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Il ritorno di Trieste all'Italia

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Con il Trattato di Roma del 27 gennaio 1924 si riconosceva alla Jugoslavia la sovranità sul Delta e Porto Baross, all’Italia la sovranità su Fiume, di cui l’estremo territorio settentrionale doveva essere ceduto alla Jugoslavia, e si rimetteva la delineazione dei confini precisi al lavoro di una commissione mista. La situazione dei confini restò tale per vent’anni, quando, alla fine del secondo conflitto mondiale, e precisamente il 1 maggio 1945, le truppe jugoslave guidate dal Maresciallo Tito occuparono la città al grido di “Trst je nas!” (“Trieste è nostra!”).

Il Partito Comunista Italiano rispose all’occupazione con un manifesto firmato da Palmiro Togliatti, nel quale invitava la popolazione ad “accogliere le truppe di Tito come liberatrici”. Le truppe titine misero in atto la stessa strategia già usata nei territori occupati dell’Istria e della Dalmazia: il tentativo di cancellare ogni forma di italianità da quelle terre.
Diedero quindi il via a violenze e repressioni inaudite, costringendo le truppe Alleate ad occupare Trieste e la Venezia Giulia e ad allontanare gli jugoslavi dopo soli quaranta giorni. Il 10 febbraio 1947 (data che oggi è diventata celebrativa della ‘Giornata del Ricordo delle foibe e dell’esodo dei giuliano-dalmati’ con una legge approvata dal Parlamento proposta da Alleanza Nazionale) il Trattato di pace di Parigi sanciva il definitivo passaggio di quasi tutta l’Istria, delle città di Zara, Fiume e Pola alla Jugoslavia, ed istituiva nell’Istria nord-occidentale il territorio libero di Trieste affidato nella parte settentrionale (zona A, comprendente Trieste) agli anglo-americani e nella parte meridionale (zona B, comprendente Capodistria, patria di Nazario Sauro, eroe italiano della prima guerra mondiale) ai titini.
La situazione si mantenne sino al novembre 1953, quando degenerò. Il clima che si respirava a Trieste era pesante, le voci che arrivavano, confuse e prive di conferma, parlavano di un progetto di occupazione del territorio libero da parte di Tito, si diceva persino che il Maresciallo fosse disposto a trattare l’ingresso della Jugoslavia nel Patto Atlantico in cambio dell’annessione di Trieste. Alcuni giovani triestini si recavano ogni domenica in territorio italiano, a Monfalcone, dove ricevevano lezioni di tecnica militare dagli italiani. La frustrazione per la mancanza di libertà politica, l’occupazione definita “clientelare” che nel frattempo non proteggeva la popolazione dall’ipotesi di un’annessione alla Jugoslavia e il ricordo vivo accompagnato dal terrore che si potessero ripetere i terribili massacri di pochi anni prima (quando i partigiani titini avevano infoibato migliaia di persone colpevoli soltanto di essere italiane) portarono in breve tempo alla degenerazione dei rapporti tra italiani e occupanti. La sicurezza del territorio libero era garantita, oltre che dalle truppe Alleate, dalla Polizia civile, vista però di cattivo occhio perché formata in buona parte da elementi che godevano di scarsissima fiducia tra gli italiani. Il 3 novembre 1953, in occasione dell’ anniversario dell’ingresso delle truppe italiane a Trieste nel 1918 e della festa del patrono della città, San Giusto, il sindaco Gianni Batoli espone sulla torre del Municipio il vessillo tricolore, in aperta violazione delle istruzioni del generale Sir John Winterton, comandante anglo-americano della zona A. La bandiera viene rimossa dalla polizia americana e sequestrata. Questo atteggiamento degli anglo-americani viene interpretato dalla popolazione come una violenza e come un tradimento della Dichiarazione dell’8 ottobre precedente, nella quale gli Alleati si impegnavano a fare ogni cosa in loro potere per permettere il passaggio di Trieste e della zona A all’Italia. Nasce una protesta ufficiale da parte delle autorità cittadine che chiedono la restituzione del vessillo. Dopo la messa tenuta dal vescovo Antonio Santin in onore di San Giusto, un gruppo di giovani improvvisa un corteo di circa duecento persone, che viene immediatamente disperso dalla polizia.
La convivenza pacifica è finita e lo si capisce scorrendo le pagine del giornale “The Times” del giorno dopo, che titola: “Bandiera italiana sequestrata a Trieste. Sfidati gli ordini alleati”. È evidente che qualcosa è cambiato. Il giorno seguente, 4 novembre, anniversario della Vittoria italiana nella Grande Guerra, parte l’Autocolonna Tricolore, un convoglio italiano diretto al sacrario di Redipuglia. Al rientro, nel pomeriggio, nasce un corteo spontaneo diretto a piazza dell’Unità d’Italia, che cerca di issare il vessillo tricolore sul municipio. Non vi riesce per l’intervento della polizia, che provoca il sequestro del drappo e il ferimento di alcuni manifestanti, che tuttavia non si danno per vinti. Vengono assaltati un cinema britannico, una tipografia jugoslava e la sede del Fronte Indipendentista, un movimento che chiedeva l’indipendenza del territorio libero di Trieste dall’Italia.
Ma la protesta non è destinata a fermarsi, e dovrà quindi rendersi più cruda. La mattina del 5 novembre studenti medi ed universitari disertano le aule e si radunano in piazza, girando in gruppi per le scuole e invitando gli studenti ad imitarli. I ragazzi si disfano delle cartelle di scuola lasciandole nei bar e nei negozi, prova questa dell’appoggio dato dalla popolazione ai manifestanti.
A metà mattinata due gruppi distinti di studenti si radunano in due piazze differenti: subito scoppiano gli scontri con la polizia. Alcuni studenti, per sfuggire alle cariche si rifugiano nella chiesa di Sant’Antonio. I poliziotti inseguono i ragazzi sin nel luogo sacro e li colpiscono, spargendo sangue dentro la chiesa e fin sull’altare. Anche i fedeli in preghiera vengono malmenati dalle forze di polizia.
Per tutta la mattina gli studenti manifesteranno per le strade di Trieste. La maggior parte dei manifestanti è composta da ragazzi e ragazze tra i 17 e i 22 anni, studenti di liceo e universitari. Nel primo pomeriggio i giovani tornano di fronte alla chiesa, dove si svolge la cerimonia per la riconsacrazione dopo la profanazione di sangue avvenuta la mattina.
Partono le solite sassaiole, ma stavolta la polizia reagirà in altro modo. Viene dato l’ordine di “sparare in aria una salva di avvertimento”. Questo avvertimento lascerà sul selciato due morti e quindici feriti. Le vittime sono Antonio Zavadil e Pietro Addobbati, di soli quindici anni: è il caos.
I ragazzi italiani si muovono per Trieste mirando contro ogni installazione alleata: alberghi, Questura, Prefettura… Perfino il Municipio è preso di mira.
Stavolta la protesta non si ferma neppure nella notte.
Nella mattina del 6 novembre i ragazzi incendiano le vetture della polizia e disarmano gli agenti di guardia ad una tipografia jugoslava; dopo aver devastato la tipografia gli studenti si dirigono presso la sede del Fronte indipendentista. La polizia spara, la sede viene completamente distrutta, il mobilio gettato dalla finestra e dato alle fiamme in strada.
In Piazza dell’Unità la polizia di guardia alla Prefettura è costretta a retrocedere di fronte all’avanzare dei ragazzi. Dal palazzo si spara sulla folla. Restano sul selciato l’ex partigiano Saverio Montano, di 52 anni, Francesco Paglia, 24 anni, segretario della Goliardia Nazionale e della Giunta d’Intesa studentesca, a capo della quale gli subentrerà Renzo De’Vidovich. Perde la vita anche Leonardo Manzi, aveva solo 15 anni ed era stato costretto ad abbandonare Fiume. Morì da profugo a Trieste il 6 novembre 1953, sul sagrato della chiesa di S. Antonio. Nelle mani stringeva forte un tricolore.
I feriti sono numerosissimi, anche al di fuori del teatro degli scontri. Di lì a poco i colpi della polizia uccideranno anche Erminio Bassa, di 50 anni, nonostante si trovasse relativamente distante dalla manifestazione.
Quattro nuovi eroi morti all’inseguimento di un sogno: il ricongiungimento con la madrepatria.
Tra i caduti, Pierino Addobbati apparteneva ad un’antica famiglia dalmata, Antonio Zavadil era istriano e Nardino Manzi era di Fiume. Tutti ragazzi provenienti dalle Terre irredente, tutti ragazzi che avevano sentito sulla propria pelle il peso della fuga da casa. Tutti ragazzi che avevano vissuto il dramma dell’esodo.
Dopo cinquant’anni, a questi eroi semplici e sconosciuti, il giorno 26 ottobre 2004, l’Italia ha concesso una medaglia alla memoria, consegnata ai loro parenti a Trieste in una cerimonia ufficiale alla presenza di rappresentanti del governo. Il loro sacrificio non fu vano. Attirata ormai l’attenzione internazionale sul dramma di Trieste, fu necessario trovare al più presto una soluzione. Si accelerarono i tempi dell’intesa: il 5 ottobre 1954 venne firmato un Memorandum d’intesa, che sanciva il passaggio della zona A all’Italia e della zona B alla Jugoslavia. Il 26 ottobre l’Italia rientra finalmente a Trieste e Trieste in Italia.
Seguì l’esodo drammatico dalle italianissime città di Capodistria, Albaro Vescovà, San Servolo, Crevatini, rimaste fuori dal confine in seguito alla spartizione.
Si concluse così il travaglio dei territori della Venezia-Giulia, colpevoli soltanto della loro appartenenza. La spartizione dettata dal Memorandum d’Intesa provocherà l’ultima parte di un esilio forzato, prodotto dalla pulizia etnica messa in atto dalle truppe jugoslave nei confronti dei nostri connazionali. Dai territori giuliano dalmati 350 mila italiani scelsero la madrepatria, che li accoglierà con freddezza quando non con ostilità.

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Il sacrario di Redipuglia

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‘Su questa Patria giura
e farai giurare ai tuoi
fratelli, che sarete sempre,
ovunque e prima di tutto, Italiani’

Nazario Sauro

L’intervento dell’Italia nel primo conflitto mondiale – iniziato il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Austria contro la Serbia - porta la data del 24 maggio 1915, quasi un mese dopo la firma del patto di Londra (26 aprile) con Gran Bretagna e Francia, con il quale si stabiliva che, in caso di vittoria contro l’Austria e la Germania, l’Italia avrebbe avuto il Trentino e l’Alto Adige, Trieste e l’Istria, parte della Dalmazia e qualche compenso coloniale a spese della Germania.
La fase che precedette l’inizio del conflitto per la nostra nazione fu caratterizzata da un intenso dibattito fra i neutralisti, guidati da Giolitti che propugnava la via diplomatica per ottenere concessioni austriache nel Trentino, e gli interventisti, fra i quali vanno ricordati Benito Mussolini, allora direttore dell’Avanti, il poeta Gabriele D’Annunzio, il sindacalista Filippo Corridoni, i liberali conservatori guidati da Antonio Salandra e da Sidney Sonnino, all’epoca rispettivamente primo ministro e ministro degli Esteri del governo, ma anche uomini di sinistra come Leonida Bissolati o lo storico Gaetano Salvemini, per finire con gli irredentisti come Fabio Filzi e Damiano Chiesa di Rovereto, Nazario Sauro di Capodistria e Cesare Battisti di Trento, che nell’estate del 1916 caddero in mano austriaca e furono impiccati, sacrificando sul patibolo una vita tutta dedicata agli ideali della libertà e dell’indipendenza dei popoli.
La I Guerra mondiale, conosciuta anche come la Grande Guerra, si concluse l’11 novembre 1918, quando la Germania firmò l’armistizio con le forze dell’Intesa, con un bilancio di nove milioni di morti, il più alto tra tutti i conflitti combattuti nella storia dell’uomo. Di questi, 650.000 furono gli italiani, 1.240.000 i francesi, 715.000 gli inglesi, 1.700.000 i russi, 1.200.000 fra austriaci e tedeschi, 50.000 i militari degli Stati Uniti d’America.
Anche sul nostro fronte furono combattute aspre battaglie. Nel 1916, dopo la stasi invernale, trascorsa tra le trincee scavate lungo il fronte, il centro delle linee italiane fu investito violentemente il 15 maggio da un’offensiva austriaca detta spedizione punitiva, perché si proponeva di punire l’ex alleata accusata di tradimento, e fu costretto a ripiegare fino alla linea del fronte. I risultati dell’azione austriaca furono presto annullati dalla controffensiva italiana che fece riacquistare quasi tutte le posizioni perdute nel Trentino e portò, lungo il fiume Isonzo, alla conquista dei monti Sabotino, San Michele, Podgora e alla liberazione di Gorizia, la cui battaglia durò due settimane, dal 3 al 17 agosto, e costò agli italiani 75.000 uomini. I sacrifici furono immensi, uniti agli atti di eroismo e di coraggio dei nostri soldati, come l’episodio della battaglia di Nervesa (vedi foto). Dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), una nuova linea difensiva fu creata dalle nostre truppe lungo il fiume Piave e presso il Monte Grappa; i risultati di tanti mesi di durissima guerra erano improvvisamente perduti, ma di fronte al disastro, tuttavia, la nazione italiana trovò l’unità e l’energia necessarie a superare il difficilissimo momento e l’avanzata del nemico fu arginata prima che arrivassero gli aiuti dei nostri alleati. Per far fronte alla necessità di fermare il nemico, vennero chiamati alla leva i giovanissimi soldati nati nel 1899, che da allora vengono ricordati come i “Ragazzi del ‘99”, che partirono nella commozione generale. A testimoniare il clima di mobilitazione nazionale che si respirò sul fronte del Piave – da allora ricordato come “fiume sacro alla Patria” – basta ricordare il successo della “Canzone del Piave” e del suo celebre ritornello “Non passa lo straniero!”.

Un’immagine della battaglia di Nervesa. I serventi al pezzo ed il loro Ufficiale morirono aggrappati all’Arma. Il cappellano del Raggruppamento, prima di morire, fa scattare l’obiettivo della sua macchina fotografica. Più tardi viene sviluppata la lastra e l’episodio, fermato dall’obiettivo di un eroe morente, resta così oggi nelle sale del Comune di Nervesa.
La sostituzione del generale Cadorna con il generale Diaz al comando supremo dell’esercito e la costituzione di un nuovo governo di coalizione attorno a Vittorio Emanuele Orlando contribuirono a infondere fiducia nelle truppe, che alla fine di ottobre del 1918 lanciarono l’offensiva decisiva, travolgendo gli austriaci nella battaglia di Vittorio Veneto (24-29 ottobre). Costretti a ritirarsi su tutto il fronte, gli austriaci chiesero l’armistizio, che fu firmato a Villa Giusti il 3 novembre, mentre le nostre truppe entravano a Trento e Trieste, sancendo, il 4 novembre, nel “giorno della vittoria” il compimento dell’unità d’Italia.
La Grande Guerra ha rappresentato, nella memoria collettiva del popolo italiano, la prima grande esperienza unificante. L’enorme sacrificio sostenuto nelle trincee, il traumatico impatto con i nuovi, moderni mezzi di distruzione di massa, che trasformarono radicalmente il concetto stesso di guerra, infusero nella generazione coinvolta nel conflitto una grande consapevolezza della comune appartenenza ai destini della Nazione. Fino a quel momento, lo stato nazionale unitario era rimasto patrimonio di una ristretta elité di patrioti e intellettuali e della classe dirigente del paese. Le masse popolari si sentivano ancora lontane da uno stato che aveva solo da pochi decenni sostituito i vecchi stati preunitari; il processo risorgimentale che aveva portato all’unità d’Italia rimaneva estraneo alla gran parte della popolazione, le regioni meridionali avevano vissuto – e in alcuni casi subito – l’unificazione come una conquista militare dei “piemontesi”. L’Italia contadina e largamente analfabeta che si ritrovò nelle trincee fusa insieme col “ferro e fuoco” dei combattimenti, ne uscì trasformata, e i ricordi, i riti, i miti, le icone, i gagliardetti, i motti, le parole d’ordine, le associazioni combattentistiche e reducistiche, le canzoni, i monumenti al “milite ignoto” e ai caduti in genere che sorsero in ogni frazione, le lapidi marmoree nelle scuole di ogni ordine e grado con il “bollettino della vittoria” del generale Diaz, contribuirono enormemente alla definizione dell’identità nazionale italiana.
Del sacrificio delle migliaia di nostri soldati durante la Grande Guerra, resta in particolare a testimonianza Redipuglia, il più grande sacrario militare italiano, posto sul versante occidentale del Monte Sei Busi. Qui sono custoditi i resti di 100.187 caduti della Prima Guerra Mondiale, di cui 39.857 noti e 60.330 ignoti. Il toponimo Redipuglia deriva dall’etimo sloveno sredi plje (sredi = in mezzo e polje = campo), che significa “campo di mezzo” o “terra di mezzo”.
Una grossa catena d’ancora, appartenuta alla torpediniera “Grado”, segna l’entrata al Sacrario, attraversandola si entra su un ampio piazzale in pietra del Carso, con al centro la “Via Eroica”, delimitata da due file di 19 lastroni di bronzo per lato, recanti in rilievo ognuna il nome di una località dove vi furono aspri combattimenti durante la Grande Guerra. La “Via Eroica” ci accompagna dapprima verso una grandiosa lapide in pietra, sulla quale è incisa una dedica composta da Emanuele Filiberto di Savoia, Duca d’Aosta, che troveremo più su sepolto nella grande tomba monolitica a lui dedicata in veste di comandante della Terza Armata, gli sono accanto altre cinque grandi tombe monolitiche, quelle dei suoi Generali caduti in combattimento: Antonio Chinotto, tenente generale; Tommaso Monti, brigadiere generale; Giuseppe Paolini, tenente generale; Giovanni Prelli, tenente generale; Fulvio Riccieri, maggior generale. Dopo i Generali il monumento ai “Centomila”: 22 gradoni ci porteranno ad una altezza di circa 250 metri, tutto in pietra del Carso, questo è il grande monumento alla Truppa. Sopra ogni gradone un cornicione con la grande scritta scolpita su pietra in rilievo e ripetuta quasi all’infinito: “PRESENTE PRESENTE PRESENTE…”. Sotto la scritta, su delle singole lapidi in bronzo, sono incisi i nomi in ordine alfabetico, di QUARANTAMILA CADUTI NOTI. Alla sommità della scalea, che si arriva per mezzo delle due grandi scalinate laterali, c’è la Cappella Votiva, fiancheggiata ai lati da due grandi tombe comuni, su due lapidi in bronzo la scritta: “TRENTAMILA MILITI IGNOTI”. Sopra la Cappella, al culmine del Monumento, ci sono tre grandi croci di bronzo.
Sul retro della Cappella c’è un Museo dove sono esposti cimeli dei Caduti, fotografie e ricordi della Grande Guerra, ed anche le tele di G. Ciotti, ricuperate dalla vecchia Cappella Votiva che esisteva nel cimitero Militare “agli Invitti della Terza Armata” sul Colle di S. Elia. Sul punto più alto, oltre il Sacrario, c’è l’Osservatorio, dal quale si domina un ampio raggio della zona; individuando le località, con l’aiuto della pianta-bassorilievo in bronzo e dei nomi con frecce di direzione scolpite sulla pietra del parapetto circolare, si può ripercorrere la storia della Grande Guerra qui combattuta.

Il Sacrario venne realizzato nel 1938 su progetto dell’architetto Giovanni Greppi e dello scultore Giannino Castiglioni. In questo nuovo Sacrario vennero trasportati anche i resti delle 30.000 salme del vecchio Cimitero Militare “agli Invitti della Terza Armata”, che sorgeva di fronte sul Colle di S. Elia, ora trasformato in Parco della Rimembranza.

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L'orrore delle foibe

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Le Foibe. Un tempo la parola foiba apparteneva quasi esclusivamente al linguaggio degli abitanti del Carso, ai geologi, agli speleologi. Oggi è più conosciuta – non ancora quanto sarebbe invece necessario – a seguito del lugubre significato di orrore e di morte.

L’altipiano roccioso del Carso, che si estende su notevole parte della Venezia Giulia alle spalle di Trieste, è da paragonarsi ad una immensa groviera. Il suolo è costellato di numerose voragini – ne sono state contate 1700 – che sprofondano per centinaia di metri nelle viscere della terra, spesso percorse dalle acque. Appunto, le foibe, misteriose, impressionanti, impenetrabili. E accanto ad esse cavità di ogni genere, cunicoli, grotte, acque che scorrono fra tortuosi e profondi meandri.
All’indomani della resa delle truppe germaniche in Italia, firmata il 29 aprile 1945, su tutto il territorio orientale italiano si avventarono la furia e le mire annessionistiche delle truppe comuniste di Tito. Così iniziò una feroce oppressione e pulizia etnica degli italiani tramite le foibe e i campi di concentramento jugoslavi. Le vittime dei titini erano condotte, dopo atroci sevizie e violenze, nei pressi della foiba (dal friulano foibe, che è il latino fovea, ossia ‘fossa’, in geografia fisica uno dei tipi di dolina, particolarmente numerose nella regione istriana) molte erano spogliate e stuprate e qui gli aguzzini, non soddisfatti dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e le caviglie con del filo di ferro stretto con delle pinze e successivamente legavano le persone una ad una, generalmente fino a farne una fila di dieci, per poi sospingerle nel baratro davanti ai loro occhi. Di solito i massacratori sparavano una scarica di mitra al primo della fila, che faceva rovinosamente cadere nella foiba tutti gli altri. Sul fondo, chi non trovava la morte dopo un volo di decine, a volte centinaia di metri, continuava ad agonizzare tra gli spasmi e le urla procurate dalle ferite e dalle lacerazioni causate dagli spuntoni di roccia durante la caduta. Le foibe più note per questi usi barbari sono quelle di Basovizza, Monrupino e Opicina. La tecnica di eliminazione delle foibe era già stata utilizzata dalle truppe titine dopo l’8 settembre 1943, ma dopo la primavera del 1945 questa prassi di tortura venne applicata in tutta la regione nord orientale dell’Italia. Le vittime di tutti questi orrori erano italiani di ogni estrazione sociale: dai civili ai militari, dai Carabinieri ai Finanzieri, gli agenti di Polizia, fascisti e antifascisti, membri del Comitato di Liberazione Nazionale e anticomunisti slavi e croati. Norma Cossetto, giovane studentessa istriana violentata, picchiata e poi infoibata, è un po’ il chiaro simbolo di tanta sofferenza. Furono infoibati tutti coloro che si opponevano alla furia e all’avanzata del comunismo. L’accostamento italiano/fascista ha procurato una mattanza, secondo alcune ricerche le vittime delle foibe furono all’incirca diecimila alle quali vanno aggiunti le migliaia di deportati nei campi di concentramento jugoslavi, molti dei quali non fecero più ritorno. Inoltre vanno anche enumerati i ben 350.000 italiani, che fuggirono a varie ondate dando vita a un grande esodo, da quelle zone insanguinate, per rimanere italiani e ricostruirsi in Italia una nuova vita. Non furono accolti sempre bene gli esuli istriani e dalmati, anzi spesso venivano minacciati e oltraggiati da aderenti al Partito Comunista Italiano, allora filo jugoslavi, per aver fatto semplicemente una scelta italiana.

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La foiba di Basovizza

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Prima di tutto occorre precisare che questa tristemente famosa voragine non è una foiba naturale, ma il pozzo di una miniera scavato all’inizio del secolo fino alla profondità di 256 metri, nella speranza di trovarvi il carbone.

La speranza andò delusa e l'impresa venne abbandonata. Nessuno allora si curò di coprire l’imboccatura e così, nel 1945, il pozzo si trasformò in una grande, orrida tomba. Un documento allegato a un dossier sul comportamento delle truppe jugoslave nella Venezia Giulia durante l’invasione, dossier presentato dalla delegazione italiana alla conferenza di Parigi nel 1947, descrive la tremenda via crucis delle vittime destinate ad essere precipitate nella voragine di Basovizza, dopo essere state prelevate nelle case di Trieste, durante alcuni giorni di un rigido coprifuoco. Lassù arrivavano gli autocarri della morte con il loro carico di disgraziati.
Per quanto riguarda specificamente le persone fatte precipitare nella foiba di Basovizza, è stato fatto un calcolo inusuale e impressionante. Tenendo presente la profondità del pozzo prima e dopo la strage, fu rilevata la differenza di una trentina di metri. Lo spazio volumetrico - indicato sulla stele al Sacrario di Basovizza in 500 metri cubi (poi ridotti a 300) - conterrebbe le salme degli infoibati: oltre duemila vittime. Una cifra agghiacciante. Ma anche se fossero la metà, questa rappresenterebbe pur sempre una strage immane... e consumata a guerra finita! E i carnefici? Individui rimasti senza volto. Comunque è ritenuto certo che agirono su direttive dell’Ozna, la famigerata polizia segreta del regime titino, i cui agenti calarono a Trieste con le liste di proscrizione e si servirono di manovalanza locale. Nell’invasione jugoslava di Trieste e di ciò che ne seguì i comunisti locali hanno responsabilità gravissime. In quei giorni le loro squadre con la stella rossa giravano per la città a pestare ad arrestare, loro elementi formavano il nerbo della ‘difesa popolare’.

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La questione fiumana

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Le conclusioni della pace di Versailles e di Saint Germain–en-Laye, siglati al termine della I Guerra Mondiale, erano state giudicate generalmente poco favorevoli per l’Italia e avevano lasciato un largo malcontento nel paese. Ciò determinò la caduta del ministero di Vittorio Emanuele Orlando, cui succedette Francesco Saveri Nitti, che seppe comprendere la difficoltà della situazione, ma non fu in grado di risolvere la ‘questione fiumana’, che insieme a quella dalmata, era determinante per l’Italia in quel momento.

Il problema era delicato: il patto di Londra (1915) stipulato prima dell’entrata in guerra dell’Italia, ci garantiva il diritto sulla Dalmazia e non faceva menzione di Fiume. Il patto era stato firmato quando non si prevedeva ancora la formazione del nuovo Stato jugoslavo (1918) e ora nei tavoli della pace si negava all’Italia anche il diritto su parte della Dalmazia. L’Italia aveva perso 600.000 uomini per completare l’agognata unità che ora i trattati volevano in parte togliere. Nasceva il mito della “Vittoria mutilata” negli ambienti degli ex combattenti che faceva crescere il malumore contro un’Italia matrigna e insensibile. Fiume, città al confine tra Istria e Dalmazia, era abitata in maggioranza da Italiani, ma Nitti accettò che la città fosse evacuata dalle truppe italiane e occupata da forze internazionali, in attesa di una soluzione definitiva. Ciò provocò, alla fine, la reazione dei nazionalisti e di gran parte degli interventisti, che il 12 settembre del 1919, per iniziativa di Gabriele D’Annunzio, il ‘poeta soldato’, entrarono nella città proclamando la costituzione di un governo provvisorio (la ‘Reggenza del Carnaro’), episodio che segnò una delle pagine più epiche della storia della nostra Nazione. D’Annunzio ebbe in quell’occasione la simpatia del duca d’Aosta, cugino del re, e l’appoggio di molti capi militari, riuscendo a organizzare una colonna di 2.600 armati. Nitti non ebbe la forza di riprendere in mano il controllo della situazione e si dimise nel 1920, sostituito da Giovanni Giolitti. A Fiume, in quei frangenti, si formò una corrente autonomista guidata da Riccardo Zanella che propose la creazione di uno Stato Libero fiumano. Gli autonomisti erano sempre per la difesa dell’italianità a Fiume e pensavano che si potesse difendere anche con questa sistemazione, l’essenziale era di evitare il passaggio della città alla Croazia.
Il 12 novembre 1920 fu firmato tra Italia e Regno degli Slavi del Sud il Trattato di Rapallo, che assegnava l’Istria e l’alto-isontino all’Italia ma in Dalmazia solo Zara e alcune isole del Quarnaro furono riconosciute agli italiani. In base a tale trattato Fiume diventava Stato Libero e indipendente, ma questa decisione fu respinta dal governo dannunziano padrone della città. Ciò provocò l’intervento delle forze armate italiane nella notte di Natale (Natale di Sangue) dello stesso anno, costringendo D’Annunzio ad abbandonare la città, solo dopo aspri combattimenti contro le truppe italiane del generale Caviglia, che costarono la vita a 53 persone tra legionari e soldati regolari. Nacque lo Stato Libero di Fiume che durò solo un anno e mezzo, poiché il 3 marzo 1922 fu abbattuto da un’insurrezione di armati fascisti e dannunziani guidati da Francesco Giunta e dal fiumano Nino Host Venturi. Dopo due anni di commissariamento e trattative si arrivò alla stipula nel gennaio del 1924 del Trattato di Roma voluto da Mussolini, Fiume venne spartita con la Jugoslavia: la città e il porto toccarono all’Italia, mentre Porto Baross e il Delta finirono sotto la giurisdizione del governo jugoslavo. Nell’immaginario dei più, l’impresa dannunziana rappresenta ancora oggi un evento simbolo, poiché in essa il ‘poeta soldato’ ha incarnato quel mondo nel quale poesia e bellezza hanno provato a raccontarsi nell’azione, il sogno tragico dell’uomo che lotta per un ideale etico contro forze e potenze più grandi di lui.
A Fiume non si è svelato solo un sogno impossibile, il destino di un popolo e di una nazione, la loro tragedia, ma anche lo spirito di un tempo capace ancora di riconoscere i suoi eroi e di seguirli. Oggi, in un’epoca comprata dall’ideologia del denaro, questo brandello di storia appare lontano e incomprensibile. Eppure la figura di D’Annunzio come poeta soldato rappresenta il testimone, tragico ed eroico allo stesso tempo, di un breve tentativo di coniugare pensiero e azione, di gettare vitalità e passione, slancio ed eroismo nel turbine della storia, per urlare un’identità umiliata e cercare, nelle radici di un popolo, il senso ancora importante di un’appartenenza indicata magistralmente nella Carta del Carnaro, la Costituzione di Fiume, in cui, abbandonando il freddo pungente dei tratti costituzionali tipici, si è cercato di penetrare le esigenze dell’uomo e i bisogni di una comunità, all’interno di una nuova sensibilità, nella quale etica e bellezza provavano a regolare la vita sociale.