di chiunque si tratti e qualunque sia il colore della casacca che porta in dosso.
Silenzio adesso. Torna l'Italia virtuosa, tenace, pronta di nuovo a soffrire e capace di grandi slanci romantici. Porta il nome dei morti che resuscitano nell'atto della nostra presenza, garantendosi l'immortalità della storia, è solida negli sguardi profondi dei più anziani e dinamica sulle gambe dei più giovani che dovranno trasmetterla.
Nessun nostalgismo per il vecchio regime, davvero nessuno. Semmai nostalgia dei buoni sentimenti e dei valori sacri su cui si sono formate generazioni e generazioni. Ecco, siamo venuti a celebrare l'amore ritrovato di quei ragazzi - che nessuno osi più disperderlo - più che il loro valore militare. Un amore che non conosce nazionalità perché si fonda sul legame di un popolo con la sua terra, lo stesso degli inglesi, dei tedeschi, degli australiani, e parla il linguaggio universale dell'onore, della fede, del dovere. Per quanto ci si possa sforzare di spazzarli via, i valori tradizionali attraversano i secoli e riaffiorano dalla sabbia, perché sono radicati nel passato remoto, guardano sfilare il presente, costituiscono le fondamenta del futuro. Ecco, noi torniamo qui, perché qui si rigenera il futuro.

EL ALAMEIN

Con animo leggero, in punta di piedi e con spirito di esploratori, ci accingiamo a percorrere il nostro viaggio della memoria attraverso le pietre del sacrario di El Alamein, la torre bianca che custodisce le ossa degli italiani caduti in una delle battaglie più imponenti della seconda guerra mondiale. L'esito dello scontro, in questa sperduta stazione egiziana in mezzo al deserto, si sarebbe rivelato decisivo per le sorti future del conflitto. Una sterminata bibliografica ricostruisce e analizza le singole tappe delle alterne battaglie che incendiarono quei mesi, a cavallo tra giugno e novembre del 1942. Ma El Alamein è impresso nella memoria di ciascuno di noi non solo per la sua strategica centralità nella guerra in corso né solo per l'eccezionale statura dei comandanti contrapposti, Erwin Rommel e Bernard Law Montgomery, quanto per il comportamento irripetibile dei soldati italiani nella difesa coraggiosa della posizione in uno dei terreni più difficili e inospitali fino ad allora conosciuti. 
La storiografia ufficiale, fatta salva qualche rarissima eccezione, ha totalmente trascurato la dimensione etica e simbolica privilegiando la ricostruzione militare in chiave filo-britannica o l'epopea dell'efficienza tedesca, ignorando il coraggio e il valore senza pari dei soldati italiani che meritarono il rispetto ammirato dei vincitori. "Il soldato tedesco ha stupito il mondo. Il bersagliere italiano ha stupito il soldato tedesco" scriveva Rommel. Le testimonianze dell'epoca e dei pochi superstiti ci permettono di asserire, senza retorica, che il nostro esercito (paracadutisti, carristi, fanti, bersaglieri, granatieri, guastatori, genieri) con mezzi scarsissimi, praticamente nulli se paragonati a quelli delle armate inglesi, ha scritto a El Alamein una pagina memorabile di dedizione e di eroismo e ha acquisito un patrimonio morale e spirituale che appartiene all'intero popolo italiano e come tale va consegnato alle generazioni di oggi e di domani. I soldati italiani, dal più alto in grado all'umile fante, dal veterano pluridecorato della Prima Guerra Mondiale al sedicenne pieno di ideali, si batterono ovunque con formidabile ardore. Affrontarono sempre avversari agguerriti, superiori nel numero e meglio attrezzati, scrivendo pagine di eroismo e di gloria, senza essere semidei o eroi omerici ma facendo testardamente il proprio dovere fino al sacrificio estremo. Gli ultimi a cedere a El Alamein furono i paracadutisti della Folgore, che resistettero per tredici giorni senza indietreggiare neppure di un metro. Erano partiti dall'Italia in 5000 ed erano rimasti, tra ufficiali e truppa, in 304. Alla resa ebbero l'onore delle armi e il nome della loro Divisione restò da allora leggendario. Epica la difesa della Divisione corazzata 'Ariete' negli ultimi disperati combattimenti del 4 novembre 1942, un autentico olocausto che si è imposto all'ammirazione incondizionata dei tedeschi e degli stessi comandanti dell'Ottava Armata britannica. Come pure i Bersaglieri: a quota 33 un'intera compagnia fu sepolta dai nemici, "44 bersaglieri testardi caddero insieme al loro testardo capitano Ezio Fortunato Malis", racconta commosso Leonida Fazi. La cronaca di quei giorni nel deserto, tra i bagliori dei bombardamenti e il fuoco dei campi minati, ci restituisce l'immagine di giovani e giovanissimi soldati abbarbicati alla difesa dell'Italia e del proprio dovere in un atto estremo di amore troppo a lungo dimenticato. "Devo sottolineare - disse un comandante con piglio severo e linguaggio asciutto - il valore dei nostri carristi sui semoventi. Nessun semovente indietreggiò mai. Tutti finirono squarciati o bruciati". Da qui il motto inciso sul cippo su cui è riportata la distanza più vicina da Alessandria raggiunta dalle truppe italiane (111 chilometri) "Mancò la fortuna, non il valore". La stessa ritirata finale, allo stremo delle forze, fu uno spettacolo di civiltà, con l'ordine di tenere larghi intervalli e di fare quanta più polvere possibile per dare ancora l'impressione di una potenza che non c'era più. 
"La ritirata di El Alamein - scrive Arrigo Petacco - fu una delle imprese più valorose e abili di Rommel. I suoi veterani percorsero centinaia di chilometri lungo la strada costiera e le piste del deserto. I reparti di retroguardia minavano il terreno e piazzavano, ovunque, anche sugli alberi, le loro micidiali booby traps. L'inseguimento divenne un incubo per gli inglesi…".

Non ci furono errori tattici da una parte o dall'altra, ma solo un'enorme disparità di mezzi. Sotto il profilo del valore morale e umano dei singoli soldati non c'è alcun dubbio: gli italiani, pur consapevoli della difficoltà dell'operazione e dell'inferiorità numerica, di mezzi e di equipaggiamenti, si sono battuti superando se stessi. Quasi oltre il limite dell'umana paura.

PERCHÉ…

Per comprendere la scelta rischiosa di concentrare truppe in questo angolo sperduto del deserto egiziano è necessario inquadrare la fase particolare della seconda guerra mondiale che precede lo spostamento dello scenario. Nella primavera del '42 Mussolini e Hitler avevano deciso di risolvere la partita nel Mediterraneo e nel Nord Africa. Malta, pesantemente bombardata dalla seconda flotta aerea tedesca e dall'aeronautica italiana, aveva praticamente cessato di esistere come base navale e i reparti anglo-americani avevano subito forti perdite che avevano consentito di far passare per Tripoli e Bengasi un convoglio italiano dietro l'altro, con importanti rinforzi per l'Armata corazzata italo-tedesca. Già nel '40, in previsione dell'entrata in guerra dell'Italia e di un'avanzata in direzione dell'Egitto, gli inglesi compirono una ricognizione a El Alamein, avendo valutato l'importanza della posizione, difficilmente aggirabile da sud. Infatti a poco meno di 60 chilometri dalla costa il deserto - rotto qua e là da piccoli rilievi che divennero di grande importanza tattica - piomba verso la depressione di El Qattara (134 metri sotto il livello del mare) stellata di sabbie mobili e terreno cedevole. Non c'è libro sulla guerra d'Africa che non accenni all'intransitabile depressione di El Qattara. Ovviamente dubbi esistevano e dubbi nutriva lo stesso Rommel, che per due volte si spinse durante l'estate del '42 sulla zona facendo sospettare ai suoi ufficiali chissà quali piani arditi per lanciare un'unità motorizzata attraverso l'infida discesa. Ma per comprendere la scelta dell'avanzata italo-tedesca a El Alamein occorre rifarsi alle decisioni prese dai vertici dell'Asse: fare massimo tesoro dei bombardamenti su Malta, isolare l'arcipelago assediato e scacciare gli inglesi dalla Cirenaica e dalla Marmarica conquistando la roccaforte di Tobruk che avrebbe dovuto aprire la marcia verso il canale di Suez. In gioco era il controllo dello scacchiere mediorientale. Con l'offensiva "Aida" dal 26 maggio al 21 giugno, cadde l'ultima roccaforte inglese in Libia, presidiata da circa 30.000 soldati sotto il comando del generale Ritchie. Il morale dell'Ottava Armata non era mai sceso così in basso, tanto che Rommel dopo una fulminea penetrazione in Egitto, con i suoi pochi mezzi, riuscì a conquistare velocemente Marsa Matruk, nonostante gli inglesi avessero una netta superiorità di uomini e mezzi. Basta solo pensare che ai 26 carri tedeschi usati per l'attacco, gli inglesi ne contrapposero ben 150. E' proprio nella caduta di schianto di Tobruk da rintracciare la vera premessa di El Alamein con la massiccia mobilitazione dell'apparato militare e industriale americano sul fronte nord-africano. Winston Churchill apprese della capitolazione mentre si trovava a Washington per un colloquio con il presidente Roosevelt. Il telegramma arrivato fu lapidario: "Tobruk si è arresa, 25mila uomini sono caduti prigionieri"… "La disfatta è una cosa la vergogna è un'altra", mormorò il presidente. La posta in palio era il controllo del fronte nord-africano, l'Egitto e le fonti petrolifere del Medio Oriente (Iraq e Iran). Al rinnovato impegno anglo-americano per impedire il peggio fece riscontro una ventata di grande entusiasmo ed euforia nell'Asse: venne accantonato il previsto attacco contro Malta, che Mussolini continuava giustamente a ritenere prioritario, per concentrare l'obiettivo sulla conquista del Delta, operazione che Rommel giudicava fattibile. Mentre Tobruk capitolava Mussolini aveva riproposta a Hitler per lettera la priorità della conquista dell'isola inglese, sollecitando importanti forniture di nafta per la flotta italiana. La conquista dell'isola sarebbe stata in realtà di vitale importanza, perché avrebbe permesso ai convogli dell'Asse di attraversare il Mediterraneo senza perdite e di portare i necessari rifornimenti alle truppe in Africa. Ma ciò non avvenne e gli inglesi, utilizzando aero-siluranti e sommergibili in quantità sempre crescente, presero il controllo del mare. Fu così che una piccola isola al centro del Mediterraneo segnò in maniera decisiva le sorti della guerra. I bagliori della vittoriosa battaglia della Marmarica, però, mandarono all'aria i piani precedentemente concordati. Nella risposta a Mussolini Hitler scrive: "Ordinate il proseguimento delle operazioni fino al completo annientamento delle truppe britanniche".

IL LUOGO

El Alamein è un piccolo villaggio dell'Egitto situato sulla costa mediterranea, nella parte più interna del Golfo degli Arabi. Fu scelta dagli Inglesi come ultima linea di difesa dell'Egitto, sia per la sua posizione, sia perché era posta sulla linea ferroviaria che da Sollum conduceva ad Alessandria. Il clima desertico del luogo influì pesantemente nel corso della battaglia. La presenza di forti escursioni termiche tra il giorno e la notte, caratteristiche dei deserti caldi (nei deserti chiamati freddi, presenti in zone lontane dal mare e racchiusi spesso da alti rilievi montagnosi, le escursioni termiche sono annuali) dove la temperatura passa da un massimo di 60 C° a un minimo di 0 C°, pregiudicò spesso la salute dei soldati che vi combattevano. L'unica fauna presente era costituita da poche specie di animali resistenti alla sete: scorpioni, rettili, piccoli roditori, antilopi e dromedari. Le piogge potevano mancare per lunghissimo tempo. Si scatenavano poi violentemente tutte in una volta, formando anche dei torrenti che i beduini chiamano "uadi". Tale era la violenza di questi torrenti, che vi potevano annegare uomini e animali, ma passato il periodo delle piogge ritornavano quasi immediatamente aridi. Posti di ristoro con la presenza di acqua, erano le oasi, piccole isole verdi in un mare di sabbia. La presenza di falde acquifere sotterranee in quelle zone favorivano la crescita di vegetazione, fra cui la più caratteristica era la palma del dattero. Questo tipo di deserto, formato da dune di sabbia, rendeva difficile qualunque tipo di movimento, sia agli uomini che alle macchine. I granelli di sabbia accecavano gli occhi, rendevano difficoltosa la respirazione e infiltrandosi nei motori delle macchine e dei mezzi corazzati ne rendevano impossibile l'utilizzo. I rifornimenti d'acqua diventavano così indispensabili. Il caldo la faceva bollire nei radiatori e le uniche zone d'ombra per gli uomini erano quelle proiettate dai camion. I soldati, quindi, dovevano difendersi non solo dai proiettili e dai cannoni nemici, ma anche da un ambiente ostile. In tale situazione, l'esercito che si trovava a essere più male organizzato ed equipaggiato, era fatalmente destinato a soccombere.

PRIMA BATTAGLIA

L'offensiva che avrebbe portato le truppe italo-tedesche sulle dune infuocate di El Alamein, scattò il 26 maggio del 1942. Dopo tre settimane di duri combattimenti venne espugnata Tobruk. L'Ottava Armata però non venne distrutta ma solo messa in fuga e sotto il comando di Sir Claude Aunchinlek (comandante in capo inglese del Medio Oriente), si dispose per l'ultima difesa nella linea di El Alamein. La decisione di Aunchinlek fu saggia, in questo luogo, il deserto egiziano si restringe fino a formare un collo largo circa 70 km e compresa fra il mare e la depressione di Bab el Qattara, vi era una area paludosa al di sotto del livello del mare. Tutto ciò rendeva molto più facile la difesa di Alessandria e del Canale di Suez. Il 28 giugno le colonne inglesi iniziarono a prendervi posizione e il giorno 30 la linea di difesa poté essere completata. Il deserto verso la direzione da cui dovevano giungere i carri tedeschi sembrava vuoto. Improvvisamente si alzò una nube di sabbia che girava vorticosamente e si udì in lontananza un sordo rombo di motori. Gli italo-tedeschi adesso erano a soli 88 km da Alessandria, ma in pieno deserto. Rommel in contrasto con il generale Bastico, comandante supremo delle forze in Africa Settentrionale e suo diretto superiore, dopo la presa di Tobruch aveva deciso lo stesso di avanzare, contravvenendo agli ordini, di sospendere tutte le operazioni per consentire di attuare l'importante piano della conquista della base inglese di Malta (Operazione Ercole). L'isola costituiva una spina nel fianco per i convogli italiani diretti in Libia, e questa decisione come si vedrà in seguito, gli fu fatale. Auchinleck in quel momento disponeva di una divisione sudafricana attorno El Alamein, di due brigate indiane, di tre brigate neozelandesi schierate lungo la depressione di Bab el Qattara e di circa 150 carri di cui 60 erano Grant, (la versione inglese del carro americano Lee) raccolti sul crinale di Ruweisat. In un luogo chiamato Deir el Shein aveva lasciato intenzionalmente un varco tra i sudafricani e la nona brigata indiana, in modo di attirare colà i tedeschi e attaccarli da entrambi i lati. Le forze dell'Asse, nonostante le folgoranti vittorie, erano molto spossate, le distanze dalle basi di rifornimento si erano allungate moltissimo e la RAF aveva il dominio quasi assoluto dal cielo. A Rommel, dell'Afrikakorps erano rimasti soltanto 26 carri e 1500 uomini della fanteria motorizzata tedesca. Nonostante le difficoltà egli era ancora fiducioso nelle sue possibilità di vittoria. Ordinò così alla 90a Leggera di spingersi sopra Deir el Shein per poi tagliare a nord in direzione della costa, circondando così i sudafricani. Contemporaneamente le sue due divisioni di "panzer", più il 20o Corpo italiano, avrebbero travolto a sud i neozelandesi a Bab el Qattara aggirando il crinale di Ruweisat. Ma l'attacco della 90a, infiltratasi nel varco lasciato apposta dagli inglesi, fallì, essendo assaliti i tedeschi da tutti lati dai sudafricani, i quali invece dovevano sorprendere. Mentre a sud gli italiani non riuscirono a sfondare le linee tenute dagli indiani Sick e Gurka. Solo molto più tardi riuscirono a passare con l'aiuto dei carri tedeschi, ma ormai l'aggiramento era fallito per il forte ritardo nell'esecuzione del piano. In serata rendendosi conto del fallimento tedesco, Auchinleck ordinò un contrattacco sul fronte meridionale con l'appoggio di carri armati, intendendo adesso accerchiare a sua volta il nemico. Rommel da parte sua moltiplicò lo sforzo a nord, chiamando in aiuto della 90a tutta l'Afrikakorps. Gli inglesi comunque ancora sconvolti dalle recenti sconfitte non riuscirono a intaccare seriamente lo schieramento difensivo tedesco a sud ed essi, nonostante i furiosi attacchi, non riuscivano ad avanzare di mezzo metro. Durante i combattimenti venne anche distrutta la divisione corazzata italiana "Ariete", dai neozelandesi e dalla prima divisione corazzata inglese. Finalmente ci fu una sosta temporanea il 4 luglio e l'America era già entrata in guerra. I Tedeschi dovevano fare presto. Ma adesso erano le truppe inglesi ad attaccare tenendo sottopressione le truppe italiane male armate. La situazione si era invertita. Auchinleck tentò un ultimo attacco lungo la strada costiera con la nona divisione australiana il 26 luglio e dopo una prima infiltrazione vennero però respinti da un furioso contrattacco italo-tedesco. Mancò infatti l'appoggio dei carri, che non riuscirono a passare tra i campi minati tedeschi e in un attacco diversivo condotto al centro dello schieramento nemico, ne vennero distrutti addirittura 96 dai cannoni controcarro 88, per essersi appunto bloccati in mezzo alle mine. Finisce così la prima fase della battaglia di El Alamein, con i due eserciti ormai esausti che pensano ad riorganizzarsi il più presto possibile. Da parte dell'Asse però vi erano enormi difficoltà per far giungere i rifornimenti alle truppe, i sommergibili inglesi facevano strage di piroscafi italiani nel Mediterraneo. Era la benzina il problema più grosso. Nell'esercito inglese questi problemi erano inferiori, data la vicinanza del canale di Suez dove venivano sbarcati i rifornimenti, anche se le navi che li trasportavano dovevano compiere l'intero periplo dell'Africa. Ma una svolta avvenne nel comando. Churchill, reputando che ormai le truppe non avevano più fiducia nei loro comandanti, sostituì Auchinleck con Sir Harold Alexander, come comandante del Medio Oriente. A capo dell'Ottava Armata fu designato, invece, dapprima il generale Gott, ma l'aereo che lo stava portando al fronte fu abbattuto. Si scelse così Bernard Law Montgomery.

SECONDA BATTAGLIA

Nel luglio '42 solo due navi italiane dirette in Libia vennero affondate. I convogli passavano facendo affluire rinforzi e grossi rifornimenti. Il numero di carri a disposizione salì a 767. Rommel tentò così una nuova offensiva contrapponendo solo 443 carri, di cui 243 erano antiquati carri italiani, del tutto inutili contro quelli inglesi. Il suo piano consisteva nell'aggirare a sud gli inglesi, per poi attaccare da est il crinale di Alam Halfa accerchiandoli, ma per la cronica mancanza di carburante infine fu costretto rinunciarci e attaccare frontalmente. L'offensiva scattò la notte del 31 agosto: tuttavia i campi minati dai britannici (i cosiddetti Giardini del Diavolo, dove stime affidabili danno in circa 6 milioni e mezzo il numero di ordigni interrati da ambedue i contendenti) fra Ruweisat e la depressione di Bab el Qattara, attraverso i quali si doveva passare, si rivelarono più profondi di quanto le ricognizioni non avessero lasciato sperare e le forze attaccanti giunsero oltre la fascia minata solo il mattino seguente. Grazie alla luce del giorno furono immediatamente avvistati e svanì così l'effetto sorpresa. I carri inglesi poterono immediatamente lanciarsi sugli attaccanti giunti ormai all'estremità occidentale di Alam Halfa bloccandoli, nonostante le rilevanti perdite. A Rommel, vista l'impossibilità di un rapido ripiegamento a causa dei campi minati, non rimase che attaccare Alam El Halfa, utilizzando le 15ª e 21ª Panzer tedesche, l'Ariete, la Littorio e la Trieste. Dopo tre tentativi falliti, gli italo-tedeschi si ritirarono il 5 settembre. Le forze dell'asse esaurirono così la propria capacità offensiva per raggiungere Alessandria e si ritirarono sulle postazioni di partenza. Ora si trattava di difendersi.

TERZA BATTAGLIA
Operazione "Piè leggero"

Per il contrattacco, Montgomery preferì una battaglia d'urto, affidandosi alla superiorità dei mezzi. Nonostante le lamentele di Churchill e le sue pressioni per un attacco immediato, Alexander e Montgomery stabilirono l'inizio dell'offensiva per la notte del 23 ottobre che coincideva con la luna piena, indispensabile per avanzare verso le linee nemiche. L'attacco iniziò alle 21.40. Il fronte, a est, s'illuminò istantaneamente a giorno e quasi contemporaneamente il fuoco di 1000 pezzi di artiglieria si riversò sulle postazioni dell'Asse ora al comando del generale Stumme, che sostituiva Rommel momentaneamente in Germania. Alle 9.40 del 23 ottobre, 800 cannoni inglesi aprirono il fuoco martellando le postazioni italiane e tedesche rendendo in parte inefficaci i campi minati. Tutte le testimonianze concordano nel definire quell'uragano di fuoco simile ai grandi concentramenti di artiglierie della Prima Guerra Mondiale. Nel deserto non si era mai visto nulla di simile. Gli italo-tedeschi, disposti dietro una fitta rete di campi minati, opposero un'epica resistenza. Le prime posizioni, tenute da Bologna, Pavia, Trento, Folgore e dalla 164ª sostennero l'urto. Per 3-4 giorni gli inglesi cercarono invano di perforare il fronte. Il mattino del 25 ottobre gli inglesi capirono che l'offensiva stava rischiando il fallimento completo, ma gli italo-tedeschi non riuscirono a sfruttare il successo. Rommel prima dell'inizio della battaglia era andato in Germania per dei gravi disturbi. I tedeschi così si trovarono in quella delicata situazione senza il loro geniale comandante, inoltre il generale George Stumme, che era stato designato a sostituirlo temporaneamente, era morto d'infarto durante un'ispezione al fronte. La situazione ormai stava volgendo in favore dell'Ottava Armata, anche se italiani e tedeschi ovunque resistevano con la forza della disperazione e una dedizione assoluta al proprio dovere. Tra il 24 e il 28 ottobre gli assalti furono respinti dalla 15ª Panzer e dalla Lit

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Album di viaggio

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Foto di gruppo
 

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Il Tricolore

Verso il Sacrario
 

Verso il Sacrario
 

Visita al Sacrario
   

Entrata

Ignoto
   
 

Verso Quota 33
 

Quota 33
   

Guardiano del Sacrario, insignito del titolo di Cavaliere della Repubblica
   

Tempesta di sabbia

 

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Viaggio alle depressioni di El Qattara

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VIAGGIO ALLE DEPRESSIONI DI EL QATTARA

. . . . . . . . . . 0ttobre 1942 - ottobre 2003 RITORNO AL FRONTE!

Cronaca del viaggio del "Leone" della folgore TELINO Zagati in compagnia del figlio Luigi ad El Alamein, con un'escursione mirata a Qaret el Himeimat ai confini delle depressioni di El Qattara

Prima del racconto accenno brevemente i viaggi precedenti per capire meglio lo spirito con cui è nata l'idea del viaggio

La prima volta che siamo andati ad El Alamein, risale al lontano 1984, e quella volta il viaggio è stato fatto con un automezzo Fiat Ducato allestito a camper, percorrendo via terra la Jugoslavia e la Grecia, quindi dopo la tratta Pireo - Alessandria con la nave, abbiamo raggiunto la zona dei Sacrari. - 
Ricordo come fosse ieri che la strada, verso EL Alamein era tutta dissestata, piena di buche, ed in molti casi mancava l'asfalto, ed ai lati era deserto, solo ogni tanto s'incontrava qualche pastore Berbero con i suoi cammelli, mentre erano numerosi i posti di blocco militari, poichè quell'anno l'Egitto era in guerra fredda con la Libia, e specialmente nel tratto oltre Marsa Matrouh verso il confine, sulle dune di sabbia, mimetizzate tra le palme, s'intravedevano postazioni di missili, orientati verso ovest, io incoscientemente ne ho fotografate rischiando (non oso pensare cosa, potevo essere creduto una spia, mi sono reso conto solo dopo, fortunatamente e' andata bene!. - Ora invece l'asfalto perfetto, ma guardando verso nord, non si riesce quasi più a vedere quelle interminabili distese di spiagge bianchissime, che facevano da cornice ad un mare di uno splendido color turchese, poichè la vista di tale panorama è offuscata da chilometri e chilometri di villette a schiera, in parte ancora in costruzione, che creeranno un imponente centro per il turismo locale dei benestanti di Cairo ed Alessandria

Già quell'anno, dopo aver reso omaggio ai Sacrari, proposi a mio padre: "Proviamo ad inoltrarci nel deserto, verso le depressioni di Qattara? " - "Tu sei tutto matto!" rispose, e continuando dice : "In quella zona pericolosa! Ancora tutto minato!, io lì durante la prigionia ho partecipato come volontario al recupero delle salme, ed ho visto due miei commilitoni saltare in aria, ed oltre al rischio delle mine stesse, c'è il pericolo delle bombe innescate che abbiamo lasciato nelle nostre buche, prima di ripiegare verso ovest dove poi siamo stati catturati .
Mugugnando un po' accetto il rifiuto a procedere, e ammettendo che forse aveva ragione proseguiamo il viaggio, cercando verso luoghi più sicuri.

Da allora, che mio padre aveva 63 anni ed io 37, in quei luoghi siamo tornati almeno una decina di volte, non più con il camper, ma in aereo, ed abbiamo sempre raggiunto la meta senza rivolgerci ad agenzie di viaggi; abbiamo partecipato a numerose cerimonie e siamo stati testimoni dell'evolversi delle migliorie apportate anno dopo anno sia ai Sacrari sia alle strade che si percorrono per raggiungerli; Ed eravamo presenti anche alla Solenne cerimonia del 60° anniversario della battaglia, mescolati alle migliaia di persone ed Autorita' convenute per l'occasione .

19 anni dopo , alla rispettabile età di 82 anni compiuti, e tanto per non rimanere in forma, dopo aver effettuato un lancio in tandem, da 4000 metri, nei cieli di Garzigliana ( penso che gli valga il record forse del più anziano reduce in attività aviolancistica) e (forse spronato nel leggere l'avventura raccontata dal Par Mllo Renzo Di Bert , pubblicata a settembre sul giornalino Folgore) mi propone, : " Visto che sono andati loro cosa ne pensi se proviamo ad andarci anche noi, a vedere il Qaret el Himeimat? Magari trovo ancora la mia buca ! " . Subito mi viene di dirgli: - "scusa, ma quando avevi solo 60 anni affermavi che era pericoloso, adesso che ne hai quasi 83 vuoi andarci ?, tanto più che hai appena fatto un sacco d'esami dopo che il medico ti ha detto che hai avuto una leggera forma d'attacco cardiaco 'sei sicuro che le emozioni che ti possono venire andando a vedere quei posti non ti facciano venire veramente un infarto'?"
Egli sorride ironicamente e dentro di me penso che sarebbe il colmo che un sopravvissuto a quella battaglia, vada a saltare in aria su una mina dopo 61 anni ed in tempo di pace!;
Ma i desideri di un " Leone " non si discutono, e oltretutto l'idea mi piace e studio i piani.

Sapendo che le celebrazioni ai Sacrari erano anticipate al dodici ottobre incomincio subito a darmi da fare poichè mancano poco piu' di 20 giorni, mi metto subito in contato col caro amico Walter Amatobene, paracadutista nonch? WebMaster del sito www.congedatifolgore.com per ottenere il numero telefonico del M.llo Di Bert al quale chiesi in seguito come lui ha fatto ad ottenere i permessi necessari, ed eventualmente dove trovare una guida locale pratico delle piste, anche se noi siamo in possesso di una mappa particolareggiata risalente alla data del 23. 10. 1942 sulla quale sono segnati i campi minati;
Esso mi risponde: "Non è facile, le autorità sono restie, a rilasciarli, in virtù sia del pericolo mine, sia dell'esistenza di presidi militari e di numerosi pozzi petroliferi, per me è stato facile perchè vado sovente in quei luoghi, per via dei rapporti di lavoro e consulenza che ho appunto con le imprese di trivellazioni".

Provo allora in un'altra direzione, cercando appoggio presso l'Ambasciata Italiana ad Alessandria, e qui riesco a mettermi in contatto via E-mail con il M.llo paracadutista Pellegrino, che attualmente è il sottufficiale in carica, addetto alla cura e tutela dei Sacrari, egli stesso dopo vari contatti mi propone: - "Ottenere i permessi che volete è molto difficile, però in via eccezionale giacchè questa richiesta e fatta da un reduce, io alle depressioni ed al Passo del Cammello non vi posso accompagnare, ma se vi accontentate conosco una pista sicura per andare al Monte Himeimat, dove era dislocata sul fronte la Divisione Folgore ! "

Per noi era già più di ciò che potevamo sperare, e, dopo questa notizia favorevole mio padre non stava più nella pelle, tre giorni dopo avevamo già il biglietto aereo in tasca, con la partenza fissata per il giorno otto ottobre, in modo di aver un paio di giorni da stare al Cairo prima di arrivare ad El Alamein in tempo per la cerimonia.

SI PARTE !

Nel tardo pomeriggio del giorno otto atterriamo al Cairo ed in taxi raggiungiamo nel centro citta' il " Grand Hotel " un decoroso tre stelle in stile Arabo, le cui maestranze ci accolgono calorosamente, dal momento che li oramai andandoci da parecchi anni siamo di casa, qui ci soffermiamo un paio di giorni per le solite visite alla città, che si rinnova sempre affascinante e misteriosa.

Il giorno undici di buon'ora ci rechiamo alla stazione ferroviaria, avendo deciso di viaggiare con mezzi tradizionali, qui saliamo su un treno che ricorda vagamente il famoso " Orient Express", che in due ore e mezza, con la spesa equivalente a pochi euro ci porta ad Alessandria, e lungo il percorso tra una consumazione e l'altra, servite in carrozza ci godiamo il paesaggio dai finestrini sul percorso snodato lungo il delta del Nilo. 
Giunti ad Alessandria, ci aspetta un'ultima fatica: una trasferta con un minibus collettivo, ed un paio d'ore dopo davanti a noi si vede la bianca sagoma del Sacrario Italiano, e sul sagrato ci accoglie il M.llo Pellegrino, più che mai impegnato a ricevere le delegazioni convenute per la cerimonia prevista per giorno successivo.

Dopo il benvenuto ci accompagna ad una breve visita e con molto orgoglio ci fa notare le migliorie che Egli ha apportato in poco meno di un anno di lavoro, infatti, sono state rifatte tutte le lapidi dei caduti, con un marmo lucente, sono stati riscritti tutti i nomi, evince che su qualcuna oltre al nome e grado del caduto, c'e' la scritta "rimpatriato" che sta a significare che la salma è rientrata in Italia a richiesta dei familiari, in virtù di recenti concessioni Governative, contrarie ai principi espressi da Caccia Dominioni quando li ha tumulati.

Chiedendoci scusa per i troppi impegni, della cerimonia prevista il giorno successivo, ci saluta, e ci da appuntamento per il giorno 14 in cui ci verra' a prelevare all'albergo, per accompagnarci alla sospirata escursione.

Tralascio di parlare della cerimonia, perch? pur essendo stata solenne e commovente come sempre, a confronto di quella grandiosa svoltasi l'anno scorso in occasione del 60° anniversario rimane poco da dire, (anche se tutto sommato sia a mio padre che a me è apparsa più "familiare", peccava solo della presenza di soli cinque reduci.

Inizia la sospirata avventura!

Alle ore otto siamo pronti davanti all'ingresso dell'Hotel El Alamein, e dopo pochi minuti arrivano su un robusto fuoristrada noleggiato per l'occasione, il M.llo Pellegrino con la sua signora; All'interno oltre una borsa freezer con qualche bibita ed alcuni viveri di conforto c'e' una corona d'alloro che si era deciso di depositare presso la meta, accanto ad una targa in ottone posata in primavera durante un precedente viaggio; nel mio zainetto oltre alle macchine fotografiche ed alla telecamera per documentare il tutto c'e'un gagliardetto in stoffa preparato da me col computer, in esso e' stampata su un lato la preghiera del Paracadutista, e sull'altro una dedica a ricordo dell'impresa.

Ci avviamo, in direzione Alessandria, e dopo aver superato l'abitato d'El Alamein, (il giorno prima un gruppo di turisti Francesi, in viaggio avente scopo studi archeologici ci aveva spiegato che anticamente tale citta' era un importante insediamento della antica Grecia, e tuttora esistono reperti archeologici sommersi); Svoltiamo a destra verso sud, imboccando quella che sulle cartine militari ? definita "pista Rommel o pista dell'acqua " che si dirama successivamente in altre due che prendono rispettivamente il nome di "pista del Whiski e pista del Chianti.
Dopo aver percorso una decina di chilometri, ogni segno di vita sparisce, incomincia il deserto assoluto, filmo con lo zoom alcuni cammelli che si vedono in lontananza, essi sono fieri padroni assoluti di questi spazi infiniti, e non s'incontra più nessuno al di fuori d'alcuni camion che vanno e vengono dagli insediamenti petroliferi esistenti; ironicamente mio padre fa notare che una delle cause per cui si è persa quella battaglia è stata la mancanza di rifornimenti, di carburante, mentre avevano sotto i piedi intieri giacimenti di petrolio.

Ad un certo punto sulla sinistra si apre una pista non asfaltata, la imbocchiamo, fidandoci ciecamente del Mar.llo Pellegrino, consapevoli che bisogna rispettare i segnali a volte nascosti dalla sabbia, che indicano il tratto bonificato dai residui bellici, e dopo pochi chilometri ci rendiamo conto che sono pi? numerosi di quanto ci si poteva immaginare, poichè si vedono accatastate numerose mine , delle quali alcune ancora in buono stato di conservazione, da qualcuna di esse era stato rimosso solo il detonatore, e non la carica esplosiva.

Ogni tanto ci fermiamo per vedere bene da vicino le postazioni che s'incominciano a vedere sempre pi? numerose, il vento le ha riempite di sabbia, ma s'intravede chiaramente dalla forma delineata dalle pietre disposte a cerchio se erano adibite a contenere una persona, un comando, oppure una batteria di cannoni, intorno ad esse bossoli, caricatori ed infinità di schegge di granate, che con un po' d'immaginazione lasciano intuire meglio di quanto scritto e raccontato, della misura e della potenza di fuoco che hanno dovuto subire dal nemico.

Da questo momento mio padre con gli occhi lucidi incomincia a raccontare episodi, vissuti nei giorni della battaglia, ricordando come fosse successo ieri, come deponevano le mine, com'escogitavano stratagemmi per ingannare il nemico, oppure come passavano ore ed ore nelle buche, dalle quali uscivano solo di notte per non essere colpiti dal nemico che era a pochi passi da loro, pronto a sparare sulle teste che spuntavano;

Oltre altri episodi d'eroismo e cameratismo nella lotta per la sopravvivenza, senza cibo e senza acqua, non manca di raccontare anche episodi crudi, dove nella realtà avvenivano anche fatti d'egoismo individuale dove alcuni personaggi senza scrupoli avevano il coraggio di sottrarre acqua destinata al rifornimento truppa, per venderla a prezzi di strozzinaggio, a chi era da giorni che non beveva, oppure d'Ufficiali che imboscavano viveri della truppa per destinarli a proprio uso, e purtroppo tali fatti quando erano scoperti erano puniti anche in modo alquanto violento.

Man mano che si procede verso sud i resti di quelle che erano le postazioni si vedono sempre più numerosi, ed il Mar Pellegrino c'indica i punti salienti dove era di presidio la Pavia, oppure la Ramcke od altra Divisione, purtroppo il fatto di essere preso dall'entusiasmo della Realta' non ho preso appunti, e non sono in grado di descrivere con precisione il percorso, ma dopo una sessantina di chilometri tra dune, costoni, avvallamenti e distese infinite di sabbia, davanti a noi s'intravede la sagoma inconfondibile del " mammellone di Himeimat, che stato uno dei capisaldi della Folgore poichè sicuro riparo dai cannoneggiamenti, nemici, perch? dietro di esso potevano arrivare solo i colpi di mortaio.

Ancora alcuni chilometri, ci siamo sotto, a questo punto le emozioni che si provano sono talmente forti che non e' facile descrivere; arrampicandoci sin dove possibile lo sguardo si perde all'infinito, davanti noi all'orizzonte si vede quella che e' stata la linea del fronte della Folgore, ed il deserto che si vede davanti a noi, con un po' di fantasia si anima e ti sembra di vedere centinaia di carcasse di mezzi corazzati, semidistrutti ed immobilizzati dalle ns artiglierie, e dai Leoni che ne hanno ostacolato l'avanzata, - racconta mio padre: " dalle nostre retrovie l'Artiglieria, con gli altoparlanti ci avvisò di stare riparati nelle buche perch? avrebbero incominciato a sparare con alzo zero e fu una strage di carri Inglesi, essi non sbagliavano un solo colpo, perchè i carri erano così vicini tra loro che se non colpivano il bersaglio prescelto, colpivano quello di fianco oppure quello dietro".

Purtroppo tutte queste carcasse ' non sono l? a testimoniare la battaglia, perchè, ci racconta il M.llo pellegrino, nel corso di pochi anni successivi alla fine delle ostilità, i Beduini, hanno rimosso tutto, smontando a pezzi automezzi, mezzi corazzati , e tutto cio' che trovavano per ricuperarne il ferro , incorrendo nel grave pericolo di finire in mezzo ai campi minati.

Dopo una breve pausa per uno spuntino ed una bibita fresca andiamo come previsto a deporre la corona presso il cippo sul quale c'e' la targa in bronzo posta alcuni mesi orsono, mentre con rammarico non vedo le bandiere lasciate nel mese di maggio dalla spedizione del gruppo del M.llo Di Bert, probabilmente sono state rimosse dai Beduini oppure sono state strappate dal vento, così non ho potuto fare sventolare il gagliardetto che avevo preparato, dal momento che non avevo portato l'asta, sperando di attaccarlo a quelle già esistenti; Non importa, basta il pensiero!, facciamo alcune foto e la lego in qualche modo tra i sassi del cippo .

Una breve camminata attorno al monte, e sotto ai nostri piedi oltre a numerose conchiglie fossili, e gusci di lumache bianchissime con all'interno il mollusco vivo, (che non capisco come fanno a sopravvivere in tanta aridita'), si trovano numerose schegge di granata, si vedono spezzoni di filo spinato, resti di bottiglie e scatolette; più avanti in parte sotto una pietra, un sacchetto di Juta, di quelli che servivano per riempire di sabbia da mettere a protezione delle postazioni, ancora un poco più in la dei miseri resti di una giberna strappata, nonchè un frammento d'osso umano che pietosamente andiamo a sotterrare tra i sassi del cippo.

Il sole all'orizzonte incomincia a diventare pallido, e per non rischiare di farci cogliere dalla notte nel deserto, c'incamminiamo sulla strada del rientro alquanto commossi, ma soddisfatti ed appagati dell'esperienza vissuta.

Arriviamo nel tardo pomeriggio ad Alessandria e dopo una bella doccia ristoratrice invitiamo i coniugi Pellegrino ad una cena tutta a base di pesce per ringraziarli di ciò che hanno fatto, per noi e con l'auspicio di essere in buona salute e ritornare magari il prossimo anno ci salutiamo, e l'indomani mattina ritorniamo al Cairo per le procedure di rientro in Italia

A ricordo

Reduce Paracadutista Telino Zagati classe 1921 - 186 Regg. Folgore 6? Batt. 16 ^ Comp. e Figlio Luigi Zagati cl. 1947

8/10/2003 - 18/10/2003