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Pola e il dramma dell’esodo

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Il 10 febbraio 1947 a Parigi, il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, firmò il trattato di pace che, a conclusione della Seconda Guerra Mondiale, toglieva definitivamente all’Italia gran parte dell’Istria, Zara in Dalmazia, la città di Fiume e le isole quarnerine di Cherso e Lussino: è l’atto d’inizio di quello che sarà poi l’esodo di migliaia di italiani.

Sono anni del terrore antitaliano e Tito non fa mistero delle proprie mire sul Friuli Venezia Giulia, al punto da arrivare a occupare per 40 giorni la città di Trieste e parlare apertamente della settima repubblica jugoslava. Dopo il Trattato di Parigi, gli italiani dell’Istria e di Fiume si trovarono isolati e costretti ad accettare, per poter rimanere nella propria terra fino a quel momento italiana, la cittadinanza jugoslava oppure optare per quella italiana e scegliere la via dell’esodo. Trecentocinquantamila furono costretti ad abbandonare le proprie terre e imbarcarsi su traghetti di fortuna per non morire. In pochi anni vengono sradicate tradizioni secolari e viene stravolta la complessa identità di un territorio di 7650 chilometri quadrati con una popolazione di almeno 495mila persone. Il 10 novembre 1975 a Osimo, nella Marche, il ministro degli Esteri Mariano Rumor firmò il trattato che cedette, fra mille polemiche, la parte settentrionale dell’Istria, ancora contesa (la cosiddetta zona ‘B’). Per i beni confiscati dai comunisti jugoslavi, gli esuli attendono ancora giustizia.
Il potere jugoslavo, occorre ben ribadire, vide negli italiani della Venezia Giulia e della Dalmazia non solo i nemici secolari da abbattere, ma anche i rappresentanti di una classe sociale borghese nemica delle conquiste del ‘popolo socialista’, che doveva essere punita e ridimensionata con la confisca dei beni e molte volte con la privazione della vita. La seconda e definitiva ondata di violenza, senza dubbio più grave, accadde alla fine del conflitto e nei mesi immediatamente successivi. Il 1 maggio 1945 gli jugoslavi occuparono Trieste e il 3 maggio, dopo numerosi giorni di aspri combattimenti, Fiume.
Le violenze e i soprusi degli jugoslavi nei confronti degli italiani, dettati quindi sia da motivi di vendetta sia da motivazioni ideologiche, crearono il clima per l’abbandono delle terre adriatiche di decine di migliaia di nostri connazionali. L’eccezionale fenomeno migratorio dall’Istria e dalle altre terre adriatiche, non ufficializzato da un preciso decreto di espulsione (come avvenne per i tedeschi in Cecoslovacchia, Romania, Jugoslavia, Polonia e altre terre dell’Europa orientale), fu definito usando un vocabolo di ascendenza biblica, un vero e proprio esodo, che coinvolse un intero popolo, ogni gruppo sociale e non un semplice insieme frammentato di individui. Né tanto meno l’esodo degli italiani adriatici poteva essere spiegato adducendo prevalentemente questioni di carattere economico, come invece una buona parte della storiografia jugoslava di allora fece, svilendolo quindi a un livello di semplice emigrazione. Tuttavia, il termine ‘esodo’ per la vicenda istriana ancora oggi risulta non essere accettato da una considerevole parte della storiografia italiana né tanto meno da quella slovena e croata. In Italia, come ormai noto, il fenomeno dell’esodo dei Giuliano-Dalmati e delle foibe istriane in questi ultimi cinquant’anni è stato a sua volta rimosso per espliciti motivi di convenienza politica, tanto che solo pochissimi studi in Italia hanno cercato di inquadrare il fenomeno in maniera sistematica e scientifica. Comunque sia, dal 1943 al 1956 ed oltre si verificarono, inequivocabilmente, grandi spostamenti di popolazione nelle terre giuliane e dalmate. Non ci fu, esaminando l’arco di tempo appena enunciato, un’unitarietà del fenomeno dell’esodo e si può ben affermare che le partenze di massa furono in effetti strettamente collegate all’evoluzione del contenzioso di confine fra Italia e Jugoslavia, in cui si verificò l’irreversibilità del dominio jugoslavo.

esodo istriano

A guerra finita, il 18 maggio 1946 a Londra, ebbero inizio le discussioni preliminari per il trattato di pace e fu nominata una commissione, composta da esponenti di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Unione Sovietica, che doveva decidere sui confini che sarebbero stati tracciati tra Italia e Jugoslavia. Una commissione mista fu poi inviata nella Venezia Giulia per rendersi conto della situazione e del volere della popolazione. La commissione non conosceva ovviamente la regione e finì quindi inevitabilmente in zone che non erano in contestazione. Tutte le aree da visitare erano già sotto l’amministrazione jugoslava che organizzò una campagna martellante e capillare per dimostrare che tutto il territorio era slavo fino all’Isonzo, cosa ovviamente non vera, ma nei Comuni furono asportate le effigi del Leone di San Marco, antichissimo simbolo della Repubblica veneta, che dimostrava l’italianità di quelle terre. Furono modificati i cognomi riducendoli in forma slava, alterandoli perfino sulle lapidi nei cimiteri, vennero distribuite nuove carte d’identità e asportati registri anagrafici e parrocchiali la cui mancanza ancora oggi impedisce, laddove non è del tutto impossibile, una corretta ricerca genealogico-familiare.
Il 23 dicembre 1946 a Pola, che passerà con la firma del trattato sotto la Jugoslavia, ha inizio ufficialmente l’esodo. La popolazione, appreso dei risultati della conferenza di pace, decide di trasferirsi in Italia e il 24 dicembre il piroscafo ‘Toscana’ parte con il suo primo carico di 700 italiani. Caricherà fino a duemila persone e farà 12 viaggi tra Pola, Venezia ed Ancona. Il 10 febbraio viene firmato a Parigi il trattato di pace con l’Italia, Gorizia ma non il suo entroterra viene restituita all’Italia, mentre Pola e tutta la parte sud-orientale dell’Istria passano alla Jugoslavia. Viene costituita una nuova entità statale riconosciuta dalle grandi potenze e dall’Italia e già nata diplomaticamente il 3 luglio 1946: il territorio libero di Trieste suddiviso in due zone, la A e la B. La prima, che comprendeva l’attuale provincia di Trieste, rimase sotto il controllo amministrativo militare degli Alleati, mentre la seconda, da Capodistria a Cittanova, fu affidata al controllo militare jugoslavo. Improvvisamente l’Istria, Fiume e la Dalmazia furono oscurate dall’ombra di un destino incerto. La gente era bloccata dalla paura dei rastrellamenti improvvisi, delle delazioni, delle vendette e delle notizie terrificanti che cominciavano a filtrare di infoibamenti, affogamenti e fucilazioni che la giustizia sommaria di sedicenti tribunali del popolo erogava a tutti coloro che apparivano colpevoli di essere e di sentirsi italiani.
Le città cominciarono a svuotarsi, ed è importante ricordare che da un censimento italiano del 1921 risulta che in Istria erano presenti il 58,2% di italiani, il 37,6% di slavi e il 4,2% di altre etnie. Gli italiani erano concentrati nelle città e da Fiume fuggirono 54.000 su 60.000 abitanti, da Pola 32.000 su 34.000, da Zara 20.000 su 22.000, da Capodistria 14.000 su 15.000. Soltanto l’esodo degli abitanti da Pola si svolse sotto la protezione inglese con navi italiane, mentre tutti gli altri istriani, fiumani e dalmati dovettero abbandonare le loro case e i loro averi sotto il controllo dei partigiani slavi.
Ma c’è di più. Le fughe drammatiche, di giorno e di notte, fra le doline del Carso, fughe verso la libertà che molto spesso si concludevano con una raffica di mitra, con lo scoppio di una mina o sul filo spinato, non furono l’unico esodo cui i profughi furono costretti a ricorrere come via di salvezza. Il governo italiano, infatti, non rendendosi conto del perché tanta gente si rifiutava di restare sotto un’amministrazione jugoslava vincitrice preferendovi un’Italia sconfitta e distrutta, suggerì la dispersione dei profughi che furono così suddivisi in 109 campi di raccolta disseminati in tutte le regioni. E così circa 80.000 profughi che erano fuggiti in Italia per restare italiani, presero la via dell’esilio per la seconda volta verso Australia, Brasile, Argentina, Sudafrica, Canada, Francia, Germania, Inghilterra, Perù, Cile e Stati Uniti d’America. E quelli che rimasero cominciarono a costruirsi una nuova vita con tenacia silenziosa, coltivando le loro tradizioni familiari e popolari.

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Un lungo viaggio

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Spunti per un dibattito sereno e per una crescita consapevole

Roma, 23 dicembre 2003

LA STORIA E' LUNGA MILLENNI

La storia dell'uomo è lunga millenni. Quando pensiamo al nostro passato più recente commettiamo subito l'errore di valutarlo come fosse lungo al massimo un paio di secoli, come fossimo persone nate in qualsivoglia epoca. Sarebbe stato interessante poter dissertare delle Repubbliche marinare, della grandezza di Venezia, delle guerre d'Indipendenza, dell'Unità d'Italia dal punto di vista di una generazione scaturita subito dopo quegli avvenimenti. Invece ognuno ha la sua memoria più recente che concorre a formare la memoria storica globale e le generazioni nate nel corso della seconda guerra mondiale, o subito dopo, hanno il compito tragico di fare i conti con i regimi dittatoriali e totalitari del '900, cioè di relazionarsi con la pagina più drammatica dell'umanità, il più grande genocidio, il più ignobile atto di cui l'uomo si sia macchiato da che ha messo piede sulla terra. Quando si parla dei milioni di ebrei deportati, internati, gasati, non si ha di fronte un film, né un'astrazione, non si può agire con il piglio del contraddittore, citare le 'eccezioni': Perlasca, Farinacci, Buffarini Guidi, i gerarchi che si sono dichiarati contro le leggi razziali del 1938 (allegato 3), o quelli che - come Evola - cercavano la 'via italiana al razzismo' invocando la discriminante spirituale invece che quella biologica, quelli che hanno nascosto gli ebrei nelle loro case... Inezie. La tragedia immane che ha attraversato l'Europa in quegli anni pretende una lettura responsabile e consapevole, dura e realistica, e non ammette eccezioni, né intellettualismi, che rischiano di suonare come squallidi orpelli giustificazionisti. Occorre osservare le immagini di quei corpi straziati, di anziani, di donne, di bambini, accatastati a migliaia e migliaia, come fossero di cartapesta, e domandarsi: perché? Cosa può mai giustificare una così indegna carneficina? Fossero stati i cadaveri di cupi stragisti, di osceni pedofili, di involuti cannibali probabilmente ci saremmo incupiti lo stesso, ma si trattava di persone innocenti che professavano una religione diversa dalla nostra. Ebrei. Sterminati dai nazisti, perseguitati dai fascisti, maltrattati dai Papi, ghettizzati dal popolino, trucidati dai comunisti. Qualcuno pensa di essere furbo, svicola e si disimpegna dal tema dicendo che "se tutti gli sono andati contro una ragione ci sarà…", un atteggiamento pericoloso. "Una ragione ci sarà"… e ci hanno ammazzato qualche decina di ragazzi negli anni '70, nel silenzio generale. Dobbiamo mostrarci all'altezza di quell'orrore, il più grande della storia dell'umanità, che il destino ha fatto cadere addosso a chi, come noi, si ispira a una concezione del mondo tradizionale e spirituale, ma ripudia la dittatura. Purtroppo agli italiani del terzo millennio, la storia potrebbe non riservare il grande slancio di passione di stagioni passate, la costruzione di un evento epocale da lasciare in eredità a chi verrà dopo; né un impero vasto come mezzo mondo, né l'era affascinante del misticismo cristiano, né quella esaltante dell'indipendenza dall'invasore. Ma la nostalgia è un nobile sentimento che non ha nulla a che fare con la storia e la politica.
Certamente siamo coloro che devono portare il fardello del '900, come Adamo anche noi ereditiamo questa sorta di "peccato originale" e non possiamo dire: "è colpa di Eva", sarebbe puerile, né possiamo svignarcela con iniziative individuali o dichiarando che "non eravamo nati": sarebbe una fuga dalla storia, che è fluire dei cicli e non episodio personale. Dobbiamo prenderci addosso questo peso, se ce ne vogliamo liberare attraverso una catarsi purificatrice.

ISTINTO DI LIBERTA'

Sappiamo bene che nessuno di noi cova sentimenti razzisti, sappiamo che di razzisti e antisemiti ce ne erano in numero assai esiguo già nel Msi di Almirante (che ripudiò le leggi razziali qualche decennio fa). Ma nessuno è riuscito a comprendere fino in fondo, interiorizzandolo come un dato cromosomico, che noi siamo anche figli dell'olocausto. Noi più di tanti fascisti eccellenti come Giulio Andreotti, Giovanni Spadolini, Amintore Fanfani ed Eugenio Scalfari, che scrivevano nel ventennio articoli deliranti sulla superiorità della razza e che poi sono diventati dei totem dell'antifascismo. Loro hanno rotto il cordone ombelicale, si sono 'pentiti', cambiando schieramento, rinnegando la concezione del mondo cui s'ispirò il regime, noi no. Noi riconosciamo le assurdità del ventennio, tra cui quelle scritte dai futuri antifascisti, ma non cambiamo schieramento, né ripudiamo il nostro sistema di valori.
Deve essere chiaro, inequivocabile, che tutto quanto di positivo possano aver realizzato i regimi totalitari si vanifica di fronte alla soppressione delle libertà elementari dell'uomo e alla violenza cieca e sterminatrice. Solo un chiaro e netto giudizio di condanna verso gli orrori del Novecento può consentire il recupero delle sue pagine positive. L'uomo è nato con l'istinto di libertà e i suoi bisogni primari sono la possibilità di nutrirsi e quella di vivere senza coercizioni; il resto, tutto il resto, viene dopo. Un sistema che impedisce il libero esercizio della parola scritta e parlata, della manifestazione del proprio credo politico e religioso è contro la natura dell'uomo e va combattuto. Si potranno finalmente apprezzare le conquiste del ventennio, da parte di tutti gli italiani e non solo da parte di coloro che si sono dichiarati per decenni eredi del fascismo, (pensiamo alla riforma agraria che ha strappato i contadini allo sfruttamento dei latifondisti, alla previdenza sociale, all'Opera maternità e infanzia e al ruolo prioritario della donna nella società, alle città fondate e alla bonifica pontina, alla città dello sport, alla città del cinema, agli sventramenti e ai grandi restauri, alle leggi di tutela dell'ambiente e del paesaggio, allo sradicamento della mafia e della massoneria) se la storicizzazione del fascismo sarà completa e nessuno avrà l'idea stravagante di volerlo 'restaurare' politicamente.

LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

Per noi il passato ha un ruolo centrale. La nostra cultura si fonda sulla memoria storica, l'identità e la tradizione ne sono il prodotto. La nostra proiezione nel futuro dipende dal rapporto corretto con il nostro passato. Se saremo capaci di rappresentarlo in un legame limpido e senza ambiguità, la proiezione nel futuro sarà cristallina.
Noi viviamo la Rsi come un'epopea romantica, e così è stata per molti giovani volontari che andarono a Salò per lavare l'onta del tradimento e salvare l'onore d'Italia, vergognandosi dell'improvviso cambiamento di alleanza effettuato dal Re. Sapevano che la guerra era perduta, che ormai il rovescio era iniziato, ma scelsero la 'bella morte' e se ne fregarono del resto. Una scelta morale ed esistenziale di fronte alla quale s'inchinano perfino Luciano Violante e Giampaolo Pansa, ora che taluni argomenti hanno perso il significato politico strumentale per essere consegnati alla storia. Ma la Rsi era anche l'anarchia della guerra civile, il caos dei soldati il giorno dell'armistizio immortalata nell'immagine contraddittoria di Alberto Sordi in un noto film che grida "tutti a casa"; alcuni combatterono con i tedeschi, altri con gli anglo-americani, molti s'imboscarono. Fascisti che andavano a Sud per rispettare gli ordini di ciò che restava dello Stato italiano e semplici italiani che andavano a Nord per non dover sentire - fino a decenni e decenni oltre quella guerra - che il nostro è popolo di codardi e voltagabbana. E ancora, la resa dei conti all'interno del fascismo repubblicano tra le sue varie anime. C'era chi sparava addosso ai nazisti per difendere l'Italia dal potenziale colonizzatore tedesco, chi sparava addosso ai partigiani che volevano abbattere il fascismo e aprire la strada agli occupanti anglo-americani, chi resisteva stretto tra due fuochi comunisti (slavo e nostrano) nel tentativo di impedire la conquista titina di Trieste e Venezia, chi aiutava i nazisti a caricare i treni per portare gli ebrei nei campi di sterminio e chi nascondeva gli ebrei per non farli portare nei campi di sterminio. Ma nessuno può dimenticare, ecco il tormento che torna, che la pregiudiziale antisemita era nel documento fondante della Rsi (allegato 3). Non si scappa. Un conto è il pensiero gravido di pathos, il giudizio morale che abbiamo rivolto ai repubblichini che s'arruolavano per morire da patrioti, e a coloro che, nel nome di un'idea, hanno scelto la coerenza nel suo declino, altro è il verdetto di condanna, inequivocabile, che si deve emettere nei confronti della pagina antisemita di quell'esperienza politica e statuale. Anche in questo caso, se saremo chiari nel giudizio, potremo recuperare alla memoria collettiva la bontà di alcuni dei 18 punti di Verona, tra cui la socializzazione delle imprese e le case a riscatto.

LA DESTRA MODERNA CHE SI APRE SENZA PERDERSI

Perfino Giorgio Almirante, l'uomo che condusse la destra nei marosi del partito neofascista, che avrebbe potuto restare fermo alla testimonianza perché sufficiente per raccogliere i voti che bastavano a esistere, fece la scelta atlantista e sionista, condannò l'Olp e prese le distanze dal mondo arabo, vietò il saluto romano e la croce celtica, ripudiò le leggi razziali, realizzò prima la Destra nazionale e poi la CdL (Costituente di Destra per le Libertà) facendovi entrare, tra gli altri, il deputato democristiano Agostino Greggi, il filosofo marxista Armando Plebe, l'Ammiraglio - di estrazione liberale - Birindelli, Vito Miceli, in forza ai servizi segreti e i monarchici di Coviello. Tutti antifascisti. Cercò disperatamente l'apertura, la modernizzazione, il futuro. Nonostante fosse condannato a vivere di passato remoto. Gianfranco Fini ha il dovere di completare il percorso che fu di Giorgio Almirante e di garantire alla destra non solo la possibilità di stare al governo, ma anche quella di guidarlo in prima persona. L'Italia guidata dalla destra, dai suoi valori, è un altro scenario immaginifico che dobbiamo rendere concreto e reale.
Gianfranco Fini risponde alle domande a Gerusalemme (allegato 1), mentre trova davanti a sé quelle immagini strazianti e vede scorrere in un solo attimo il passato neofascista. Ricorda, forse, di quei 'furbastri' che parlavano - ce ne erano diversi nel Msi - della 'fandonia di Auschwitz' e di quella pubblicistica negazionista che si ostinava a produrre fantomatiche prove sull'invenzione della shoah. O, più semplicemente, ricorda di quando, per battere il repubblichino Rauti nei congressi del dopo-Almirante e fino a pochi giorni prima della svolta del '93 (quando si candidò a Sindaco di Roma), nella quale doveva obbligatoriamente intercettare tutti i voti dei moderati, si lasciò andare a dichiarazioni stile "Fascismo del 2000" o "Mussolini più grande statista del secolo". Proclami comprensibili solo nel clima e nella logica di quei congressi, dove una comunità politica chiusa ed emarginata dalla vita del resto della nazione si confrontava in un passaggio di consegne storico. Sostituire al vertice del partito un personaggio carismatico come Giorgio Almirante non era compito facile, ed entrambi gli sfidanti combatterono una battaglia durissima, all'ultimo voto, nella quale il peso della razionale esposizione di un programma politico era nettamente inferiore a quello rappresentato dalla capacità di evocare sentimenti e passioni profonde. E le corde dei sentimenti nel Msi non potevano essere che quelle; anche se la candidatura del giovane Fini era stata voluta e sostenuta proprio per proiettare la destra nel futuro, con un Segretario nazionale che per ragioni anche solo anagrafiche non poteva essere coinvolto personalmente dalle colpe del fascismo. Chi ha vissuto quei congressi sa che il livello di reducismo, nostalgismo e apologia raggiunti era superiore a quelli degli anni '50 e '60 (dove quasi tutti i delegati erano reduci per davvero). E' del tutto ovvio che con il peso di certi giudizi e di certe valutazioni la "lista degli esami" per Fini - e quindi per tutta la destra - non poteva che essere lunga, dolorosa, a tratti persino umiliante. Se la destra avesse fatto autonomamente, quando non era sotto esame, quando non glielo imponeva nessuna circostanza, le sue serene valutazioni e la sua doverosa autocritica, si sarebbe potuta presentare pronta all'appuntamento.
Pochi avevano affrontato e risolto questo problema con netto anticipo, spesso pagandone il prezzo all'interno, accusati da alcuni di essere "antifascisti" perché condannavano il nazismo, o di perdere l'identità perché non facevano saluti romani, guardati con sorpresa perché espellevano gli antisemiti e i razzisti dalle sedi. Si giunse all'incredibile paradosso per il quale un personaggio di primo piano di An vietò per ragioni di opportunità la celebrazione di un'"assemblea antirazzista" (questo era letteralmente il titolo) nella sede di Colle Oppio, voluta a causa di una serie di aggressioni che si consumarono nella zona contro extracomunitari. L'assemblea si tenne ugualmente, parteciparono Monsignor Luigi Di Liegro della Caritas diocesana, il diccì, attuale presidente della Provincia di Roma, Enrico Gasbarra e il verde, oggi deputato della Margherita, Roberto Giachetti; ebbe un grande successo, rappresentò i primi tentativi di dialogo e lasciò un segno indelebile dentro il Movimento sociale italiano dell'epoca. Così come fece scalpore la lettera consegnata dagli studenti universitari romani al rabbino capo Toaff all'apertura dell'anno accademico '92-'93 dopo che la stella gialla di David fu apposta nottetempo sulle serrande dei negozi di cittadini ebrei.

LE COLPE DELLA SINISTRA

Una delle conseguenze del viaggio di Fini in Israele e dell'intero percorso della destra italiana da Fiuggi a oggi è rappresentato dal forte imbarazzo che - a questo punto - ristagna a sinistra. Sarebbe infatti utile e necessario che anche dai figli dell'ideologia marxista venisse attuata concretamente una condanna per i crimini compiuti dal comunismo in Italia e nel mondo. Gli esempi di certo non mancano, si tratta di decine di milioni di morti: le foibe, i gulag, il triangolo rosso, le stesse violenze inaudite perpetrate nei confronti degli ebrei (di cui, chissà perché, si parla sempre poco). Ma anche il dramma delle popolazioni assoggettate oggi ai regimi comunisti in Cina, a Cuba, nella Corea del Nord, dove non esiste il minimo barlume di democrazia, vengono calpestati i più elementari diritti umani e gode ottima salute la pratica della pena di morte.
Ma nell'altra 'metà campo' c'è reticenza a effettuare autocritica, per la ragione elementare che esistono due partiti che s'ispirano esplicitamente al comunismo, fino a portare la falce e martello nel simbolo. Se la sinistra non sarà all'altezza di promuovere questo percorso di revisione e di presa di distanza autentica, non avrà possibilità di affrancarsi mai e fino in fondo dagli orrori del comunismo e finché Bertinotti si farà fotografare con il Comandante Marcos armato di mitra e cartucciera e non ci sarà la forza di recarsi a Porzus, a Bassovizza, in Siberia, a Piazza Tienamen, a Piazza San Venceslao a Praga (dove si diede fuoco il dissidente Jan Palach), ai piedi del muro di Berlino (dove i Vopos trucidarono i tedeschi che tentavano di rifugiarsi nella Germania dell'Ovest), la sinistra avrà una spina nel fianco permanente che ne metterà in discussione la buona fede e la possibilità, al pari di tutte le forze politiche, di contribuire alla costruzione dell'Italia futura. La destra deve, al contrario, essere orgogliosa di aver fatto la sua parte per vincere gli steccati dell'ideologia, per sconfiggere la guerra civile strisciante che per troppo tempo ha impedito agli italiani di sentirsi popolo. Non dobbiamo sentirci in affanno o più fragili perché ci siamo liberati dalle tossine del Novecento: soltanto chi possiede un'identità forte può essere in grado di chiudere i conti con il passato senza smarrirsi. Questa asimmetria, semmai peserà sui nostri avversari anche in termini di credibilità politica, sarà destinata a restare per la sinistra un problema irrisolto, un buco nero, un'ipoteca.
Non si tratta, badiamo bene, di una ripicca, di una partita tra destra e sinistra che non coinvolge nessun altro, distante dagli interessi del popolo italiano. Così come i passi impressi da Fini alla politica nazionale fanno sentire oggi quella che era la memoria della destra 'storia di tutti', analoga operazione fatta da Fassino, Bertinotti e Diliberto aiuterebbe a ricucire i percorsi, fino a ieri così distanti, di filoni culturali e ideologici che si sono spesso sostituiti all'identità nazionale. Noi dobbiamo chiedere che la sinistra compia questi passaggi, non solo e non tanto per prenderci una 'rivincita', ma soprattutto perché da questo dipende la definitiva composizione di quella storia condivisa di cui l'Italia ha bisogno. Tale percorso renderebbe la nazione più forte, meno ricattabile, più autorevole sulla scena internazionale e darebbe certamente a ogni cittadino un pizzico di orgoglio e di senso d'appartenenza in più.

IL PERICOLO DELLE STRUMENTALIZZAZIONI

Telegiornali e quotidiani sparano titoloni sensazionali e frasi mai pronunciate. "Fini condanna il fascismo come male assoluto, la Rsi è una vergogna nazionale". Un pugno nello stomaco. E' uno di quei momenti in cui coloro che consapevolmente aderiscono a un partito devono dimostrare di essere all'altezza: bisogna lavorare per chiudere le ferite, rassicurare, spiegare, dare - come si suole dire - l'interpretazione autentica. Far leggere a tutti il testo completo delle dichiarazioni (allegato 2), affermare a chiare lettere che la condanna espressa da Fini si riferisce alle "pagine" che hanno contribuito alla discriminazione razziale e allo sterminio, non a "tutto il libro". Fare quadrato, non dare spazio alle versioni interessate e maliziose dei mass-media e di tutto quel mondo che non vede l'ora di seppellire la nostra esperienza politica. Fini va difeso dalla lettura distorta delle sue dichiarazioni. Non si può consentire che al nostro "popolo" arrivi l'idea che il "capo" li tradisce nei sentimenti e nei valori più profondi: perché allora dovrebbero continuare a restare, a lottare, a crederci? Cosa ne ricevono in cambio? Fini non era certo nelle condizioni di poter rettificare o argomentare più di tanto, in quel luogo e in quel contesto. Non poteva certo correre il rischio di vanificare dieci anni di percorso e di lavoro delle diplomazie internazionali per dare il "buffetto" a qualcuno. E' la classe dirigente che doveva e deve farlo. Fini, tornato a Roma, non ha mancato di tornare sulla questione e di offrire argomenti inoppugnabili, che chiariscono senza ombra di dubbio quale sia la posizione sua e di An. E se anche avesse commesso un errore il giorno prima, i suoi interventi successivi fanno giustizia di ogni discussione. Tranne per chi non può o non vuole capire. Strepita e sbatte la porta Alessandra Mussolini, urla furibonda al tradimento Donna Assunta Almirante. Mentre Francesco Storace organizza il dissenso. Il più sobrio e il più credibile nella critica è Mirko Tremaglia, che dimostra ancora una volta la sua tempra. Tremaglia la Repubblica l'ha fatta davvero. Lasciamo al loro destino la Mussolini o Donna Assunta. La prima può difficilmente essere qualificata come donna di destra, il suo posto nel partito è un fatto "onomastico", come dice Veneziani, e dal partito - grazie al suo cognome - finora ha ricevuto dieci anni di onorato seggio parlamentare senza prima essersi mai impegnata politicamente… altro che incompatibilità o discriminazione. La seconda non è mai stata un soggetto politico: le vogliamo tutti bene, come se ne vuole ad una figura materna, ma la politica è un'altra cosa. L'opposizione che sta preparando Storace, invece, è da analizzare. Il governatore sta cercando di rappresentare il risentimento e la rabbia di centinaia di militanti, si erge a difensore della storia e della memoria della Rsi e del fascismo, condanna con forza le 'decisioni verticistiche e oligarchiche' del presidente Fini, rivendica il diritto al dissenso, chiede partecipazione e discussione. Procediamo per gradi. Per ciò che attiene alla rabbia dei nostri militanti riteniamo che questo sia il modo peggiore per affrontarla perché è evidente il rischio che si avvii un meccanismo nocivo e bugiardo per la nostra comunità. Il pericolo che si corre è che la memoria storica e i valori della destra missina divengano appannaggio di una corrente minoritaria, proprio nel momento in cui Fini, dopo averli fatti condividere - attraverso la nascita di Alleanza nazionale - a tante persone provenienti da altri partiti, l'ha inseriti nel patrimonio dell'intera nazione. Oltretutto se ciò accadesse, per deduzione, daremmo ragione a giornali e tg nella versione dell'"abiura". Dunque, se qualcuno dovesse tentare la strada della strumentalizzazione dei sentimenti feriti in alcuni di noi per ragioni di rendita interna, per guadagnare qualche circolo, qualche consigliere, qualche federazione e pesare di più negli equilibri, deve trovare la reazione responsabile e rigorosa di ciascun militante.
Altra cosa è la proposta di una lista civica per le prossime elezioni regionali. Sarebbe difficile non essere d'accordo, visto che in ogni elezione amministrativa si sono affiancate ai candidati a sindaco e a presidente di provincia aggregazioni di questo tipo, ma la condizione per la nostra comunità deve essere chiara: la lista civica non deve avere connotazione politica, altrimenti sarebbe impropria e ci danneggerebbe, perché nei fatti rappresenterebbe un partito alternativo ad An; una lista civica invece serve ad aggregare quegli ambienti esterni ai partiti che si schierano mal volentieri e deve affrontare tematiche amministrative, non questioni politiche né problematiche interne ai singoli schieramenti. Certamente la sua presentazione effettuata nel corso di una manifestazione di An a forte tasso polemico con il Presidente Fini è stata impropria e discutibile.
Sul 'diritto al dissenso' nessuno può eccepire nulla. La dialettica interna è il sale della politica e la partecipazione dal basso un elemento fondante del nostro movimento. Semmai desta una certa meraviglia che a evocare censura e bavagli sia proprio chi - e non da oggi - ha fortemente e costantemente esercitato il proprio diritto di critica sia nei confronti del Presidente Fini che verso il governo nazionale fino ad arrivare all'organizzazione di incontri pubblici in aperta competizione con l'esecutivo e, perfino, ai 'girotondi' sotto i ministeri. Ci auguriamo che altrettanta disponibilità a recepire il dissenso sia dimostrata da chi oggi la richiede a livello nazionale.
Sulle decisioni verticistiche e oligarchiche va compiuta una riflessione a parte. E nessuno, men che meno a livello locale, è esente da responsabilità. Tutto è migliorabile ed è certamente giusto rivendicare maggiori dosi di democrazia interna, di partecipazione e di discussione. Su scala nazionale An è dotata di diversi organi centrali: l'Esecutivo, la Direzione, l'Assemblea; il primo, rappresentativo di tutte le componenti, si riunisce con una certa frequenza, il secondo e il terzo vengono convocati mediatamente due volte l'anno. Ma esistono anche gli organi periferici regionali e provinciali: il Coordinamento regionale e l'assemblea regionale, gli Esecutivi provinciali, ecc. Dire che a livello nazionale gli organi si riuniscono poco e a livello regionale non si riuniscono affatto è una banale verità con cui tutti dovrebbero confrontarsi prima di parlare. La capacità di condivisione dell'attività di governo regionale con la base è davvero scarsa e deludente, sia per quello che attiene le grandi tematiche, sia per ciò che riguarda le attività amministrative ordinarie. Nel corpo vivo di Alleanza nazionale non sono mai entrate le discussioni sulla riforma dello Iacp, sulla pianificazione territoriale e l'urbanistica, sul piano del commercio e i nuovi ipermercati, sullo smaltimento dei rifiuti, sui parchi, sulla valutazione d'impatto ambientale, sulla riconversione della centrale a carbone di Civitavecchia, sulla portualità, sullo Statuto, sulla legge elettorale, su Roma città-regione… La base non ne ha parlato ma neppure un vertice minimamente articolato, rappresentativo di tutte le anime del nostro movimento, quale potrebbe essere a livello nazionale l'Esecutivo. Evidentemente sarebbe più saggio preoccuparsi di garantire nel Lazio partecipazione, discussione, diritto al dissenso, democrazia interna, prima di rivendicarli a livello nazionale. Anche sul piano della democrazia interna potremmo discutere a lungo. Non può sfuggire infatti che il 100% dei ruoli amministrativi e di partito regionali sono monopolizzati da una sola componente, la qualcosa lascia più di un dubbio sull'effettiva sincerità con la quale oggi si pone il problema.
Per queste e altre ragioni i quadri intermedi della nostra comunità dovrebbero in questi giorni recitare il ruolo di intercettori dell'area dei delusi, rifiutando ogni opposizione strumentale alle dichiarazioni di Fini e ricucendo con gli elettori quello strappo che è stato certamente acuito dalla polemica interna.

PROSPETTIVE

Dopo aver dimostrato di saper stare al governo, di avere uomini adatti ad assumersi le responsabilità e ad affrontare i problemi, ci sembra oggi più giusto portare avanti quella verifica politica su cui siamo impegnati da mesi nel tentativo di aumentare il tasso di destra dell'esecutivo, piuttosto che "incartarci" nell'esame della storia passata. L'identità per una forza politica che è alla guida della nazione si dimostra con atti concreti e con una rigorosa priorità nelle scadenze dell'agenda politica.
L'Italia continua ad avere bisogno di una destra moderna, innovatrice, capace di recitare quel ruolo di sintesi tra liberismo e socialità, e di avere una posizione baricentrica nello scacchiere politico nazionale, mantenendo una connotazione di destra e riuscendo a rappresentare contemporaneamente gli elettori dell'area conservatrice e cattolica. Quello che dovrebbe essere chiaro a tutti è che, se la nostra tradizionale fisionomia fosse troppo accentuata saremmo immancabilmente condannati a recitare un ruolo marginale, a non avere uno spazio di crescita, a possedere un differenziale culturale insufficiente per aspirare a guidare l'Italia.
Il nostro compito è invece quello di costruire il futuro della nazione, lanciarla nell'avventura dell'unificazione europea, farla tornare protagonista della storia e del proprio destino. Per riuscirci servono una memoria condivisa e valori comuni. Tutto quello che non c'è stato fino a pochi anni fa. Abbiamo infatti avuto partiti e governi che si fondavano sulla guerra civile strisciante, sull'adesione a due modelli alternativi e incompatibili, comunismo contro democrazie occidentali. La nostra storiografia era ridicolmente ancorata al manicheismo del dopoguerra. Oggi prende forma docilmente la memoria condivisa, appunto, sulla quale si può ricostruire l'identità di tutti gli italiani. Senza questa missione, la destra non avrebbe nulla da dire che non possano dire altri. La buona amministrazione può appartenere a chiunque. E' importante elaborare ottimi programmi, sviluppare l'economia e l'occupazione, amministrare la giustizia, riformare scuola e università… Ma tutto questo deve essere innervato da una dimensione verticale, che imprima profondità al progetto e conferisca un obiettivo più elevato che lo trascenda.
Alleanza nazionale, attraverso le iniziative di Fini (e non solo), sta provando a fare questo. E' il movimento che in diverse occasioni si è posto il compito di cucire i tessuti lacerati della nostra nazione, proprio per darle un futuro, per presentarla nel contesto internazionale con la dignità che ha perso con l'8 settembre e la guerra civile, il pacifismo comunista e l'ignavia di molti governicchi democristiani.

Avremo tradito davvero le nostre radici se non saremo stati capaci di lasciare una traccia di noi nell'attuale stagione di governo. Ma quella della destra di programma è un'altra storia che non è opportuno scrivere qui…

LA DISCUSSIONE DI QUESTI GIORNI E' STATA FIN TROPPO DURA E, PUR ESSENDO PASSATO IL DIBATTITO ORMAI SU ALTRI CONTESTI, CI PREME RIPORTARE LE DICHIARAZIONI AUTENTICHE DEL PRESIDENTE FINI NEGLI ALLEGATI 1 E 2, UNA SINTESI DELLE LEGGI RAZZIALI PROMULGATE NEL 1938 E DEL TESTO DELLA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA DEL 1943, INSIEME AL PUNTO 7 DEL MANIFESTO DI VERONA NELL'ALLEGATO 3 E IL TESTO DELLE TESI DI FIUGGI (NASCITA DI ALLEANZA NAZIONALE) NELL'ALLEGATO 4.

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ALLEGATO 1 - LE DICHIARAZIONI DI FINI A GERUSALEMME

Scritto da Super User. Postato in Allegato 1

All'uscita dello Yad Vashem. Fini parla di "Ignavia, indifferenza, complicità o viltà fecero sì che tantissimi italiani nel 1938 nulla facessero per reagire alle infami leggi razziali volute dal Fascismo"

E' la prima dichiarazione, resa varcata la soglia del museo dell'Olocausto. Va fatto notare che in quel luogo Fini ha indossato i panni dello "statista" italiano, che non si limita a condannare il solo fascismo che aveva fatto le leggi razziali, ma quella grande maggioranza di italiani che reagirono con indifferenza e viltà. Fini non condanna solo il fascismo, e non a caso qualche antifascista e alcuni settori ebraici hanno contestato proprio questo aspetto delle sue dichiarazioni, accusandolo di aver voluto così relativizzare la colpa del fascismo.

Domanda sulla Rsi
(ANSA) - GERUSALEMME, 24 NOV - Ci sono nella storia del nostro passato ''pagine vergognose'' che vanno denunciate, ha detto il vice premier, Gianfranco Fini, oggi a Gerusalemme. Includerebbe la Repubblica di Salo' tra queste? Gli chiedono in conferenza stampa i giornalisti. ''Tra le pagine negative - risponde Fini - rientrano certamente tutte quelle relative alle discriminazioni nei confronti degli ebrei e più in generale delle minoranze. Quindi anche quella''.

Domanda sul Fascismo e il Male assoluto
(Adnkronos) - GERUSALEMME, 24 NOV. - Poco dopo, sempre incalzato dalla stampa, Fini ha parlato ancora esplicitamente di fascismo replicando a chi gli chiedeva se il periodo era da far rientrare in quel ''male assoluto'' raccontato nel Museo dell'Olocausto: ''Nell'epoca del male assoluto rientra tutto quello che oggi abbiamo visto allo Yad Vashem''.

(ANSA) - GERUSALEMME, 24 NOV. - Dell'epoca del male assoluto fa parte anche il fascismo? ''Certo'', risponde Gianfranco Fini in conferenza stampa al King David Hotel di Gerusalemme. ''Nel male assoluto - afferma - rientra tutto il periodo delle discriminazione, tutto cio' che ci ha accompagnato, quello abbiamo visto insieme nel pellegrinaggio oggi allo Yad Vashem, quella è l'epoca del Male assoluto".

Domanda su Mussolini
Il vicepresidente del Consiglio aveva detto, nell'aprile 1994, ad Alberto Statera che lo intervistava per La Stampa: "Mussolini è stato il più grande statista del secolo".

(Adnkronos) - 22 GENNAIO '02 - Fini, rispondendo ad una domanda di Enrico Lucci per 'Le Jene', parla di Benito Mussolini. "Oggi - afferma - non direi più che è stato il più grande statista del '900".

(ANSA) - 25-NOV '03 - Al termine della seconda e più difficile giornata del viaggio in Israele, i riferimenti del Presidente di Alleanza nazionale vanno a finire anche su Benito Mussolini. Ha cambiato idea su Mussolini? Gli viene chiesto dai giornalisti. "Certamente sì, altrimenti non sarei qui e non avrei detto le cose che ho detto o fatto le cose che ho fatto. Cambiare opinione e ammettere di avere espresso un giudizio sbagliato è segno di libertà e buona coscienza", ha affermato Fini.

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ALLEGATO 2: SINTESI DELL'INTERVENTO DI FINI AL RIENTRO A ROMA

Scritto da Super User. Postato in Allegato 2

A Fiuggi dieci anni fa, quando demmo vita ad An, varammo un progetto che aveva un'ambizione culturale, ancor prima che politica; mirava a smuovere le acque della società italiana e puntava a un obiettivo impegnativo: consegnare il '900 carico di passioni e di odio alla storia.
A Fiuggi si decise che non aveva più senso continuare a gettare nella competizione politica la storia, con il suo immane peso, usarla come una clava per colpire l'avversario. Dicemmo che non aveva più senso il dibattito politico sulla dicotomia fascismo-antifascismo, perché i valori dell'antifascismo intesi come valori di libertà erano condivisi da tutti, anche da noi. Ad altri poteva far comodo continuare ad usare la storia nella lotta politica, specie a quella parte della sinistra ancora strettamente legata al comunismo. A noi no, perché avevamo già troncato i legami politici con il passato. Per questo tanti hanno riconosciuto che la scelta di Fiuggi è stata utile alla crescita della democrazia bipolare in Italia. Non dobbiamo dimenticare i tanti atti politici che hanno scandito, in dieci anni, il percorso di An, fino al viaggio in Israele, il momento più solenne e simbolico.
E' stato giusto farlo. Mi addolora sentir dire che l'avrei fatto per tornaconto personale. Ho agito secondo coscienza, sapendo di interpretare i sentimenti della stragrande maggioranza degli elettori di An e della totalità dei "potenziali" elettori di An. Il tempo dirà se ciò che considero giusto è stato anche utile, ma se in vita mia avessi pensato all'interesse personale non mi sarei iscritto al Msi nel 1969. Anche Publio Fiori andò via dalla Dc, sottosegretario in carica, non certo per tornaconto personale, ma per abbracciare il progetto politico di An, che allora era un'ambiziosa scommessa. E come lui tanti altri… Ringrazio Don Baget Bozzo che oggi ha scritto: "Fini rompe così ogni rapporto della Destra italiana con il nazifascismo, lo rompe quando è Israele stesso a riconoscere la verità del processo che da tempo si era compiuto nel Msi e poi in Alleanza nazionale. Ciò ha un altro vantaggio: quello di collocare la Repubblica Sociale Italiana nella storia, separandola da ogni identificazione politica. Verrà il momento di riconoscere che essa fu tutt'altro che una storia di violenze e di crimini e che alla base della risposta alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale e all'adesione alle sue formazioni non ci fu una gamma di sentimenti ignobili. Furono coscienze libere quelle che si impegnarono per la fedeltà all'alleato, anche se questo era divenuto un massacratore di italiani". E' l'omaggio alla coerenza personale e all'amor patrio dei ragazzi di Salò, cui fece riferimento l'on. Violante rivolgendosi a Tremaglia.
La storia non si può prendere a fettine. Non possiamo trattare la storia come se fosse un fiore: prendere il petalo che ci piace di più perché è colorato e buttare il resto perché in qualche modo non ci piace. Io credo che ci si debba assumere la responsabilità, proprio se si vuole che il giudizio sulla storia che è complesso sia un giudizio sereno. E' la ragione per la quale non ci può essere nessuna reticenza sull'orrore dell'Olocausto, sull'infamia dell'antisemitismo delle leggi razziali del '38 e del '43 e di conseguenza sulle colpe che a questo proposito ebbe il Fascismo. E se la Shoa rappresenta il male assoluto ciò vale anche per le pagine del Fascismo che hanno contribuito alla Shoa. Poi lo sappiamo tutti che il Fascismo fu anche tante altre cose. Ma se vogliamo che serenamente lo si possa riconoscere senza che cada sul capo di chi lo fa l'accusa di apologia dobbiamo avere l'onestà intellettuale e se necessario il coraggio politico di riconoscere tutta la verità e senza alcuna reticenza di trarne le doverose conseguenze. Se noi vogliamo che queste pagine di verità siano riconosciute come tali da tutti e quindi siano condivise, è indispensabile che Alleanza Nazionale denunci, condanni e si assuma la responsabilità, proprio in quanto movimento 'nazionale', anche di altre pagine di storia: penso ad un articolo del manifesto programmatico di Verona, quell'articolo che definiva gli ebrei 'stranieri' e come tali 'appartenenti ad una razza nemica'. Non ci può appartenere la logica nefasta della doppia verità. Da dieci anni ci muoviamo lungo questa strada. Dobbiamo continuare a farlo, senza tentennamenti.

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ALLEGATO 3: DOCUMENTI ANTISEMITI FRA IL 1938 E IL 1943

Scritto da Super User. Postato in Allegato 3

Le leggi razziali - Italia 1938

PROVVEDIMENTI NEI CONFRONTI DEGLI EBREI STRANIERI
REGIO DECRETO-LEGGE 7 settembre 1938-XVI n. 1381

Art. 1. Dalla data di pubblicazione del presente decreto-legge è vietato agli stranieri ebrei di fissare stabile dimora nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo.

Art. 2. Agli effetti del presente decreto-legge è considerato ebreo colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se egli professi religione diversa da quella ebraica.

Art. 3. Le concessioni di cittadinanza italiana comunque fatte a stranieri ebrei posteriormente al 1° gennaio 1919 s'intendono ad ogni effetto revocate.

Art. 4. Gli stranieri ebrei che, alla data di pubblicazione del presente decreto-legge, si trovino nel Regno, in Libia e nei Possedimenti dell'Egeo e che vi abbiano iniziato il loro soggiorno posteriormente al 1° gennaio 1919, debbono lasciare il territorio del Regno, della Libia e dei Possedimenti dell'Egeo, entro sei mesi dalla data di pubblicazione del presente decreto. Coloro che non avranno ottemperato a tale obbligo entro il termine suddetto saranno espulsi dal Regno a norma dell'art. 150 del testo unico delle leggi di P.S., previa l'applicazione delle pene stabilite dalla legge (…)

Dato a San Rossore, addì 7 settembre 1938 Anno XVI
Vittorio Emanuele, Mussolini

PROVVEDIMENTI PER LA DIFESA DELLA RAZZA ITALIANA
DECRETO-LEGGE 17 novembre 1938 XVII n.1728

CAPO II
Degli appartenenti alla razza ebraica

Art. 10. I cittadini italiani di razza ebraica non possono:

a) prestare servizio militare in pace e in guerra;
b) esercitare l'ufficio di tutore o curatore di minori o di incapaci non appartenenti alla razza ebraica;
c) essere proprietari o gestori, a qualsiasi titolo, di aziende dichiarate interessanti la difesa della Nazione, e di aziende di qualunque natura che impieghino cento o più persone, né avere di dette aziende la direzione né assumervi comunque, l'ufficio di amministrazione o di sindaco;
d) essere proprietari di terreni che, in complesso, abbiano un estimo superiore a lire cinquemila;
e) essere proprietari di fabbricati urbani che, in complesso, abbiano un imponibile superiore a lire ventimila.

Art. 11. Il genitore di razza ebraica può essere privato della patria potestà sui figli che appartengono a religione diversa da quella ebraica, qualora risulti che egli impartisca ad essi una educazione non corrispondente ai loro principi religiosi o ai fini nazionali.

Art. 12. Gli appartenenti alla razza ebraica non possono avere alle proprie dipendenze, in qualità di domestici, cittadini italiani di razza ariana. I trasgressori sono puniti con l'ammenda da lire mille a lire cinquemila.

Art. 13. Non possono avere alle proprie dipendenze persone appartenenti alla razza ebraica:

a) le Amministrazioni civili e militari dello Stato;
b) il Partito Nazionale Fascista e le organizzazioni che ne dipendono o che ne sono controllate;
c) le Amministrazioni delle Province, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza e degli Enti, Istituti ed Aziende, comprese quelle dei trasporti in gestione diretta, amministrate o mantenute col concorso delle Province, dei Comuni, delle Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza o dei loro Consorzi;
d) le Amministrazioni delle aziende municipalizzate;
e) le Amministrazioni degli Enti parastatali, comunque costituiti e denominati, delle Opere nazionali, delle Associazioni sindacali ed Enti collaterali e, in genere, di tutti gli Enti ed Istituti di diritto pubblico, anche con ordinamento autonomo, sottoposti a vigilanza o a tutela dello Stato, o al cui mantenimento lo Stato concorra con contributi di carattere continuativo;
f) le Amministrazioni delle aziende annesse o direttamente dipendenti dagli Enti di cui alla precedente lettera e) o che attingono ad essi, in modo prevalente, i mezzi necessari per il raggiungimento dei propri fini, nonché delle società, il cui capitale sia costituito, almeno per metà del suo importo, con la partecipazione dello Stato;
g) le Amministrazioni delle banche di interesse nazionale;
h) le Amministrazioni delle imprese private di assicurazione (…)

Dato a Roma, addì 17 novembre 1938 - XVII
Vittorio Emanuele, Mussolini, Ciano, Solmi, Di Revel, Lantini

COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

Capo II
Struttura dello Stato

VI
La difesa della stirpe

73 - Presupposto della politica demografica è la difesa della famiglia, nucleo essenziale della struttura sociale dello Stato.
La Repubblica la attua proteggendo e consolidando tutti i valori religiosi e morali che cementano la famiglia, e in particolare: (…) col divieto di matrimonio di cittadini italiani con sudditi di razza ebraica, e con la speciale disciplina del matrimonio di cittadini italiani con sudditi di altre razze o con stranieri (…)

Capo III
Diritti e doveri del cittadino

89 - La cittadinanza italiana si acquista e si perde alle condizioni e nei modi stabiliti dalla legge, sulla base del principio che essa è titolo d'onore da riconoscersi e concedersi soltanto agli appartenenti alla stirpe ariana italiana.
In particolare la cittadinanza non può essere acquistata da appartenenti alla razza ebraica e a razze di colore (…)

MANIFESTO DI VERONA
I 18 PUNTI STABILITI DAL CONGRESSO DI VERONA DELLA RSI
14-16 NOVEMBRE 1943

Punto 7. Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica.